martedì 27 maggio 2008
venerdì 11 aprile 2008
LOTTIZZAZIONE ROSA
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sabato 15 marzo 2008
QUANTI SONO I PRECARI?
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mercoledì 23 gennaio 2008
SCUOLA, RICCHEZZA E POVERTA'

La scuola è un elemento chiave dello sviluppo, della ricchezza e della forza di una popolazione. Al contrario, il non investimento nella scuola è un segnale di povertà. Che cosa vorrà dire il fatto che nella classe di mia figlia noi genitori siamo stati costretti a tassarci e a cucire in proprio delle tende per le finestre, altrimenti i nostri figli non potevano fare lezione per colpa del sole intenso?
Al tema scuola e lavoro è dedicato l'editoriale dell'ultimo bollettino (n. 2/2008) della fondazione Biagi, firmato da Michele Tiraboschi: "Il lavoro dei giovani e il peso del mancato raccordo tra scuola e lavoro" (publ. anche sul Sole 24 ore del 22/1/08).
Guarda caso al tema istruzione, legato direttamente alla crescita della ricchezza di un Paese, è dedicato anche uno degli articoli pubblicati ieri da la voce "Ma il sorpasso c'è", di Daniel Gros e Ilaria Maselli: la tesi è che l'investimento e i risultati del sistema di istruzione di un paese abbiano un rapporto diretto con la sua produzione di ricchezza. Per esempio la Grecia ha già raggiunto un livello di istruzione superiore a quello dell'Italia e si candida a un sorpasso che fa il paio con quello in corso (nei fatti) da parte della Spagna.
Ma torniamo all'articolo di Tiraboschi, che secondo me è particolarmente preciso nell'individuazione del problema scuola: nell'articolo si sottolineano i dati sull'occupazione con i quali è cominciato il 2008: disoccupazione al 6%, e 3 milioni e mezzo di nuovi posti di lavoro in più negli ultimi dieci anni. Dati che ci piazzano tra i migliori in Europa. Negativi invece i dati sull'occupazione totale (59,1%), molto lontani da quel 70% che l'Europa fissa come target ideale, e tasso di disoccupazione giovanile al 20 per cento. Per non parlare dell'occupazione delle donne, che ci piazza proprio tra gli ultimi. Eppure, a ben vedere, sottolinea Tiraboschi, i tassi di disoccupazione italiani riferiti a soggetti con più di 25 anni, sono "perfettamente in linea con la media degli altri Paesi, mentre peggiorano drasticamente nella fascia d'età tra i 20 e i 24 anni e ancora di più nella fascia tra i 15 e i 19 anni. Ed è qui che sta la vera anomalia italiana e, con essa, la spiegazione delle pessime performance del nostro Paese con riferimento alla occupazione givanile". Io stessa ho spesso sottlineato come, in fondo, l'età di maturazione dei giovani oggi si sia spostata in avanti, e si tenda a diventare adulti e a entrare nel mondo del lavoro e nella vita indipendente sempre più tardi, quasi fosse n normale processo di evoluzione della specie.
"La verità - sottolinea Tiraboschi - è che buona parte dei giovani italiani non ha alcun contatto con il mondo del lavoro. .....La differenza con gli altri Paesi è tutta qui, nella diffidenza verso forme di lavoro a tempo parziale. E anche nella mancanza di veri e propri percorsi formativi ed educativi in alternanza, capaci di valorizzare la valenza formativa del lavoro, così come l'assenza di centri di placement e orientamento al lavoro nelle scuole e nella maggior parte delle università italiane."
La conclusione punta proprio su questo: sulla "qualità del sistema educativo" e sull' "effettivo raccordo tra scuola e lavoro", che consenta un ingresso tempestivo nel mercato del lavoro.
Ora, diciamolo chiaramente, ai giovani si può consigliare di sbrigarsi, di non perdere tempo, di cominciare presto ad affacciarsi sul mercato del lavoro, di chiedere consigli e informazioni agli "esperti" che gli capitino a tiro. Li si può rimproverare di pigrizia e miopia sul loro futuro. Ma, e il "ma" è molto grosso, ma alle istituzioni educative va imputato che questi giovani sono lasciati soli. Troppo soli. Non è facile a 16-20-22 anni capire con precisione che percorso scegliere, dove rivolgersi, e cosa sia veramente proficuo per la propria formazione e non una semplice perdita di tempo. La scuola, l'università e tutto il sistema che on investe su queste emergenze, ha sulla coscienza il difficile ingresso dei giovani nel lavoro e la loro visione pessimistica, e a volte rinunciataria, del futuro.
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martedì 18 settembre 2007
SCUOLA O SQUOLA, L' OCSE CI BOCCIA
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mercoledì 5 settembre 2007
GUARDIAMO COSA SUCCEDE IN FRANCIA, STANNO PEGGIO DI NOI
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venerdì 24 agosto 2007
LAVORO A CHIAMATA, TUTTI NE PARLANO...
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mercoledì 18 luglio 2007
VOTO AI SEDICENNI PER DIFENDERE I GIOVANI?
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mercoledì 20 giugno 2007
GIOVANI E DISOCCUPATI, NON RIMPIANGETE IL '92
Disoccupazione mai così bassa dal '92. E' al 6,4%. Questa frase è interessante e a moltissimi giovani avrà fatto scattare il riflesso condizionato: "vedete, prima del '92 sì che stavate bene, pieni di posti di lavoro, peraltro sicuri, non precari come i nostri". La vignetta di Arnald qui accanto dimostra quanto sia forte il pregiudizio di chi pensa : nessuno stava peggio di noi.
Giornalisti sbadati, senza memoria, senza la voglia di spiegare. E chi non ha la voglia di spiegare (e di capire, prima), forse dovrebbe darsi all'ippica. Ma attenzione, perché anche lì ci vuole memoria.
Prima del '92, secondo i precisini dell'Istat (ma loro hanno delle ragioni, fanno gli statistici, non i giornalisti), non si possono fare paragoni, perché non ci sono le serie storiche. Non è che non ci siano, ma allora erano un po' diverse, perché a un certo punto l'Istat cambiò i metodi di calcolo. Bisognerebbe farsi spiegare, con un po' di buona volontà, cosa è cambiato e come. Ma intanto, chi era già nato e cresciuto sa benissimo cosa accadeva prima del '92. Non è che la disoccupazione fosse al 6% come oggi! Piuttosto era intorno all'11%, anche oltre, e come nel seguito degli anni '90. Tra i giovani i disoccupati erano uno su tre, più di adesso. E la disoccupazione intellettuale, cioè di quei laureati che si ritrovavano col pezzo di carta a non sapere che fare, è stata inventata negli anni '70.
Allora godiamocelo questo tasso di disoccupazione al 6%, perché è il più basso in almeno 35 anni!
E non si dica che adesso le cose per il lavoro temporaneo miglioreranno perché aboliranno lo staff leasing e il lavoro a chiamata. Perché sono forme di lavoro sempre esistite, che servono per i lavori stagionali (cameriere in un albergo al mare, per esempio) o classicamente per brevi periodi (hostess nei congressi). Non si faranno più perché il nome non piace? Leggete qui il pezzo di Marco Crippa sul bollettino della Fondazione Biagi.
Piuttosto è preoccupante l'enorme numero di persone che in Italia non cercano lavoro. Abbiamo uno dei tassi di occupazione più bassi d'Europa. E si tratta soprattutto di donne al Sud.
Su questo, e su una proposta degna di un grande dibattito si veda invece quello che scrivono gli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi della Voce (peraltro non solo loro, l'ho sentita fare anche da altri giuristi ed economisti, ma sempre quasi chiedendo scusa): il lavoro, che all'inizio è giusto che sia sempre "temporaneo", acquisti una progressiva tutela, con il passare del tempo e la permanenza in un'azienda o posto di lavoro.
Io non so se è l'uovo di Colombo, ma varrebbe la pena scatenare un enorme dibattito su questo, perché è assurdo che il mercato del lavoro mantenga la forma di uno di quei dolci impossibili da affettare: fuori una crosta durissima (i supergarantiti che anche se si danno per finti malati o sputano al loro capo non li tocca nessuno) e dentro la frutta troppo soffice, che va raccolta con il cucchiaio (i precari per sempre, diciamo per brevità).
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venerdì 20 aprile 2007
RISPOSTA SUGLI ISPETTORI DEL LAVORO
Ecco la risposta di lavoce.info all'ispettore del lavoro Fabrizio Del Roscio, che, nel commento al mio post del 17-4, contestava la proposta di Tito Boeri e Pietro Ichino (dal titolo "Ipocrisie bianche") per il rafforzamento degli uffici preposti ai controlli, contro gli infortuni sul lavoro:
"Rispondiamo all'ispettore del lavoro. Il trasferimento non deve necessariamente essere fatto a livello dirigenziale. Occorrono anche assistenti degli ispettori che possano gradualmente e sul campo affinare le proprie conoscenze in materia, posto che come collocatori, devono già conoscere la normativa".
Aggiungerei di mio che, ad ogni proposta per risolvere un problema, di solito la risposta è sempre che servono ben altri provvedimenti e che la si fa troppo semplice. E con questa logica, aspettando la palingenesi, di solito non si fa nulla.
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martedì 17 aprile 2007
CHI TROPPO E CHI NIENTE: MORTI BIANCHE E LAVORATORI INTOCCABILI
Che le cose non siano così semplici lo si poteva sospettare subito. Chiunque sa che la normativa sulla sicurezza sul lavoro è copiosa e stratificata, come minimo complessa. Molte imprese risolvono il problema semplicemente ignorandola. Non tutte, ovvio. Ma parecchie. Quindi basterebbe che ci fosse senso civico, rispetto della vita, timore dei controlli, controlli veri e, alla fine, multe certe.
Il sito www.lavoce.info pubblica oggi un'analisi di Boeri e di Ichino dal titolo "Ipocrisie bianche". Oltre alle considerazioni di cui sopra, rivela un dettaglio molto interessante: quando furono ridimensionati gli uffici di collocamento, grazie alla legge Treu, il personale avrebbe potuto essere utilizzato negli ispettorati del lavoro. Trasferimento solo di ufficio, si badi, non geografico, perché molte carenze negli ispettorati del lavoro ci sono ( a quante scrive lavoce) proprio nel Mezzogiorno, dove c'erano uffici di collocamento sovradimensionati. Cosa è successo? Niente, perché gli impiegati non si possono trasferire se non sono d'accordo. Risultato: lavoro nero, niente controlli, pochi ispettori, e altri non ne saranno assunti perché già ci sono esuberi. Ichino e Boeri propongono ora un premio una tantum per quelli che saranno traferiti (senza aspettare che dicano sì). Conclusione, che mi sento di sposare: "Con o senza "premio", dalla rapidità con cui questa operazione verrà concordata e attuata da sindacati e governo - assai più che dalla rapidità con cui verrà emanata l'ennesima legge sulla materia - si vedrà se e quanto la lotta contro gli infortuni sul lavoro costituisca davvero, per i primi e per il secondo, una priorità assoluta".
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