venerdì 15 giugno 2007

VI PRESENTO I PRECARI DI 20 ANNI FA

AGGIORNATO

Si allunga l'elenco degli argomenti da trattare e che rinvio: c'erano i lavoratori dei beni culturali, ora vorrei affrontare l'ampio tema degli ingegneri, magari anche un po' con il vostro aiuto (so che ho alcuni lettori ingegneri...). Poi mi devo studiare un enorme rapporto mondiale sui call center. Ora che vi ho detto un po' dei miei compiti a casa, ancora non fatti, devo però tornare sul tema dei precari, spinta anche da un'intervista al mio amico Max Cosmico al sito diversamente occupati. Un sito che ha un punto di vista ben diverso da questo, quello della "generazione più sfigata della storia".


Ora, voglio dire che è anche giusto che ogni generazione si senta così, perché questo serve a spingere chi ha più forza e spirito di innovazione, a cambiare la società. Purtroppo, però, la mia impressione (vi stupirà quello che dico) è che il discorso solito sul precariato sia profondamente "conservatore". Mi aspetterei che voleste scuotere questa società immobilista, rigida, divisa in caste, nella quale il merito e il talento contano ancora troppo poco, che non vi valorizza. Invece, e qui vi arrabbierete, sento parlare di mutui! Sappiate che non c' è stata nessuna generazione di italiani che sia stata in grado di comprarsi la prima casa senza l'aiuto dei genitori. E comunque adesso fanno i mutui anche per i precari. Tutti i giovani stranieri che conosco (e parlo di francesi, americani, norvegesi) vivono in affitto insieme con altri ragazzi. Dividono la camera e le spese. Anche in Italia. Vi fa schifo?

Piccolo racconto dal vivo: 20 anni fa, quando misi piede al Messaggero con uno dei primi stage esistenti (altrimenti non ci sarei mai arrivata, perché non avevo neanche uno straccio di raccomandazione e neanche mi sarebbe piaciuto averla), il giornale aveva decine di collaboratori non assunti. Giornalisti, di fatto, che sgobbavano dalla mattina alla notte, che scrivevano articoli, che però non potevano usare né i computer né i telefoni del giornale, e che ogni tre- sei mesi venivano pagati un tot ad articolo. Ne ho visti alcuni andare avanti così anche 10 (dieci) anni e alla fine non (dico non) essere assunti. Alcuni di loro adesso lavorano per il Messaggero, altri sono riusciti ad andare in altri giornali, altri ancora si sono dati all'agriturismo. Allora non esisteva la legge Biagi, né nessun'altra forma di precariato "per legge". Prima di loro, negli anni Settanta, i giornalisti che volevano cominciare neanche venivano pagati ad articolo: semplicemente lavoravano gratis , e in nero. Ed erano felici di farlo. Poi, dopo anni di gavetta, speravano che qualcuno li assumesse. Ma naturalmente non a tutti andava bene.

Quello che sto cercando di dire è che ora ci sono , anche se insufficienti, delle tutele. Il contratto a progetto sarà meglio di niente, del lavoro in nero? Nel peggiore dei casi sarà uguale. Gli stage, che oggi vi escono dagli occhi, 30 anni fa non esistevano. Se non avevate una "conoscenza" in un giornale non ci mettevate piede. E come nei giornali, in tante altre realtà. Credo che dovreste chiedere più flessibilità, non meno. Per esempio, rimproverare a noi "super garantiti", se non sarebbe giusto avere anche noi la nostra flessibilità, perché no?

3 commenti:

Anonimo ha detto...

sai qual è il problema? che oggi non esistono più le gavette! si viene assunti per dei lavori non professionalizzanti con la promessa (che non ha presupposti fondati di realizzazione se non quello della fede religiosa!) che poi si farà carriera..
è ovvio che un giornalista faccia gavetta scrivendo articoli, lo è molto meno che un giornalista faccia la stessa gavetta pulendo la scrivania del capo.
non so quanto questa cosa cosa possa essere chiara a chi non appartiene alla nostra generazione..

angela padrone ha detto...

conosco vicedirettori mandati a comprare le noccioline, e caporedattori costretti a fare tutto, compreso l'usciere...dai, un commento un po' più propositivo...?!
a.p.

Thai Ler Dar Den ha detto...

Cara Angela,
sono un collega, naturalmente precario.

Nei giornali si entra e si entrava solo per ius familis o per conoscenza.
Ma chi ha notizie da vendere... lavora. Anche se, come credo tu sappia, fare il giornalista è sempre meglio che lavorare.
E chi ha notizie non solo lavora: guadagna anzichenò.
Così è sempre stato e così sempre sarà.

Anche se il guadagno, in senso strettamente monetario, e le tutele, in senso strettamente umano, sono sempre di meno: meno che vent'anni fa, meno che dieci anni fa e meno che l'anno scorso.

Non accorgersene vuol dire solo chiudere gli occhi.

Qualche collaboratore sotto al naso (pardon: davanti allo schermo), ce l'avrai pur bene anche tu, o no?

E quanto alla tua chiusa, mi spiace contraddirti, ma se sei almeno un po' dentro alle questioni FIEG-FNSI, ti renderai conto che non è di flessibilità che questo Paese ha bisogno, bensì di più diritto.
Un parola semplice, un significato antico. Forse desueto in questo contemporaneo medioevo.
Che gli articoliuno non me ne vogliano, ma devo dire una banale verità: è proprio la nostra categoria che vive sul precariato, soprattutto altrui. Inpgi docet, rapporto art1: precari=1:5, manent.

Concludo questo sconclusionato post parafrasando il tuo (e mio!!) amico Max Cosmico... mi disBiagi per te.

Con stima
Thai Ler Dar Den
(giornalista precario)

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