lunedì 11 febbraio 2008

IL TEMPO, IL DENARO E LA FELICITA'





Era da un po' che volevo parlare di questo libro, perché tratta di un tema che ci riguarda tutti e che mi appassiona da sempre: Il denaro fa la felicità? di Leonardo Becchetti, Editori Laterza, 2007, 145 pagine, 10 euro. La mia risposta alla domanda è sempre stata no, il denaro non fa la felicità, e ne sono tanto più certa quando vado in bici in mezzo ad automobili lucidissime, o quando il mio sguardo si posa su un certo ragazzo arruffato, in mezzo a troppi incravattati, abbottonati, gessati, scarpe lucidate...E' pur vero che, come diceva quello (forse era Woody Allen), se il denaro non fa la felicità, "figuratevi la miseria!". Insomma, la risposta non è così semplice, e il libretto che vi consiglio analizza la questione dal punto di vista dell'economia delle nazioni, nella miglior tradizione dell'economia politica degli ultimi due secoli. Leggendolo scoprirete come è possibile che, nella classifica dei paesi più felici del mondo, prima sia la Nigeria e che l'Italia si piazzi solo al 50° posto, precedendo di poco la Grecia, la Turchia e tutto un folto gruppo di Paesi dell'Est europeo, che evidentemente si sentono piuttosto giù. Ma che non si dica che è una questione di reddito! E la lettura di questo libro lo spiega .
In particolare, però, ci sono due temi, apparentemente marginali, che mi hanno particolarmente interessato in questo libro. Uno è quello del rapporto tra felicità e lavoro, e fin qui siamo anzi nell'ovvio. L'altro è "il rapporto tra crescita del reddito e costo del tempo". Comincerò da qui.
"Il tempo sta diventando un bene sempre più scarso" (p. 23) Ne segue che i cittadini dei paesi industrializzati sono sempre più ricchi di denaro ma, apparentemente "sempre più poveri di tempo". Come è possibile, visto che la giornata è fatta sempre di 24 ore, come cento anni fa, e anzi oggi disponiamo di molti strumenti che ci aiutano a fare le cose in meno tempo? Il problema dice Becchetti è che "non è il tempo disponibile ad essersi ridotto, ma il suo costo ad essere aumentato vertiginosamente". per cui noi dovremmo più correttamente dire non che non abbiamo tempo, ma che "il nostro tempo costa moltissimo" (p.24). Ma perché, quanto vale un'ora di tempo oggi, rispetto a quento valeva prima? Calcoliamo quanto vale un'ora di lavoro cui rinunciamo per quell'ora di tempo libero:"L'aumento costante della produttività nei paesi industrializzati ha fatto salire alle stelle il costo del tempo libero" (p. 25). Tuttavia Becchetti nota anche che, grazie alla tecnologia, sono aumentate le possibilità di svago, si sono ridotte le incombenze domestiche grazie agli elettrodomestici e all'industria alimentare, ma forse sono aumentati i tempi di percorrenza (ma su questo avrei dei dubbi). Se ne conclude un rapporto difficile tra tempo e relazioni affettive, ma le conclusioni mi sembrano molto lontane dal punto della questione, anche se è interessante sottolineare che se "il tempo è denaro", come diceva Benjamin Franklin (e anche Paperon de' Paperoni), "il tasso di cambio tra le due grandezze è profondamente mutato e di questi tempi "il denaro è molto meno caro del tempo". Ma il motivo, lo devo ripetere, qui non è chiaro per nulla. Va aggiunto che nella classifica dei paesi più felici troviamo in cima alla classifica i paesi nei quali si spende più tempo nel coltivare le relazioni personali (p. 29). Purtroppo, in Occidente, per questo non c'è tempo!. E qui mi fermo, ringraziandovi per la pazienza. Nel prossimo post vi dirò cosa dice il libro su lavoro e felicità.

14 commenti:

prime ha detto...

Beh, è un dato di fatto: il tempo sta diventando day by day importante quanto i soldi ...

:-)

L'imprenditore ha detto...

La ricchezza è il tempo per se, si dice da tempo.

Però la mia impressione è che siamo anche noi, oggi, a sprecare tempo.

Una volta i ritmi erano ridotti, la facilità di comunicazione e viaggio ha accorciato tutto.

Venti anni fa quanti facevano il week end a Londra o Parigi?
Senza TV quante ore non passavano davanti all'infernale strumento?
Senza email quante ore risparmiavano?
Senza internet quanto tempo non passavano a navigare?

Uscivi in bici e per fare serata andavi al bar.
Oggi se c'è una cosa che ti interessa (per chi vive in provincia) ti macini magari 200 km per fare una cosa.

Il problema è che le ore sono sempre 24 ma noi cerchiamo di farci stare dentro molte più cose.
E più soldi si hanno e più cose si hanno da fare.
Non dimentichiamo che spesso chi ha i soldi ha anche molti interessi (o ha i soldi perché è persona di molti interessi?) e quindi cerca di far stare tutto in un tempo che è sempre uguale.

alessandro ha detto...

Penso che tutto ciò dipenda dalla gigantesca trasformazione dei ritmi e delle modalità di lavoro cui la nostra società è stata costretta ad abituarsi.
Tempo, denaro e felicità sono strettamente dipendenti, ormai, dalla nuova fisionomia operativa creata dalla società globalizzata.
Fino a qualche decennio fa, i ritmi metronomici di fabbriche, industrie e uffici erano le uniche scansioni temporali quotidiane: immutabili ma foriere, al loro modo, di 'senso collettivo'. Oggi, questa ferrea suddivisione ha lasciato il posto a una realtà molto fluida (e precaria), in cui ritmi di vita e di lavoro si intrecciano in un 'continuum' ineluttabile (e spesso deleterio).
Mansioni poco definite, produttività e competitività esasperate, orari spezzati, prolungati, disagiati, sovrapposizione di ruoli hanno finito per confondere (fino a distorcere o annullare) il confine tra vita privata e lavoro.
Credo che l'infelicità derivante sia, quindi, lo specchio di questa alienazione, questa difficoltà sempre più marcata di autoidentificazione. Così, in assenza di punti riferimento il denaro diventa, ahimè, l'unica prova tangibile della nostra esistenza. Da dove ripartire? Probabilmente dal lavoro stesso cercando di abbandonare modelli socio-economici imitativi riposizionando, invece, 'l'uomo' al centro del lavoro e valorizzando finalmente quell'immenso patrimonio qualificato di risorse umane, culturali e progettuali che possediamo.

Ladypiterpan ha detto...

Pagherei io per avere più tempo per me stessa...
Il punto è che quando l'ho detto ad un mio diretto superiore (che mi ha obbligato a lavorare di sabato - dicendomi che la paga era doppia, visto che per me il sabato non è una giornata lavorativa)ha storto il naso...
Cosa è che non va?

angela padrone ha detto...

Io credo che l'uso del tempo e il rapporto tra le nostre ore di lavoro e il tempo "libero" stia diventando sempre più critico. Mi interessa quello che è successo a ladypiterpan: da una parte ci eravamo illusi che la tecnologia ci liberassa dal lavoro, dall'altra ci ritroviamo a lavorare sempre di più. C'è sempre più gente che lavora fino a tardi, che lavora il sabato e la domenica oppure si porta il lavoro a casa.... eppure chi lavora se lo può permettere sempre meno, perché non ha più una "moglie" a casa che si occupa di tutto!

BlogLavoro ha detto...

Bisogna vedere se si tratta veramente di necessità. A Milano penso che escano dall'ufficio alle 17 solo gli impiegati statali. In parecchie aziende per cui ho lavorato è considerato malissimo non fare almeno le 19-20 di sera, tanto che se vedi qualcuno che esce alle 18 puoi chiedergli "ah oggi vai via prima?". Ma cosa si fa fino a quell'ora? Non dubito che qualcuno lavori, ma ho l'impressione, girando per diverse aziende, che la maggior parte tiri quell'ora chattando su skype, cercando l'anima gemella su meetic o comprando qualcosa su ebay ;) E alzarsi dalla sedia alle 17 può far veramente stortare il naso al capo!

alessandro ha detto...

Stiamo arrivando al centro del discorso, secondo me: la (dis)organizzazione del lavoro.

In Italia, si lavora troppo soprattutto perchè si lavora 'male', perchè manca una vera 'metodologia' e perchè il flusso di informazioni, all'interno della struttura aziendale, scorre quasi sempre con difficoltà. In cima alla piramide, il più delle volte, si installano (quasi mai per meriti) dirigenti inadeguati (figli di una politica altrettanto malata) che non sono in grado di prevedere, gestire o coordinare alcunchè. In mezzo, scorazzano miopi quadri divorati, spesso, da un arrivismo cinico e attrezzati con un servilismo totale. In basso, la base impiegatizia - sempre più alienata, frantumata e ammutolita - svanisce nella costante paura del ricatto e nell'annullamento delle proprie capacità.

Così, in questo spazio anarchico creato da tale disorganizzazione, ognuno si rinchiude nel proprio micro-universo tentando di svolgere, alla meno peggio, i confusi e banali compiti assegnati. I tempi si allungano e l'orario dilaga ben oltre il limite tollerato nella pura illusione (perversamente condivisa da questo allucinante sistema) che una parvenza di attaccamento dimostri il vero valore del lavoratore.

Una spirale malefica fatta di infantilismo, meschinità, ignoranza, coercizione, ricatti, riflessi di questo triste Paese in cui si continua a navigare a vista senza un orizzonte che vada al di là di un'altra squallida giornata di fatalistica sottomissione.

Francamente, non vedo altra soluzione che un gigantesco cataclisma che ci riduca al limite delle nostre possibilità, ma che risvegli la nostra silente coscienza collettiva!

andrea matranga ha detto...

Ciao credo che ormai il tempo ed i soldi siano la stessa faccia della medesima medaglia..nel senso che non basta più il tempo, perchè lo si deve impegnare quasi tutto per raccogliere sempre più profitti o ancor peggio avere sempre più "potere"(siamo un popolo di generali ...ma non si trova un soldato neanche a pagarlo). Se invece il tempo lo si usasse anche per degli usi più costruttivi dal punto di vista di un "arricchimento personale" non staremmo qui a parlarne.Io ho la fortuna rispetto ad altri (perchè esistono persone che purtroppo per fattori che non dipendono dalla loro volontà sono costretti a non aver tempo).che la vita mi ha donato la possibilità di poter scegliere quale priorità avere... non perchè fossi chissà quale ereditiere...Vivo di stipendio.Il fatto è che lo faccio bastare: ho una utilitaria non una fuoriserie, però mi dedico allo sport; ho una bella casa e non una Villa , però mi dedico al sociale; vesto decorosamente e non abiti firmati, ma sto tanto con i miei cuccioli;riesco a coinvolgere sempre chi mi sta accanto con il mio carattere e non ho il "potere",però sono ricco di amici.
Sono sempre più convinto che sei una bellissima persona.Il trattare certi argomenti non è da tutti e molto più semplice parlare di cose frivole che ti danno magari maggiore visibilità...Ma da una che gira in bici soffermandosi a guardare i ragazzi arruffati...facendo tali considerazioni...Ma cosa mi potevo aspettare...Sei una "grande"
Ti chiedo scusa ma come sai il mio lavoro non è scrivere, per cui perdonami se ho non scritto correttamente

Simone V. ha detto...

alla lunga è più la felicità che fa i soldi (se la miseria non ti ammazza prima)

Eleonora Voltolina ha detto...

Certo i soldi non fanno la felicità: ma figuriamoci la miseria!
Credo che vadano focalizzati due cortocircuiti: il primo è che una gran fetta di giovani non viene retribuita quanto meriterebbe, e viene tenuta "al guinzaglio" con contratti che non tutelano (es. niente malattia, niente maternità, niente ferie) ai quali però non corrispondono stipendi più alti. E questo è un primo cortocircuito: chi comincia a lavorare oggi deve troppo spesso accontentarsi di briciole, di stage non retribuiti o rimborsi-spese ridicoli (che se ne fa uno di 300 euro al mese?), di contratti a progetto che nella maggior parte dei casi non raggiungono il tetto dei mille euro al mese. Certamente non si può essere felici se a trent'anni bisogna ancora chiedere soldi a mamma e papà per pagare l'affitto. O se un ascesso a un dente, con conseguente corsa dal dentista per ovvie ragioni non procrastinabile, rischia di mettere in crisi il bilancio mensile. O se un figlio va posticipato perchè non ci sarebbero i soldi per comprare i pannolini, o il denaro per affittare una casa con una stanza in più.
Il secondo cortocircuito è che avanza un concetto malato di competizione interna tra i dipendenti, e di misurazione della produttività dei dipendenti da parte dei vertici aziendali. Cioé: più tempo lavori più vuol dire che produci. Ergo: devi stare in ufficio 9,10, magari anche 12 ore. Perchè? Non necessariamente perchè hai qualcosa di urgentissimo da fare. Ma perchè ci devi stare. Perchè il capo ti deve vedere alla scrivania. Perchè i colleghi devono vedere quanto sei abnegato al lavoro. Perchè solo così puoi dimostrare che lavori davvero.
Ed è questo il cortocircuito che poi porta ad essere infelici anche se ben pagati, secondo me. Perchè se si entra in ufficio alle 9 e se ne esce alle 8 di sera, ogni genere di vita relazionale è completamente azzerato. Vita di coppia, amici, tempo per coltivare i propri hobby e le proprie passioni.
Questo a lungo andare inaridisce l'anima delle persone. Rendendole, tra l'altro, molto meno produttive sul lavoro. Specialmente quei lavori (come per esempio il giornalista, il pubblicitario, l'architetto...) in cui serve creatività: in cui è fondamentale il rapporto e l'interazione continua con il mondo circostante.
Ecco quindi che questi due cortocircuiti, sia presi singolarmente sia combinati (penso al caso di un giovane col co.co.pro. che si ammazza di ore di lavoro per dimostrare che merita un contratto migliore), ci rovinano la vita: e ci impediscono di essere felici.

Eleonora
www.repubblicadeglistagisti.blogspot.com

Valentino ha detto...

il tempo .... sempre meno
il denaro .... chi l'ha visto?
la felicità .... ci si accontenta...

interessante blog che mi soffermo a leggere

un saluto
Valen

Anonimo ha detto...

Il fatto è che "tempo libero" non necessariamente significa "tempo disponibile". E' spiegato benissimo qui:

http://www.resistenzaumana.it/blog/tempo-libero-questo-sconosciuto/

M.

Manzelli ha detto...

Si dice in un vecchio aforisma che il Tempo e Denaro , ma in vero con il denaro non si puo comprate il tempo ; infatti il tempo e' un parametro qualitativo irreversibile mentre il denaro e ' un parametro quantitativo reversibile.
Queste dissimetrie sostanziali tra tempo e denaro creano non pochi problemi ad una società non piu basata sull' orario di lavoro, come è stata quella industriale , ma sulla contemporanea speculazione finanziaria, che purtroppo matematicamente puo' ancora considerare, nel calcolo degli interessi, il tempo come fosse effettivamente equivalente al denaro.
Per superare questa limitazione che in sostanza dipende dalla concezione classica della falsa linearità del tempo meccanico (misurato convenzionalmente dall' orologio) e ritrovare una corretta relazione tra questi due concetti TEMPO E DENARO , abbiamo dato vita ad un movimento culturale e scientifico per lo sviluppo creativo delle economia della conoscenza denominato CREATIVE CLASS NET Italian Style , vedi su Face-Book , vedi anche prelimnari info in : http://www.wikio.it/article/82547164.
Stiamo cercando adesioni e partenariato . Paolo Manzelli, pmanzelli@gmail.com
FIRENZE 08/01/09

Manzelli ha detto...

Dice il vecchio aforisma di aforisma di Theodor W. Adorno, che il Tempo e Denaro , ma in vero con il denaro non si puo comprate il tempo ;
infatti il tempo e' un parametro qualitativo irreversibile mentre il denaro e ' un parametro quantitativo reversibile.

Questa dis-simmetrie sostanziali tra tempo e denaro creano una distinzione fondamentale tra investimento e speculazione . Quest'ultima determina non pochi problemi ad una societa non piu' sostanzialmente basata sulla produzione materiale sull' orario di lavoro, come e stata quelle industriale.
Infatti viviamo nelle societa della informazione nella quale i beni immateriali (ad es la reclame) generano un valore aggiunto superiore a quello dei prodotti e cio conduce a determinare una forte dipendenza dalla contemporanea speculazione finanziaria ( formazione di bolle speculative ), che trova guadagni elevati dal mercato di beni immateriali come ad es sono le diverse monete con cui si comprano e si scambiano i beni materiali nel mondo.
Tali differenze di valore monetario vengono giocate sia al ribasso che al rialzo per estrarre "guadagni di denaro sul denaro" che creano le bolle speculative.
Quanto sopra e' permesso dal considerare i beni immateriali (come le monete) come fattori equivalenti a quelli del mercato di scambio dei beni materiali .
Infatti le logiche probabilistiche trattano matematicamente beni materiali ed immateriali egualmente nel calcolo egli interessi e cio' come se il tempo come fosse effettivamente equivalente al denaro.
I beni materiali servono invece per vivere mentre i beni immateriali trattati in economia servono per condizionare il mercato e peggio per speculare sul mercato.
Per superare questa limitazione, che in sostanza dipende dalla concezione della classica della falsa linearita del tempo meccanico , (misurato convenzionalmente dall' orologio), e quindi ritrovare una corretta connessione tra questi due concetti TEMPO E DENARO nell' epoca della futura societa della conoscenza , abbiamo dato vita ad un movimento culturale e scientifico on-line per lo sviluppo creativo delle economia della conoscenza denominato CREATIVE CLASS NET Italian Style (anno 2009) ,
vedi su Face-Book , vedi anche preliminari info in : http://www.wikio.it/article/82547164. e successivamente abbiamo iniziato a dare sviluppo al gruppo di ricerca su "BIO-Vitalism " (nel 2010) vedi in : http://ko-kr.connect.facebook.com/topic.php?uid=154491137907182&topic=226

(Nota) Proposte emergenti per la ricerca e il dialogo sul tema il TEMPO e' VITA sono le seguenti:

a) Cambiamento dei valori economici nella transizione tra la societa industriale e la societa della conoscenza.
b) Mutamento cognitivo tra le concezioni meccaniche e quelle della auto-organizzazione dei sistemi viventi
c) Riorganizzazione progettuale della comunicazione interattiva pubblica e privata finalizzata alla piena comprensione trans-disciplinare dei criteri di revisione della economia nella societa della conoscenza.

Stiamo cercando adesioni e partenariato di scienza ed arte " Creative Class Net Italian Style" e al Gruppo i Ricerca su BIO-Vitalism. .

Paolo Manzelli,pmanzelli.lre@gmail.com , FIRENZE 10/10/10

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