martedì 31 luglio 2007

LA GLOBALIZZAZIONE E IL NOSTRO LAVORO



AGGIORNATO
Chi di noi, di fronte ai ripetuti scioperi del personale Alitalia nei mesi scorsi, non si è chiesto quale logica perversa guidasse queste agitazioni? Una compagnia sull'orlo della catastrofe, che dovrebbe solo sognare un salvatore su un cavallo bianco, perché deve affossarsi ancora di più con le proprie mani? Questo concetto, da me espresso molto rozzamente, viene sviluppato magistralmente da Pietro Ichino sul Corriere di oggi. La domanda chiave della riflessione di Ichino, in sostanza, è: perché il sindacato moderno non cerca di sfruttare i vantaggi della globalizzazione, chiedendo ai migliori imprenditori del mondo di farsi avanti, e chiedendo di discutere anche nuove e più avanzate soluzioni nell'organizzazione del lavoro, nelle relazioni industriali, nell'entità e nella struttura delle retribuzioni? Non si potrebbe in questo modo fare il bene dei lavoratori, invece di costringerli sempre ad adattarsi e a subire le novità, senza averle minimamente governate? La domanda purtroppo finisce per essere retorica .




In proposito vorrei qui raccontare un esempio illuminante: una mia amica è "quadro" in una grande banca che una volta era pubblica e ora ha visto l'ingresso di un importante gruppo francese. Molti suoi colleghi hanno prima subito il cambiamento con preoccupazione, poi con qualche svantaggio e rassegnazione. Per lei, che è brava, intelligente, flessibile e conosce varie lingue, è stata una grande occasione di crescita. Lavora più di prima ma la sento sempre molto soddisfatta. Ecco, mi sembra che questa sia la differenza tra governare i cambiamenti sul lavoro, e sfruttarli, o subirli.

3 commenti:

Arnald ha detto...

Diciamo che, come tu sai, per certi versi posso anche essere d'accordo. Per esmpio sul fatto di far tornare il lavoro e l'attività professionale un momento di "piacere" e di crescita piuttosto che un doloroso passatempo quotidiano. Tuttavia, mentre il nostro Ichino rifletteva sui massimi sistemi, stamattina io ragionavo sul declino che al nostra società non vede nemmeno più. Declino di cui il lavoro è parte fondamentale. Mi è bastato non avere la musica nelle orecchie che mi distraesse o un libro da leggere per osservare lo stato dell'autobus in cui viaggiavo. Sporco, maleodorante, invivibile. Succede lo stesso sui nostri treni e ci vien voglia di maledire chi dovrebbe pulirli o chi li guida. E qui si torna a bomba sul problema. La tua amica vede il cambiamento nel lavoro come un momento di crescita perché non subisce l'umiliazione quotidiana di lavorare troppo senza speranza. Una donna che fa le pulizie per qualche merda di società privata che ha vinto un appalto a suon di ribassi e mazzete per le fs, sa che non riuscirà mai a pulire tutti i vagoni. Sa che l'indomani una massa di viaggiatori maledetti (dal fato per dover prendere il treno e da lei perché sporcano quasi per ripicca) peggioreranno ancor di più le condizione dei suoi vagoni. Ecco che il lavoro non è più una missione, ma un girone infernale. Poi sono d'accordo sul fatto che un po' di sana (o meno) competizione fa crescere più o meno tutti. Sono d'accordo sul fatto che tra accordi sindacali e voti alla DC il nostro mondo del lavoro si è scavato la fossa ben prima della legge Biagi. Smetto di essere d'accordo con te quando non si ammette che i nostri fottuti imprenditori sono in festa al pensiero di scavalcare la nostra dignità con tutte le forme possibili di sfruttamento nascondendosi dietro la storia della mobilità, della flessibilità e della crescita. - Arnald

Arnald ha detto...

Diciamo che, come tu sai, per certi versi posso anche essere d'accordo. Per esmpio sul fatto di far tornare il lavoro e l'attività professionale un momento di "piacere" e di crescita piuttosto che un doloroso passatempo quotidiano. Tuttavia, mentre il nostro Ichino rifletteva sui massimi sistemi, stamattina io ragionavo sul declino che al nostra società non vede nemmeno più. Declino di cui il lavoro è parte fondamentale. Mi è bastato non avere la musica nelle orecchie che mi distraesse o un libro da leggere per osservare lo stato dell'autobus in cui viaggiavo. Sporco, maleodorante, invivibile. Succede lo stesso sui nostri treni e ci vien voglia di maledire chi dovrebbe pulirli o chi li guida. E qui si torna a bomba sul problema. La tua amica vede il cambiamento nel lavoro come un momento di crescita perché non subisce l'umiliazione quotidiana di lavorare troppo senza speranza. Una donna che fa le pulizie per qualche merda di società privata che ha vinto un appalto a suon di ribassi e mazzete per le fs, sa che non riuscirà mai a pulire tutti i vagoni. Sa che l'indomani una massa di viaggiatori maledetti (dal fato per dover prendere il treno e da lei perché sporcano quasi per ripicca) peggioreranno ancor di più le condizione dei suoi vagoni. Ecco che il lavoro non è più una missione, ma un girone infernale. Poi sono d'accordo sul fatto che un po' di sana (o meno) competizione fa crescere più o meno tutti. Sono d'accordo sul fatto che tra accordi sindacali e voti alla DC il nostro mondo del lavoro si è scavato la fossa ben prima della legge Biagi. Smetto di essere d'accordo con te quando non si ammette che i nostri fottuti imprenditori sono in festa al pensiero di scavalcare la nostra dignità con tutte le forme possibili di sfruttamento nascondendosi dietro la storia della mobilità, della flessibilità e della crescita. - Arnald

angela padrone ha detto...

Caro Arnald, sapessi quante volte da ragazzina rimanevo a guardare affascinata lavoratori, operai e simili...ancora recentemente ho chiamato un vecchio falegname che mi aveva fatto la libreria e che ha passato un intero pomeriggio a casa mia per risolvere un problema: non ha voluto essere pagato perché era già in pensione ma ci teneva a sistemare un suo vecchio lavoro.
Ovviamente hai ragione: in tutti i campi c'è chi proprio ti fa passare la voglia. Però ho sempre visto che l'amore per il proprio lavoro è il frutto di ragioni molteplici, di solito interiori. L'ambiente esterno può deteriorarle, ma è vero anche il contrario: come dici tu siamo spesso noi che deterioriamo l'ambiente esterno, perché pensiamo che non ci appartenga, che distruggendolo facciamo un dispetto a qualcun altro...è un discorso lungo. Purtroppo anche io ho il lavoro che mi incalza, altro che catena di montaggio...!

Google