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martedì 9 ottobre 2007

LETTERA A GRILLO, CONTRO SCHIAVI MODERNI





Gentile Beppe Grillo,

sono una giornalista del Messaggero e ho scritto un libro "Precari e contenti", che le ho inviato affinchè lei lo legga se ne ha tempo e voglia. Conosco il suo libro "Schiavi moderni" e non sono d'accordo con la sua impostazione del problema.
Nel suo libro ci sono storie di giovani e meno giovani che raccontano i loro disagi, le loro difficoltà, i loro drammi. Non li sottovaluto, anzi è proprio perché li sento molto vicini che mi sono messa di nuovo le scarpe da cronista e ho scritto il libro che le dicevo. Perché non credo, e lo dico a posteriori, cioè dopo avere consumato un bel paio di suole, che il precariato oggi sia una nuova "peste bubbonica" come lei scrive, tanto meno poi che sia stata introdotta dalla legge Biagi.
Lei, avendo fatto e facendo ancora credo l'attore, avrà sicuramente cominciato nel più precario dei modi, in anni in cui di legge Biagi nessuno aveva neanche un'idea. Sicuramente avrà dovuto sopportare difficoltà e anche, come tutti noi, umiliazioni. Ha fatto la sua gavetta. Ma con la sua bravura fuori dal comune (che le viene riconosciuta) e quel pizzico di fortuna che tutti noi sempre invochiamo, è riuscito più di altri. Come lei sa meglio di me gli attori rimangono, da sempre, precari tutta la vita. Come quelli che vogliono fare gli scrittori, alcuni dei quali, che hanno poi avuto grande successo, hanno sempre avuto l'abitudine di sopravvivere grazie alle cene scroccate agli amici e ai magnati.
Così anche i giornalisti hanno sempre fatto il lavoro nero in redazione e molti sarebbero stati disposti all'inizio anche a pagare, pur di arrivare a toccare una macchina da scrivere. Io, tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, ero tra questi, ma allora gli editori avevano già il terrore degli "abusivi" in redazione, e costringevano i collaboratori a scrivere il loro pezzullo occasionale da casa e poi a portarlo a mano (non esistevano ancora i computer). Ho visto gente fare questa vita per anni, e poi magari non essere assunti. E non esisteva la legge Biagi.
Come lei sa negli anni Ottanta la disoccupazione in Italia era oltre l'11 per cento e tutti noi laureati vivevamo l'incubo della disoccupazione giovanile. Cosa avrei dato allora per un "lavoretto" anche in un call center! Invece, nella fretta di mettere insieme uno stipendio (e in attesa di realizzare le mie più alte ambizioni) lavorai d'estate in una fabbrica in Inghilterra, poi come ragazza alla pari (sempre in Inghilterra), e finii anche a vendere l'Enciclopedia Britannica in Italia. Sa come la vendevamo? Stando in un ufficetto con l'elenco del telefono davanti: telefonavamo a decine di persone il cui nome "ci ispirava". Ogni tanto riuscivamo a strappare telefonicamente un appuntamento e, tra tanti appuntamenti, vendevamo un'enciclopedia...che poi la Britannica non è neanche tanto male. Se non vendevamo niente le nostre giornate di telefonate non valevano neanche un rimborso spese (che non era previsto).
Tanti di noi in quegli anni hanno lavorato anche come abusivi all'università, dove aiutavamo i professori con esami e seminari. Gratis e in nero. Eravamo sfruttati, certo. Io compravo solo libri usati e mai cambi di biancheria. Ma ho passato così uno tra i peridodi più felici della mia vita. Poi ho trovato un lavoro fisso, e ho pianto per mesi perché mi sentivo in gabbia. Sognavo solo di andarmene, anche a costo di lavorare meno e senza garanzie sul futuro. Ci ho messo sei anni (dalla laurea) ad arrivare al Messaggero. Senza raccomandazioni. Ma non ho fatto niente di eccezionale, tutti abbiamo avuto percorsi più o meno tortuosi.
Di tutto ciò parlo nel libro e soprattutto racconto storie di giovani che rappresentano in larga parte degli esempi "positivi". Perché hanno acchiappato, spesso con fatica, le opportunità che ci sono nel mercato del lavoro. Un mercato del lavoro tra i peggiori del mondo occidentale, vorrei dirlo, ripeterlo e sottolinearlo. Ma non per colpa della legge Biagi, che invece ha regolato molte situazioni, e aveva proposto strumenti (in gran parte non attuati) per una maggiore trasparenza e fluidità di un mercato che ha vizi e rigidità antiche. Vogliamo parlare di nepotismo, raccomandazioni, scarsa valorizzazione del merito, del talento? Credo però che rispetto al passato, anche recente, rispetto a 20 anni fa, qualche miglioramento ci sia stato.
La mia personale ambizione sarebbe di contribuire a fare sì che ci possa essere qualche altro miglioramento, qualche opportunità in più, sia per i più bravi (che comunque se la cavano sempre) sia per i meno fortunati. Ecco perché ho scritto quel libro. Ci sono dentro anche tante cose sulle quali qui ovviamente non mi posso dilungare. E non ce ne sono tante altre, che forse avrebbero dovuto esserci, ma che tutti noi trascuriamo, come spiego nella prefazione e anche nelle conclusioni. Perchè allora non ci confrontiamo su queste cose? Perché non legge il libro e mi dice cosa ne pensa?
Distinti saluti
Angela Padrone

lunedì 17 settembre 2007

I LIBRI, LA SCUOLA E GRILLO





AGGIORNATO
Lo so che sono assente. Ma sono giornate dure....è uscito il libro (Precari e contenti), lo devo vendere porta a porta... ;-D poi c'è il lavoro (12-13 ore al giorno che volete che sia) e poi...è iniziata la scuola!

Allora, intanto il libro: si perde tempo ad andare a vedere nelle librerie se il libro c'é e come è messo! Scherzo ovviamente, ma vi garantisco che l'altra sera in una libreria di Roma mi sono messa a cercarlo invano. Poi l'ho chiesto, e tre (dico 3!) lavoratori della libreria si sono messi a rovistare di buona lena. L'hanno trovato un quarto d'ora dopo, in uno scaffale dove non l'avrebbe dissotterratto neanche un archeologo. Ovvio che così un libro non si vende. Però c'è poco che io posso fare. Voi, sì.

L'altra cosa che mi sta assorbendo è la scuola. Mia figlia va in prima media, per la prima volta in una scuola italiana. Bè, per la prima volta nella sua vita mia figlia vuole dormire con me la notte, la mattina dice "che noia, mi tocca andare a scuola". E pensare che lei è una che aveva coniato la frase: "Disprezzo l'estate", perché le mancava la scuola. La "sua" vecchia scuola, dove si divertiva. Purtroppo troppo spesso la scuola italiana non entusiasma. E non potrebbe fare errore peggiore.

Poi c'è Grillo. Quando apro internet cerco Grillo o i "contro Grillo" e perdo molto tempo perché si legge di tutto. D'altra parte sono "affascinata" da questo fenomeno, da questo contagio di massa, come in passato già è successo e non è che sia mai finita molto bene. Comunque in Italia e sui mass media tutto stufa molto rapidamente: stufano anche le guerre e i bombardamenti, figuratevi Grillo!

In alto il banner "contro grillo", trovato sul vecchio blog di francesco costa, sorprendente giovane blogger, che già un anno fa aveva capito la situazione

mercoledì 12 settembre 2007

TRA LA FIOM E GRILLO...SI PERDE LA RAGIONE



La Fiom ha bocciato l'accordo sul welfare...di per sé non vorrebbe dire, perché la Cgil invece l'aveva approvato, anche se turandosi il naso. Però, come dice Giuliano Cazzola sul sito, le fabbriche più blasonate, la sinistra "reazionaria" ne trarranno nuovi spunti. Si sta creando una contrapposizione che non so come possa reggere all'interno del governo, che si divide e si agita a ogni nuovo tema. Si approfondiscono le differenze tra una sinistra"liberista", che pensa, attraverso nuove strade, di raggiungere una maggiore giustizia sociale (che tuteli tutti come cittadini e non solo come iscritti al sindacato, o operai, o lavoratori), e una sinistra appunto "conservatrice" che si muove su slogan e parole d'ordine non sempre applicabili alla realtà, quando non proprio controproducenti (come la lotta contro la legge Biagi, che se abolita potrebbe far ricrescere la disoccupazione).
In tutto ciò trovo veramente deprimente tutto il parlare di Beppe Grillo, anche se capisco che su Internet è impopolare dirlo. Non sempre internet, mezzo democratico, si dimostra adatto alla riflessione e all'approfondimento. Io però credo che dobbiamo provarci, senza snobismi. Segnalo comunque l'articolo di Scalfari di Repubblica di oggi che a parte il titolo (quasi lusinghiero per Grillo) espone i vizi nazionali di individualismo anarchico che all'Italia non hanno mai portato molta fortuna. Su una cosa non sono del tutto d'accordo con lui: quando dice che l'anarco-individualismo è nemico dell'autorità... In realtà questo atteggiamento tutto italiano è di chi ha spesso fin troppo paura dell'autorità: davanti la ossequia e la teme, e dietro la sbeffeggia. Perché non la sente propria, perché non capisce che in democrazia l'autorità origina da lui stesso e non solo nel voto, ma anche nei comportamenti quotidiani. Bella la citazione di Grossman e del principio di responsabilità, che chi legge questo blog sa è uno dei miei temi ricorrenti. Ricordo anche che qualche giorno fa Mario Ajello sul Messaggero raccontava come già D'Annunzio, prima del Fascismo, amasse rovesciare pitali (veri o metaforici poco importa) sul Parlamento. (Nella foto D'Annunzio con Mussolini). Sappiamo com'è andata all'allora fragilissima e sgangherata democrazia.
Prima Grillo mi faceva anche ridere, poi ho cominciato a pensare che stesse esagerando e ogni tanto la facesse un po' fuori, ora credo che stia facendo del male a quelli che ingenuamente lo seguono.
Spero che sia chiaro il collegamento tra le sempre più gravi contrapposizioni nella maggioranza e il tema grillo. Se non è chiaro, riflettete.




lunedì 10 settembre 2007

"LARGO AI GIOVANI".... FA VERAMENTE RIDERE




Non vorrei parlare di Grillo: leggendo i giornali di ieri e oggi...sono contenta di avere scritto quello che c'era da dire il giorno prima.


Insisto che Grillo è lo specchio di noi italiani: incarniamo proprio i vizi che critichiamo, come Grillo. Poi, come ho detto, non credo che lui ora fondi un partito: il suo partito funziona benissimo così, non rischierà di sottoporsi a regole che lo penalizzerebbero. Quindi, basta con Grillo per ora.




Sono stata invece colpita da un articolo sul Sole 24 Ore di ieri a cui purtroppo non ho il link perché ieri il mio computer era fuori uso...Allora, Elsa Fornero, docente di Economia a Torino ed esperta di pensioni e previdenza, firma sul Sole: "Noi vecchi di 59 anni non ci sentiamo da rottamare". Il ragionamento è quello che avevo fatto in un mio post di qualche tempo fa sul Patto generazionale: tutti invocano l'"eliminazione" dalla scena politica e dai posti di responsabilità dei sessantenni, per fare largo ai giovani, poco rappresentati, costretti ancora a fare anticamera a 40 anni. Poiché in Italia si procede per slogan e con sprezzo del ridicolo, va di moda (anche tra i settantenni) dire "largo ai giovani". Attenti, perché questi atteggiamenti rischiano di finire in una sorta di razzismo, per non dire di peggio. L'argomento è di quelli che mi appassionano, anche se per fortuna sono ancora abbastanza lontana dal traguardo della rottamazione (ma il tempo corre , nn so se ve ne siete accorti!) e ci ho dedicato parecchi post. Tra questi vi segnalo quello su Coalizione generazionale, che invece mi trova del tutto d'accordo ed è un'iniziativa di giovani che si danno da fare per conquistarsi spazio.

Allora, scrive Elsa Fornero (che se aprite la sua pagina web vi guarda con aria quasi da ragazzina, altro che vecchia): "Non posso nascondere il mio sconforto: con 59 anni faccio parte della fascia d'età incriminata, sono donna e ho dedicato la mia vita professionale (universitaria) all'insegnamento dell'economia (ricavandone grandi soddisfazioni), e allo studio dei sistemi previdenziali (ricavandone talvolta l'impressione di fare qualcosa di socialmente utile e non di predicare soltanto). Dovrei lasciare? Ne avrebbe qualche vantaggio la società?" Giustamente prosegue: il merito e la capacità non si dividono per categorie", cioè, non è che i giovani sono sempre ok e i vecchi sempre un peso. Per di più una donna già ha vissuto su di sè varie forme di discriminazione: "Le donne della generazione di mezzo - scrive Fornero - sono state vittime di gravi esclusioni: dal mercato del lavoro perché era naturale che stessero a casa a fare e allevare figli; dalle progressioni di carriera, perché c'era sempre un maschio più meritevole; dal potere economico e dalla politica perché questa era, ancora per definizione, una faccenda da uomini. Ora che la sensibilità sta cambiando e qualche porta si apre anche per queste donne, bisognerebbe chiuderla subito per fare largo ai giovani". Assurdo. Folle, direi criminale. L'ultima considerazione è la più ovvia ma non si sa perché nessuno la considera: ma come, si discute di alzare l'età pensionabile, si auspica un allungamento della vita lavorativa, si prevede un ulteriore allungamento della vita media, (oggi Veronesi prevede per le bambine degli anni 2000 103 anni di aspettativa di vita) e poi si vogliono rottamare persone di 60 perfettamente sane e vitali, forti del loro carico di conoscenze ed esperienza! ?




Queste considerazioni sono talmente evidenti che avvilisce doverle fare. Eppure, anche qui, come nel caso di Grillo, lo slogan, la frase fatta funziona meglio di un piccolo ragionamento. Avanti ai giovani, e via. Credo invece credo che se in Italia i giovani non trovano spazio è colpa di un sistema troppo rigido e poco meritocratico. E' per questo che i giovani dovrebbero battersi: più flessibilità a tutti i livelli e più meritocrazia, altro che posti garantiti a scapito dei sessantenni. Facciamo ridere il mondo. Ah, dimenticavo: quella è la nostra specialità (vedasi vignetta di Arnald)

venerdì 7 settembre 2007

"SVENTURATO IL PAESE CHE HA BISOGNO DI UN COMICO COSI'"



Non so se Walter Veltroni aderisca veramente al V-day, come si dice sul sito di Beppe Grillo: nel video si vede un Veltroni imbarazzato che dice di essere d'accordo con la proposta di legge di non ammettere più in parlamento i politici condannati in via definitiva. E chi non è d'accordo? Walter non dice di più. Ma il V-day è certamente di più: è la prova generale della forza politica di Grillo, l'ex strepitoso-comico ora tribuno-del-popolo che predica bene e razzola male. Domani ha convocato il suo popolo nelle piazze per mandare "affanculo" i politici e quant'altro. Sicuramente sarà un successo e si dice che poi probabilmente Grillo si candiderà al Parlamento Europeo nel 2009. Vista la sua attuale popolarità io credo che non gli convenga, e lui lo sa. Io ho già detto che Grillo mischia di tutto nel suo calderone: giuste denunce (casi Parmalat e Telecom) e demagogia da quattro soldi. Purtroppo la politica italiana è talmente mal ridotta da avere lasciato tutti questi spazi vuoti... e gli italiani che lo seguono non vedono l'ora di lasciarsi andare a sfoghi ribellistici, un po' come lo sciopero fiscale di Bossi che fa leva sulla stanchezza di tutti noi che paghiamo le tasse anche per gli evasori e per chi spende e spande i soldi pubblici. Masaniello è sempre nel nostro dna: ci comportiamo sempre come il popolo oppresso dall'invasore e mai come artefici del nostro destino. Se qualcno accenna a ragionamenti un po' più complessi o analisi che vanno in direzione opposta ai luoghi comuni nel migliore dei casi lo ignoriamo.
D'altra parte, come scrive Emilio Marrese sul Venerdì di oggi, "gli italiani non aspettano altro che essere trattati come povere vittime del sistema".
Pazienza poi, come si legge nello stesso articolo, che la società di Grillo Gestimar abbia usufruito del "condono tombale" di Tremonti per chi aveva evaso le tasse...pazienza che Grillo (prosegue l'articolo) sia stato condannato a un anno e tre mesi per omicidio colposo per un disgraziato incidente d'auto nel quale morirono tre persone, pazienza che Grillo sia stato accusato da un suo ex collaboratore, Piero Ricca, di averlo sfruttato in nero e poi cacciato, nonostante la battaglia di Grillo per i poveri precari.... "Sventurato il Paese che ha bisogno di un comico così", dice il settimanale tedesco Spiegel, citato sempre dal Venerdì.
Sui precari tra l'altro, due giuristi di alto livello come Michele Tiraboschi e Pietro Ichino, hanno criticato duramente il libro fatto di testimonianze "Schiavi moderni". Tiraboschi, come già raccontato qui, si è indignato per una prefazione "alla Caruso", nella quale si dice che la legge Biagi ha introdotto in Italia la "peste bubbonica del precariato"; ha anche contestato che le storie raccontate siano pertinenti. Ichino invece ha perfino sfidato Grillo a un confronto pubblico, sostenendo che neanche una storia di quelle contenute nel libro fosse addebitabile alla legge Biagi. Ma non mi risulta che il comico abbia raccolto nessuna delle due critiche, né la sfida a un pubblico confronto. Molto più facile invitare gli italiani al tipico sfogo del "vaffanculo-day". Ma ricordiamo che se ci sono politici condannati in Parlamento la colpa è di chi li ha eletti (oltre che dei partiti che li hanno candidati).
E visto che agli italiani piace dire "vaffanculo" e poi tornare a casa soddisfatti e tenersi tutti i vizi nazionali, Grillo li accontenta.

giovedì 16 agosto 2007

GRILLO ACCETTERA' LA SFIDA DI ICHINO?




Vedremo se Grillo raccoglierà la sfida del professor Ichino a discutere pubblicamente di precariato e di legge 30...ho visto che anche sul sito di Grillo molti lo incitano ad accettare. Però poi ho continuato a leggere...e devo dire che il blog di Grillo sembra l'arena degli antichi romani. Apparentemente mancano i leoni, ma è un posto da bestie feroci. Adesso si è inventato il V...day, che sarebbe il vaffanculo day. Ma vi sembra tanto trasgressivo? Vi sembra tanto furbo fare numero per mandare a...chi poi ? chi governa? Purtroppo è come mandare a quel paese...se stessi. E l'impressione che ricavo leggendo i post di molti sul blog di Grillo è esattamente questa: di persone che mandano a quel paese se stessi, che giocano al tanto peggio tanto meglio e che non hanno mai avuto la sensazione che il mondo in cui vivono dipende anche da loro. Si invocano grandi riforme, palingenesi, dirigismo stile sovietico, tutto e il contrario di tutto. E sempre questa necessità di trovare "un" colpevole che liberi tutti gli altri dalle colpe. Sempre la ricerca della vittima sacrificale, del capro espiatorio. Eppure parliamo di tanti giovani che si vantano di avere studiato, che forse hanno viaggiato, ma che sentono per lo più l'esigenza di vomitare sul prossimo, su stessi, su tutto. Soprattutto che non si sentono parte di una comunità, che non si sentono responsabili in prima persona di ciò che accade a loro stessi e al loro paese. Grillo sfrutta tutto ciò con una maestria quasi ipnotizzante, a un altro verrebbe il capogiro. Adesso sarà contento perché porterà una bella folla a gridare "vaff..." Complimenti. E poi? Tutte queste persone si ritroverano più tristi e incattivite di prima,...e che avranno ottenuto? Già, ma che gliene importa a Grillo? Scusate lo sfogo.

giovedì 9 agosto 2007

CARUSO, GRILLO E IL BENE DEI LAVORATORI


Le morti sul lavoro, come molti esperti hanno sottolineato, nascono dall'illegalità, dal lavoro nero e dalla mancanza di misure di sicurezza (previste nelle leggi), sulle quali ci sono troppo pochi controlli. Come in molti altri casi italiani, le leggi ci sono, il guaio è che troppa gente le calpesta, chi deve controllare a volte non lo fa, o non viene messo nelle condizioni di farlo. Su questo è difficile dissentire. Per combattere i rischi sul lavoro bisogna che il lavoro non sia illegale, si svolga in sicurezza, tuteli il lavoratore.
Cosa c'entra tutto ciò con Marco Biagi e Tiziano Treu? Come può questo Francesco Caruso dire delle frasi di cui non riesce neanche a valutare il peso, ammesso che ne valuti il significato? Ho molto tentennato prima di scrivere, oggi. Ho sentito che Caruso ha detto che Treu e Biagi sono degli "assassini" e che è colpa loro se avvengono incidenti mortali sui luoghi di lavoro. Ero molto incerta se scrivere, per vari motivi.
Primo: quella frase, quel concetto è una tale enormità, rivolta a due persone delle quali una è morta, uccisa, e ancora spesso tirata in ballo indebitamente per i problemi del mercato del lavoro che aveva cercato e voluto contribuire a risolvere o quanto meno migliorare; è una tale enormità pronunciare una frase del genere che verrebbe voglia di tacere, chiudere gli occhi e sperare che la gente dimentichi. Ma non sarebbe giusto.
Secondo: le leggi sul lavoro di Tiziano Treu e di Marco Biagi hanno tentato, e solo in parte sono riuscite, a "regolamentare" il lavoro, a far emergere il lavoro nero, a dare tutele ai lavoratori più deboli e una cornice di legge a nuove figure lavorative emerse in tutto il mondo . Il loro intento, in modi e misure diverse, era proprio dare garanzie, aiutare il lavoratore. Se ci sono realtà illegali nelle quali la legge non viene rispettata, la colpa non è certo di chi ha fatto la legge, al contrario.
Terzo: purtroppo gli incidenti sul lavoro avvengono in tutto il mondo, occidentale e non. In Italia sono in leggera diminuzione, grazie alle leggi e alle campagne anche di stampa, degli ultimi anni. E' stata ora varata una nuova legge (anche se credo che nulla valga i controlli). Perché non ci si concentra sulle cause di queste terribili vicende, invece che parlare a vanvera? Si crede di fare un favore a qualche lavoratore? Temo di no.
Ultimo punto: il presidente Napolitano è intervenuto per dire che è indignato per le parole di Caruso. Meno male. Avrebbe forse dovuto anche leggere, prima di far scrivere un bigliettino di ringraziamenti formale al suo ufficio pubbliche relazioni, il libro di Beppe Grillo "Schiavi moderni", nel quale si scrive che la legge Biagi è la "moderna peste bubbonica che ha introdotto il precariato in Italia". Questa frase non è molto diversa da quella di Caruso. E non aiuta neanche un solo lavoratore. E' solo demagogica, tende a consolare chi ha delle difficoltà, senza porsi il problema di come si può migliorare. A me, che negli anni non ho mai smesso di prendere a cuore le vicende di tanti giovani che vogliono entrare nel mondo del lavoro, dà una tristezza infinita.

giovedì 12 luglio 2007

"CARO GRILLO, SONO UNO STUDENTE PRECARIO..."


Mi prendo una tregua dal tormentone-scalone per segnalare una lettera pubblicata su uno degli ultimi bollettini on line della Fondazione Marco Biagi. E' indirizzata a Beppe Grillo. E l'ha scritta uno studente precario, che non si riconosce nella visione apocalittica, ma al tempo stesso conformistica, del vostro tribuno del popolo.
"Gentile sig. Grillo,
mi permetto di scriverle dopo aver letto il Suo intervento, introduzione al libro “Schiavi Moderni”, pubblicato anche sul Bollettino ADAPT, della Fondazione Marco Biagi...
Sono uno studente di quasi 30 anni; ho lavorato (da prima della laurea) sempre con contratti di
collaborazione (alcuni dei quali, peraltro, anche ben remunerati), tuttora - dopo una scuola di
specializzazione triennale ed un dottorato - sto continuando il mio “apprendistato” in università; ed ho subito anch’io l’umiliazione di vedere respinta una richiesta di finanziamento per l’acquisto di un’auto perché “lavoratore precario”. La cosa curiosa è che ho dovuto chiedere ad un amico (insegnante presso una scuola statale) che guadagnava circa la metà del mio compenso di garantire la solvibilità, e solo con il suo intervento ho potuto accedere al finanziamento…
Ecco, da questa vicenda dell’auto emerge un punto della questione che a me sembra sottovalutato: a fronte di cambiamenti sociali ed economici del lavoro (i cambiamenti giuridici dirò poi che non sono così rilevanti) non sono corrisposti analoghi cambiamenti sociali ed economici di ogni altra branca della società: e soprattutto non è cambiata la cultura. Per cui continuano (le banche, i nostri genitori, gli intellettuali, di molti dei quali pur apprezzo il fervore, perché sono persone sincere come Lei, che si atteggiano a difensori di noi giovani) a trattare i nostri lavori come non lavoro: si è innescata una psicologica “trappola della precarietà”,
la cui unica via di uscita per ognuno di noi sembra essere il comodo “posto statale”, magari al comune, così non saremo costretti a fare troppa strada e potremo tornare a pranzo a casa.
Per anni mio padre, a fronte delle esperienze lavorative (tutte molto belle, a mio giudizio) che ho
vissuto, ha continuato a dirmi: “sì, è molto bello quello che fai... ma che ne pensi di fare qualche concorso, così il 27 del mese hai la certezza di una goccia continua?”. Solo qualche tempo fa, affrontando la questione in maniera un po’ più decisa, gli ho fatto presente che era per me umiliante questa sua continua solfa, che implicava un postulato, e cioè che possa dirmi professionalmente realizzato solo se raggiungo l’agognato “posto fisso”.
Questo solo io so: che lavorare, magari non con tutto l’apparato di tutela previsto per il lavoro
subordinato a tempo indeterminato in una grande impresa o al comune, è sicuramente meglio che non lavorare. E che anche lavorando come lavoratore a progetto o co.co.co. non mi è impedito di esprimere le mie capacità e la mia personalità.
Mi permetto poi, senza voler entrare nel merito, far notare che il lavoro parasubordinato non è stato inventato dalla riforma Biagi; che di esso c’è traccia in provvedimenti che risalgono agli anni ’60; che è dal 1995 che sono “esplose” le co.co.co; che la riforma Biagi ha sicuramente introdotto dei vincoli (poi si potrà dire che sono troppi o pochi, ma sicuramente ha introdotto dei vincoli e delle garanzie); che è quanto meno approssimativo (come Lei dice: absit iniuria verbis!) che “la Legge Biagi ha introdotto in Italia il precariato”; che la fuga dalla subordinazione è proporzionale alla rigidità del tipo (tanto più si “blinda” il rapporto di lavoro subordinato tanto più si cerca di evadere dalla onerosità - non solo o non tanto economica - che il tipo ex 2094 c.c. implica). A me sembra che appuntare l’attenzione sul precariato (parola che ultimamente con stupore ho visto comparire anche nelle leggi dello stato) in alcuni ha il solo fine di esacerbare gli animi, contribuendo a diffondere quel meccanismo della trappola della precarietà di cui
dicevo. Piuttosto, è opportuno che ci si inizi ad educare sul valore del lavoro, a percepirlo come possibilità e capacità di costruzione, ad iniziare a sentire il lavoro per quello che è, e cioè espressione della propria personalità o - come dice la nostra Costituzione - “attività o funzione che concorre al progresso materiale e spirituale della società”. Invece, sembra che taluni vogliano dire che questa possibilità sia condizionata solo ad alcuni modi.
Da ultimo, mi permetto di farLe notare che il vero sfruttamento di certe tipologie avviene in maniera veramente odiosa nel pubblico impiego, allo scopo di aggirare i vincoli alle assunzioni che da qualche anno son sempre inseriti in finanziaria; poi, in genere, dopo qualche anno di sfruttamento dei co.co.co. di turno, vengono banditi dei concorsi loro riservati, con ulteriore fraudolenta violazione dell’obbligo costituzionale di assumere tramite concorso. Con l’effetto poi che chi è assunto così, dopo aver superato un periodo di prova che dura anni (e non sei mesi, come direbbe la legge), si trova spesso rancoroso e già sfiduciato…
Inoltre, i lavori “non standard” sono particolarmente diffusi tra quei datori di lavoro il cui
committente è (a volte esclusivamente) l’ente pubblico, che impone come criteri per le commesse quello del minore costo: e le imprese labour intensive, per vincere le gare di appalto abbattono il costo più rilevante, ossia quello del lavoro, anche per preservarsi dalla improvvisa cessazione dell’incarico. Ed io, nella mia pur breve esperienza, non ho mai visto un capitolato d’appalto che imponga determinati standard della qualità del lavoro: evidentemente, certi contratti di lavoro convengono anche (o forse soprattutto) all’appaltante ente
pubblico.
Quindi, forse, gli strali che pur giustamente scaglia, andrebbero indirizzati altrove.
Perdoni questa mia; Le assicuro che non è mero esercizio di stile, è solo che, come dicevo dianzi,
culturalmente c’è qualcosa da cambiare nella percezione di cosa sia il lavoro, cosa sia lavorare (e Glielo dice uno che quando aveva 16 anni non ha disdegnato di fare il manovale, e durante l’università ha di continuo lavorato per mantenersi agli studi); volevo – direi quasi con pudore – esprimerLe il mo fastidio per una certa maniera di parlare del lavoro (e del lavoro degli studiosi che hanno contribuito a redigere la riforma Biagi) e suggerirLe una riflessione secondo un’altra visione prospettica.
Prenda questa mia paginetta come un (umile) tentativo di amicizia…"
…Vincenzo P.



martedì 12 giugno 2007

GRILLO, BIAGI E L'ETERNO RITORNO DELLA COLONNA INFAME








Dagli all'untore, dagli alla legge Biagi...Dopo aver parlato di Grillo e della legge Biagi sono andata a ricercare "Storia della colonna infame" di Alessandro Manzoni. Chi vuole, tramite il link la può leggere tutta. Oppure leggere una sintesi qui.
Tutti conoscono il fine del racconto: dimostrare come il sospetto, il pregiudizio e l'ignoranza, per propria colpa, possano uccidere, assolvendo il resto della società. La stessa storia che si è ripetuta con gli ebrei, le streghe, gli omosessuali, i girolimoni vari. La gente ha sempre avuto bisogno di credere che ci fosse qualcuno, un singolo o una categoria di "diversi", responsabile delle proprie disgrazie. Di solito per potersi più comodamente autoassolvere e non perdere tempo ed energie nell' analisi, spesso complicata, dei problemi. E si è sempre fatto avanti qualche zelante per eseguire le sentenze di condanna, dare soddisfazione al popolo e raccogliere gli applausi.
Più recentemente, la figura del capro espiatorio (cfr "capro espiatorio" in Wikipedia) è stata sfruttata in modo esilarante da un celebre scrittore francese, Daniel Pennac, nel suo libro "Il paradiso degli orchi" e nei suoi seguiti. Il supermercato, immaginato da Pennac, assume una persona (Malausséne) per svolgere il ruolo di capro espiatorio di fronte ai clienti che chiedono risarcimenti per qualche acquisto rivelatosi difettoso. Così Malaussène si prende tutta la colpa e il supermercato si salva.
Non dico niente di nuovo, ma a volte rileggere è benefico. Anche perché queste cose uno come Grillo le sa benissimo. E dire "dagli all'untore" su Internet è molto peggio di come si faceva nel Seicento.








venerdì 8 giugno 2007

BEPPE GRILLO, FURBETTO DEI PRECARI



Stavolta Grillo ha esagerato. Il tribuno del popolo sfrutta senza delicatezza un argomento sensibile, le difficoltà dei giovani sul mercato del lavoro. Attacca la legge Biagi a colpi bassi, e utilizza le stesse parole d'ordine di chi infanga la memoria di un professore (che aveva a cuore la difesa dei giovani), ucciso in modo non solo barbaro, ma soprattutto inconcepibile.

Michele Tiraboschi, allievo di Biagi e suo continuatore, dopo avere letto la prefazione al libro di Grillo "Schiavi moderni" (fatto semplicemente mettendo insieme lo sfogo di tante persone sul blog di Grillo, e premettendo una smilza e frettolosa introduzione) ha deciso di fargli le pulci. Nel bollettino della fondazione Biagi n. 23 , questa settimana scrive:


"Come prova lampante dei misfatti della legge Biagi - quella legge che per Grillo ha inventato il precariato, e cioè quella "moderna peste bubbonica che colpisce i lavoratori (che) prima non c'era adesso c'è" (sic) - si riporta la testimonianza di un ragazzo che però, se leggiamo con attenzione, ha iniziato le sue peripezie nel mercato del lavoro nel lontano 1994. Ebbene a noi risulta che la legge Biagi sia entrata in vigore nel 2003. Qualcuno allora non sa contare o, se sa contare, è chiaramente in malafede. Ma c'è di più. Questo ragazzo cita anche il caso, più recente, della fidanzata che "lavora gratis, da più di un anno" nella Pubblica Amministrazione "con una promessa di avere un contratto Biagi!" Forse il ragazzo non lo sa, ma il Tribuno del popolo dovrebbe saperlo: la Biagi non trova applicazione nella Pubblica Amministrazione!" Continua Tiraboschi esasperato: "Certo avremmo potuto fare finta finta di niente anche questa volta e stare zitti, consapevoli che sfidare i Tribuni del popolo è sempre difficile se non impossibile. Si tratta pur sempre di potenti, e Beppe Grillo è sicuramente un uomo non solo influente ma anche molto potente (la multinazionale dei furbastri, direbbe in questo caso una nostra cara amica). E così abbiamo fatto in questi giorni , cercando di consolarci con il recente rapporto Ocse (vedi post e link del 4 giugno su questo blog) sull'Italia, dove si legge a chiare lettere che le riforme del lavoro degli ultimi anni hanno contribuito "in modo impressionante" (non da sole, ovviamente) a creare oltre due milioni e mezzo di posti di lavoro. (...) Tutti sono liberi di pensare quello che credono della legge Biagi e ovviamente anche di contestarla e disprezzarla. Sarebbe però importante intervenire su questo tema così complesso e delicato solo quando si ha qualcosa di valido e serio da sostenere. Messaggi deresponsabilizzanti e mistificatori, che esasperano gli animi, non solo non aiutano a risolvere i problemi, ma possono anche convincere qualcuno, come di fatto è avvenuto, che tutto sommato la morte di Biagi era qualcosa di scontato e comprensibile."

Tiraboschi aggiunge una testimonianza che fa venire lo scoramento: qualcuno gli ha mandato pochi giorni fa il libro di Biagi con questo messaggio: "Grazie Marco, sarai sempre in tutti i cuori dei disoccupati" Ora, se c'è una legge che può avere tutti le colpe del mondo ma non quella di aver creato disoccupati, è la legge Biagi. Però attenzione: quando in una società si individua un capro espiatorio, si può superare qualsiasi limite. Ebrei, musulmani, streghe, untori, e chi ne più ne ha più ne metta. In questo caso il limite si è già superato, perché Biagi è morto, ma al peggio non c'è mai fine, soprattutto se chi ha potere rilancia certe falsità, da vero furbetto del quartierino.


Aggiungo che nel bollettino Adapt troverete anche la testimonianza di un collaboratore di Grillo, Piero Ricca,( di cui ho parlato anch'io in un post dell'11 aprile), precario sfruttato e poi scaricato da Grillo. Della serie: quando il tribuno predica bene e razzola male...

mercoledì 11 aprile 2007

GRILLO SOTTO ACCUSA PER I PRECARI


I precari, i giovani e il lavoro: temi che strappano il facile applauso e su cui Beppe Grillo si esercita ormai da parecchio tempo. Poveri precari, dice Grillo, e lì tutti a spellarsi le mani. Quanto a capire complessità, problemi e soprattutto come i giovani si possono muovere su un difficile mercato del lavoro...certo non è il suo mestiere. Dopodiché, qualche tempo fa leggo su un blog la protesta di un ex collaboratore dello stesso Grillo, Piero Ricca, che racconta sul web come sia stato sfruttato, mantenuto precario (anzi precarissimo) dal suddetto celebre datore di lavoro, e poi scaricato senza tanti complimenti, quando ha insistito per essere regolarizzato. Oggi si può leggere un articolo di Paola Setti su Il Giornale, che riassume tutta la vicenda, sotto il titolo "Io precario, licenziato da Beppe Grillo". Ora, come non condividevo le crociate a senso unico di Grillo, non so neanche se la ragione stia tutta dalla parte di Ricca. Ma, come si vede, vale sempre il principio: chi è senza peccato... Occupiamoci invece di migliorare il mercato del lavoro per i giovani, senza demonizzare flessibilità e precariato.

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