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martedì 27 maggio 2008

LAVORATORI AZIONISTI


Negli ultimi giorni è emersa e si è cominciato a discutere dell'idea di coinvolgere di più i lavoratori nell'impresa. Il ministro Maurizio Sacconi ne ha parlato in un'intervista del 25 maggio al Corriere della Sera. L'idea viene discussa sulla voce.info da Francesco Vella in "Troppa confusione sui lavoratori azionisti". Per chi vuole orizzontarsi un po'.

venerdì 11 aprile 2008

LOTTIZZAZIONE ROSA


Gli indecisi si decidano, domenica finalmente si vota(qui accanto un fac simile per evitare errori: la croce va messa su un solo simbolo, non a metà su due, anche se sono alleati).
Siamo tutti disincantati e scettici, ma la speranza che qualcosa di buono ne possa uscire, in fondo in fondo, ce l'hanno quasi tutti. Io comunque ce l'ho. Ma pensiamo già al dopo. Chiunque vinca dovrà affrontare il problema delle donne, quello che finalmente si sta imponendo come una vera emergenza del mercato del lavoro italiano: le donne che lavorano sono poche. Ma sono ancora di meno quelle che contano qualcosa e che potrebbero veramente influire sulla gestione delle aziende.
La voce, già pensando al dopo elezioni, fa una proposta, per fortuna avanzata da un uomo: il nuovo governo dovrà fare una serie di nomine in enti e aziende controllate dallo Stato. Perché non nominare, al 50% , delle donne? L'articolo "Aspettando una lottizzazione rosa" di Carlo D'Ippoliti sottolinea: "In un momento di competizione particolarmente aspra, e perfino di rischio declino, l'Italia discrimina e rifiuta l'apporto fondamentale di competenze, capacità, conoscenze, di alcuni tra i suoi più preziosi cittadini, le donne." E ciò avviene "non per ragioni di calcolo razionale o convenienza economica, ma per motivi culturali, di carenze istituzionali, di preservazione e conquista del potere da parte di élites chiuse".


Quindi la lottizzazione dopo le elezioni si faccia, come tanto si fa, ma comprenda anche le donne. Qualche giorno fa il Corriere Economia ha fatto uno speciale con i nomi e i curriculum di donne manager che possono essere considerate ottimi candidati per questi posti nelle grandi aziende controllate dallo Stato. Un'opera intelligente e meritoria. Si aggiungano altre candidate. E non si abbia paura di sbagliare: una percentuale di nomine sbagliate è normale. Consentiamo anche alle donne di sbagliare o di rivelarsi non all'altezza. Ci sono tanti uomini che non lo sono!

sabato 15 marzo 2008

QUANTI SONO I PRECARI?


Guardate che meraviglia questa tabella sui tipi di contratti dei lavoratori, e non solo, in Italia. E' un'elaborazione dell'Isfol, contenuta in un pezzo pubblicato oggi sul sito della voce.info. Per chi ha tempo, segnalo anche il miio pezzo sul Messaggero di oggi.


Come potete vedere i contratti a termine veri e propri in Italia sono circa un milione. Poi ci sono un milione e 200 mila collaboratori, a progetto e similia, chiamati "finti" autonomi. E va bene. Siamo a 2 milioni e qualcosa. Poi ci sono "altri dipendenti"...473 mila. Azzardato, ma mettiamoli pure tra i precari. Ci vogliamo mettere altri 300 mila interinali e a chiamata? ok. Ma per quale motivo dovremmo mai metterci i part time a tempo indeterminato? O gli apprendisti? O il contratto di formazione lavoro ? O quelli che hanno un contratto di inserimento (lo dice la parola stessa) . Certo, non ci sono i lavoratori in nero e questo è il vero scandalo. Ma, come molti sostengono, il nero rischia di aumentare se si aumentano le rigidità. Ma, dimenticavo, siamo in campagna elettorale, i ragionamenti non sono all'ordine del giorno...

mercoledì 23 gennaio 2008

SCUOLA, RICCHEZZA E POVERTA'














La scuola è un elemento chiave dello sviluppo, della ricchezza e della forza di una popolazione. Al contrario, il non investimento nella scuola è un segnale di povertà. Che cosa vorrà dire il fatto che nella classe di mia figlia noi genitori siamo stati costretti a tassarci e a cucire in proprio delle tende per le finestre, altrimenti i nostri figli non potevano fare lezione per colpa del sole intenso?

Al tema scuola e lavoro è dedicato l'editoriale dell'ultimo bollettino (n. 2/2008) della fondazione Biagi, firmato da Michele Tiraboschi: "Il lavoro dei giovani e il peso del mancato raccordo tra scuola e lavoro" (publ. anche sul Sole 24 ore del 22/1/08).
Guarda caso al tema istruzione, legato direttamente alla crescita della ricchezza di un Paese, è dedicato anche uno degli articoli pubblicati ieri da la voce "Ma il sorpasso c'è", di Daniel Gros e Ilaria Maselli: la tesi è che l'investimento e i risultati del sistema di istruzione di un paese abbiano un rapporto diretto con la sua produzione di ricchezza. Per esempio la Grecia ha già raggiunto un livello di istruzione superiore a quello dell'Italia e si candida a un sorpasso che fa il paio con quello in corso (nei fatti) da parte della Spagna.

Ma torniamo all'articolo di Tiraboschi, che secondo me è particolarmente preciso nell'individuazione del problema scuola: nell'articolo si sottolineano i dati sull'occupazione con i quali è cominciato il 2008: disoccupazione al 6%, e 3 milioni e mezzo di nuovi posti di lavoro in più negli ultimi dieci anni. Dati che ci piazzano tra i migliori in Europa. Negativi invece i dati sull'occupazione totale (59,1%), molto lontani da quel 70% che l'Europa fissa come target ideale, e tasso di disoccupazione giovanile al 20 per cento. Per non parlare dell'occupazione delle donne, che ci piazza proprio tra gli ultimi. Eppure, a ben vedere, sottolinea Tiraboschi, i tassi di disoccupazione italiani riferiti a soggetti con più di 25 anni, sono "perfettamente in linea con la media degli altri Paesi, mentre peggiorano drasticamente nella fascia d'età tra i 20 e i 24 anni e ancora di più nella fascia tra i 15 e i 19 anni. Ed è qui che sta la vera anomalia italiana e, con essa, la spiegazione delle pessime performance del nostro Paese con riferimento alla occupazione givanile". Io stessa ho spesso sottlineato come, in fondo, l'età di maturazione dei giovani oggi si sia spostata in avanti, e si tenda a diventare adulti e a entrare nel mondo del lavoro e nella vita indipendente sempre più tardi, quasi fosse n normale processo di evoluzione della specie.

"La verità - sottolinea Tiraboschi - è che buona parte dei giovani italiani non ha alcun contatto con il mondo del lavoro. .....La differenza con gli altri Paesi è tutta qui, nella diffidenza verso forme di lavoro a tempo parziale. E anche nella mancanza di veri e propri percorsi formativi ed educativi in alternanza, capaci di valorizzare la valenza formativa del lavoro, così come l'assenza di centri di placement e orientamento al lavoro nelle scuole e nella maggior parte delle università italiane."
La conclusione punta proprio su questo: sulla "qualità del sistema educativo" e sull' "effettivo raccordo tra scuola e lavoro", che consenta un ingresso tempestivo nel mercato del lavoro.

Ora, diciamolo chiaramente, ai giovani si può consigliare di sbrigarsi, di non perdere tempo, di cominciare presto ad affacciarsi sul mercato del lavoro, di chiedere consigli e informazioni agli "esperti" che gli capitino a tiro. Li si può rimproverare di pigrizia e miopia sul loro futuro. Ma, e il "ma" è molto grosso, ma alle istituzioni educative va imputato che questi giovani sono lasciati soli. Troppo soli. Non è facile a 16-20-22 anni capire con precisione che percorso scegliere, dove rivolgersi, e cosa sia veramente proficuo per la propria formazione e non una semplice perdita di tempo. La scuola, l'università e tutto il sistema che on investe su queste emergenze, ha sulla coscienza il difficile ingresso dei giovani nel lavoro e la loro visione pessimistica, e a volte rinunciataria, del futuro.

martedì 18 settembre 2007

SCUOLA O SQUOLA, L' OCSE CI BOCCIA




La scuola in questi giorni mi angustia. E angustia non solo me. La Voce dedica al tema ben due articoli questa settimana. Uno, "Scuola, voti e competenze", a favore di un sistema di valutazione omogeneo dei risultati scolastici a livello nazionale. Il succo è: ma che senso ha dare a uno studente bravino del Sud la media del 7, lo stesso che a uno studente bravo del Nord? Cioè lo stesso voto per competenze diverse? E' come dire: visto che gli altri sono più ignoranti di te, ti premio. E' come quando si dice: per essere una donna, sei brava. Non va bene. Anche perché culla i meno preparati in una dolce illusione, dalla quale provvederà a svegliarli bruscamente il mercato del lavoro.


L'altro articolo è "Il buon maestro è severo" scritto con un occhio al mercato del lavoro, dove è vero che non sempre il merito viene automaticamente premiato ma, insomma, ...aiuta.


In ogni caso, per ora ci guadagniamo la bacchettata sulle dita dell'Ocse: è vero che il numero dei laureati in Italia è cresciuto, ma non abbastanza. E quanto alle spese per l'istruzione siamo come al solito dietro a tutti i paesi occidentali (e anche dietro al Messico). In Italia si spende meno del 5% del Pil per l'istruzione, mentre la media Ocse è del 6,2% del Pil. E quanto all'istruzione universitaria, perfino negli Stati Uniti (dove a pagare sono soprattutto i privati), lo Stato investe il triplo di noi.

E poi dite che noi genitori non dobbiamo stare in ansia...

mercoledì 5 settembre 2007

GUARDIAMO COSA SUCCEDE IN FRANCIA, STANNO PEGGIO DI NOI


Vorrei partire da quello che scrive Pier, mio lettore che saluto e ringrazio caldamente, nel suo commento al precedente post. Concorda sul fatto che un mercato del lavoro più flessibile dà comunque "qualcosa" (mentre in passato era facile incontrare il "nulla"), ma giustamente si lamenta perché ha l'impressione che i suoi stage si susseguano senza che ne nasca né vera formazione né passi avanti verso una maggiore competenza sul lavoro. Questo è un problema di cui si sente parlare molto, però i casi andrebbero analizzati uno per uno.
In linea generale, uno stagista che sa fare poco e che impara poco ad un'azienda non serve (o serve molto poco, ammesso che gli faccia fare che so, le fotocopie - ma ormai se le fanno da soli anche i capi). Uno stagista bravo e che impara molto invece gli serve parecchio e l'azienda avrebbe tutto l'interesse di tenerselo. Tra questi due estremi, ovviamente, c'è l'esperienza quotidiana e più varia delle aziende e dei giovani, che si lamentano per motivi opposti gli uni degli altri. Purtroppo la capacità di un sistema di offrire, come si dice ora, "occupabilità", dipende da molti fattori: il sistema di istruzione e formazione, i collegamenti tra scuola e mondo del lavoro, la rigidità del sistema economico e del lavoro.
Su quest'ultimo punto vi segnalo un articolo interessante di un collaboratore della voce.info sulla situazione in Francia. A volte studiare gli altri aiuta a capire meglio se stessi. Intanto, va detto che l'autore dell'articolo, Olivier Blanchard, è un economista francese che ha studiato e lavorato in prestigiose università degli Stati Uniti. Dichiara di aver sempre votato per i socialisti, ma stavolta ha puntato su Sarkozy. E uno dei motivi per cui lo ha preferito alla candidata Segoléne Royal, è appunto la dichiarata volontà di Sarkozy di riformare il mercato del lavoro.
La Francia ha, per certi versi, gli stessi problemi dell'Italia. Uno dei problemi più gravi è la disoccupazione e la sottocupazione di molti giovani. Ora, i giovani francesi hanno rifiutato un paio di anni fa il contratto di primo impiego (foto di una manifestazione in Francia), e ne sono molto orgogliosi, ma questo non ha fatto altro che aumentare la rigidità del mercato e il rischio di disoccupazione. Anche in Francia, come in Italia, c'è una forte frattura tra chi è super-protetto con il contratto a tempo indeterminato e chi lo è poco, con il contratto a termine. Blanchard propone il contratto unico, con un'indennità crescente a seconda dell'anzianità del lavoratore che venga licenziato. E propone di rendere più facili i licenziamenti per tutti. Sarkozy sembra avviato proprio su questa strada. Vedremo se riuscirà a realizzare qualcosa. Leggete comunque tutto l'articolo di Blanchard, ha anche altri aspetti e proposte molto interessanti.

venerdì 24 agosto 2007

LAVORO A CHIAMATA, TUTTI NE PARLANO...



Nell'accordo sul welfare siglato tra governo e sindacati c'è l'abolizione del lavoro a chiamata, bestia nera di coloro che mettono la flessibilità tout court sotto l'etichetta del precariato. Ora, di tutti i tipi di lavoro temporaneo, il lavoro a chiamata risulta essere poco utilizzato, quindi la sua abolizione non inciderà un granché sulla vita della maggioranza dei precari italiani. Su di esso si dispone di pochissimi dati, ma lavoce.info tenta un primo bilancio, analizzando le cifre che riguardano una regione-campione, il Veneto. Risulta che questo tipo di contratto viene usato soprattutto nel settore alberghiero, nella ristorazione e nei servizi turistici e culturali, dove tradizionalmente si creano esigenze di lavoro temporaneo, stagionale, a volte anche per periodi brevissimi, e per supplire a improvvise carenze di personale. Dalle cifre risulta che i lavoratori chiamati in questo modo sono soprattutto giovani sotto i 25 anni e donne, oltre il 60%, in massima parte senza precedenti esperienze. La domanda, dal punto di vista delle aziende è: se questo contratto risponde a delle esigenze particolari, di attività non continuative, è davvero giusto abolirlo? La domanda dal punto di vista del lavoratore, invece, è sostanzialmente: queste persone, che comunque hanno potuto trovare una attività saltuaria, saranno ora assunte con contratti diversi, più vantaggiosi? o non rischiano piuttosto di ricadere nel vecchio sistema del lavoro nero (o nella disoccupazione)? Per ora una risposta con forti dati di fatto sembra che nessuno sia in grado o voglia darla.

mercoledì 18 luglio 2007

VOTO AI SEDICENNI PER DIFENDERE I GIOVANI?


Siamo in molti a dire che gli interessi dei giovani sono poco rappresentati nella nostra vita politica e sindacale (vedesi vicenda scalone e pensioni, ancora aperta). Il peso degli over 50 e over 60 è crescente, in parte per motivi semplicemente demografici, cioè di fatto, senza che ci sia una volontà crudele di qualcuno. Si sta però cominciando a discutere se sia il caso di introdurre il voto ai sedicenni, a partire magari dalle elezioni amministrative. Questo servirebbe, senza dubbio, ad abbassare l'età media del corpo elettorale (attualmente intorno ai 46 anni). Ma è giusto?
Il nascente partito Democratico aprirà le elezioni primarie del prossimo 14 ottobre anche ai sedicenni e diciassetteni. La Voce pubblica un articolo di Alessandro Rosina (professore di demografia alla Cattolica di Milano), "Sedici anni, l'età per votare", favorevole a questa ipotesi. A favore cita, appunto, la necessità di riequilibrare il peso politico delle varie classi di età, favorire il ricambio generazionale, e premere sulle decisioni che riguardano la spesa sociale.
L'articolo di Rosina cita anche, senza condividerle, le ragioni "contro": i giovani a 16 anni non sarebbero maturi, devono concentrarsi sullo studio, e forse non sono neanche così interessati a partecipare alla vita politica.

Io non ho ancora un'opinione così netta, ma mi interrogo. Mi ricordo che quando si diede il voto ai 18enni (1978) questi ultimi si battevano come leoni per averlo; oggi vedo meno interesse, anche se i sondaggi dicono che tre ragazzi su quattro sarebero "contenti" di poter votare. Certo, se loro si battessero...forse li vedrei diversamente, ma per ora gli unici che parlano di patto generazionale, di largo ai giovani, sono dei quasi cinquantenni piuttosto interessati e ipocriti. E come ho già detto, non ne condivido la linea.
Inoltre, è vero che i 16 enni hanno oggi più competenze e fonti di informazione di un tempo, però questo non è assolutamente sinonimo di maturità: anzi, da un punto di vista strettamente antropologico, si potrebbe sostenere che nella specie umana l'adolescenza si stia prolungando: la vita media si allunga e , quindi, il tempo che serve ai "piccoli", ai cuccioli d'uomo, per raggiungere la maturità si sposta in avanti.
Da un punto di vista politico, infine, credo che anche le generazioni mature dovrebbero essere in grado di vedere qual è l'interesse complessivo della società, ma questo non avviene neanche per i veri anziani, i vecchi non autosufficienti, che in Italia non sono praticamente considerati dalla spesa pubblica (e che invece sono un vero, grande, problema della nostra società e degli stessi giovani). Quindi? Il dibattito è aperto.

mercoledì 20 giugno 2007

GIOVANI E DISOCCUPATI, NON RIMPIANGETE IL '92





Disoccupazione mai così bassa dal '92. E' al 6,4%. Questa frase è interessante e a moltissimi giovani avrà fatto scattare il riflesso condizionato: "vedete, prima del '92 sì che stavate bene, pieni di posti di lavoro, peraltro sicuri, non precari come i nostri". La vignetta di Arnald qui accanto dimostra quanto sia forte il pregiudizio di chi pensa : nessuno stava peggio di noi.


Giornalisti sbadati, senza memoria, senza la voglia di spiegare. E chi non ha la voglia di spiegare (e di capire, prima), forse dovrebbe darsi all'ippica. Ma attenzione, perché anche lì ci vuole memoria.


Prima del '92, secondo i precisini dell'Istat (ma loro hanno delle ragioni, fanno gli statistici, non i giornalisti), non si possono fare paragoni, perché non ci sono le serie storiche. Non è che non ci siano, ma allora erano un po' diverse, perché a un certo punto l'Istat cambiò i metodi di calcolo. Bisognerebbe farsi spiegare, con un po' di buona volontà, cosa è cambiato e come. Ma intanto, chi era già nato e cresciuto sa benissimo cosa accadeva prima del '92. Non è che la disoccupazione fosse al 6% come oggi! Piuttosto era intorno all'11%, anche oltre, e come nel seguito degli anni '90. Tra i giovani i disoccupati erano uno su tre, più di adesso. E la disoccupazione intellettuale, cioè di quei laureati che si ritrovavano col pezzo di carta a non sapere che fare, è stata inventata negli anni '70.


Allora godiamocelo questo tasso di disoccupazione al 6%, perché è il più basso in almeno 35 anni!
E non si dica che adesso le cose per il lavoro temporaneo miglioreranno perché aboliranno lo staff leasing e il lavoro a chiamata. Perché sono forme di lavoro sempre esistite, che servono per i lavori stagionali (cameriere in un albergo al mare, per esempio) o classicamente per brevi periodi (hostess nei congressi). Non si faranno più perché il nome non piace? Leggete qui il pezzo di Marco Crippa sul bollettino della Fondazione Biagi.
Piuttosto è preoccupante l'enorme numero di persone che in Italia non cercano lavoro. Abbiamo uno dei tassi di occupazione più bassi d'Europa. E si tratta soprattutto di donne al Sud.
Su questo, e su una proposta degna di un grande dibattito si veda invece quello che scrivono gli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi della Voce (peraltro non solo loro, l'ho sentita fare anche da altri giuristi ed economisti, ma sempre quasi chiedendo scusa): il lavoro, che all'inizio è giusto che sia sempre "temporaneo", acquisti una progressiva tutela, con il passare del tempo e la permanenza in un'azienda o posto di lavoro.
Io non so se è l'uovo di Colombo, ma varrebbe la pena scatenare un enorme dibattito su questo, perché è assurdo che il mercato del lavoro mantenga la forma di uno di quei dolci impossibili da affettare: fuori una crosta durissima (i supergarantiti che anche se si danno per finti malati o sputano al loro capo non li tocca nessuno) e dentro la frutta troppo soffice, che va raccolta con il cucchiaio (i precari per sempre, diciamo per brevità).

venerdì 20 aprile 2007

RISPOSTA SUGLI ISPETTORI DEL LAVORO

Ecco la risposta di lavoce.info all'ispettore del lavoro Fabrizio Del Roscio, che, nel commento al mio post del 17-4, contestava la proposta di Tito Boeri e Pietro Ichino (dal titolo "Ipocrisie bianche") per il rafforzamento degli uffici preposti ai controlli, contro gli infortuni sul lavoro:
"Rispondiamo all'ispettore del lavoro. Il trasferimento non deve necessariamente essere fatto a livello dirigenziale. Occorrono anche assistenti degli ispettori che possano gradualmente e sul campo affinare le proprie conoscenze in materia, posto che come collocatori, devono già conoscere la normativa".
Aggiungerei di mio che, ad ogni proposta per risolvere un problema, di solito la risposta è sempre che servono ben altri provvedimenti e che la si fa troppo semplice. E con questa logica, aspettando la palingenesi, di solito non si fa nulla.

martedì 17 aprile 2007

CHI TROPPO E CHI NIENTE: MORTI BIANCHE E LAVORATORI INTOCCABILI


Un giorno di aprile muoiono quattro lavoratori (purtroppo nella media) e il capo dello Stato tuona contro le morti bianche. Risultato, tutti a dire: ci vuole una legge. Risultato bis: servono più ispettori del lavoro.
Che le cose non siano così semplici lo si poteva sospettare subito. Chiunque sa che la normativa sulla sicurezza sul lavoro è copiosa e stratificata, come minimo complessa. Molte imprese risolvono il problema semplicemente ignorandola. Non tutte, ovvio. Ma parecchie. Quindi basterebbe che ci fosse senso civico, rispetto della vita, timore dei controlli, controlli veri e, alla fine, multe certe.
Il sito www.lavoce.info pubblica oggi un'analisi di Boeri e di Ichino dal titolo "Ipocrisie bianche". Oltre alle considerazioni di cui sopra, rivela un dettaglio molto interessante: quando furono ridimensionati gli uffici di collocamento, grazie alla legge Treu, il personale avrebbe potuto essere utilizzato negli ispettorati del lavoro. Trasferimento solo di ufficio, si badi, non geografico, perché molte carenze negli ispettorati del lavoro ci sono ( a quante scrive lavoce) proprio nel Mezzogiorno, dove c'erano uffici di collocamento sovradimensionati. Cosa è successo? Niente, perché gli impiegati non si possono trasferire se non sono d'accordo. Risultato: lavoro nero, niente controlli, pochi ispettori, e altri non ne saranno assunti perché già ci sono esuberi. Ichino e Boeri propongono ora un premio una tantum per quelli che saranno traferiti (senza aspettare che dicano sì). Conclusione, che mi sento di sposare: "Con o senza "premio", dalla rapidità con cui questa operazione verrà concordata e attuata da sindacati e governo - assai più che dalla rapidità con cui verrà emanata l'ennesima legge sulla materia - si vedrà se e quanto la lotta contro gli infortuni sul lavoro costituisca davvero, per i primi e per il secondo, una priorità assoluta".

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