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mercoledì 2 dicembre 2009

Donne e giovani fuori dal lavoro



I dati Istat di ottobre sulla disoccupazione sono già abbastanza negativi da far capire quanto sia sottile il ghiaccio su cui pattina il desiderio di ripresa. C’è in questi dati, va detto, anche una nota positiva: la voglia di lavoro degli italiani. Sempre più persone decidono di attivarsi e guadagnarsi da vivere. Ma queste cifre nascondono una realtà ancora peggiore: alcune debolezze profonde che vanno oltre il carattere temporaneo dell’attuale crisi.Innanzitutto il dato buono: sono sempre di più coloro che si mettono alla ricerca di un’occupazione retribuita. Significa che continua la tendenza alla modernizzazione che coinvolge l’Italia e il mondo del lavoro da alcuni anni. Perché è giusto che in un Paese sano, non solo economicamente ma anche dal punto di vista del suo capitale ”sociale”, tutti si muovano sul mercato del lavoro. Significa che qualcuno emerge dal ”nero”, che comunque non ci si accontenta di più di vivere in famiglie monoreddito, e che si perde qualche posizione di rendita. Quindi fatti positivi. Ciò detto, però, sono finite le note dolci. Quelle amare riguardano tre dati: primo, il numero degli occupati, che diminuisce; secondo, si riduce il tasso di occupazione femminile, che già era anni luce lontano dagli altri paesi europei; terzo, aumenta enormemente il tasso di disoccupazione dei più giovani.
Allora, il tasso di occupazione ci parla del nostro mercato del lavoro in un modo particolare, ci descrive un Paese nel quale un terzo degli abitanti, grosso modo, non lavora e non cerca lavoro. A questo di solito si pensa poco. Molti di loro sono pensionati, ma si tratta anche di tantissimi ragazzi, che entrano troppo tardi nel mondo del lavoro, e delle donne, che spesso ne restano fuori o ai margini per tutta la vita.
Questo si connette al secondo dato: il basso tasso di occupazione delle donne. A ottobre 2009 è sceso ancora. Le donne che lavorano sono appena il 46,6 per cento. Ricordiamo che nel resto d’Europa le medie sono vicine al 60 per cento, e che in quei paesi sono più alti anche i tassi di natalità. Quindi, non consoliamoci con la retorica delle mamme italiane, perché da questo punto di vista siamo messi proprio male. E su questo si riflette poco e si agisce ancora meno, se non quando si levano periodici appelli a fare di più ”per la famiglia”, come se le donne non meritassero una tutela ”di per sé”. Va aggiunto che una crescita dell’occupazione delle donne comporterebbe un grande sviluppo dell’economia dei servizi, che da più parti si invoca per modernizzare la nostra economia. L’ultimo dato riguarda i nostri figli. Forse anche loro hanno le loro colpe, forse pascolano troppo a lungo nell’indecisione di cosa fare dopo la scuola e negli anni fuori corso dell’università, ma il loro approccio al mercato del lavoro è probabilmente più incidentato qui in Italia che altrove. Su di loro, e solo su di loro, pesa una flessibilità che dovrebbe essere più equamente distribuita e dotata di ammortizzatori sociali dei quali solo ora si comincia a discutere un po’ di più. Per questo dobbiamo ringraziare la crisi. Ma ancora quello che si fa non basta. E lo vediamo quando si parla dei dipendenti a tempo determinato, collaboratori a progetto, piccole partite Iva e lavoratori autonomi che sono poco tutelati dai soggetti e dagli istituti tradizionali, leggasi sindacati, cassa integrazione o mobilità. Forse partendo da questi semplici dati si potrebbe fare qualcosa di più per affrontare non solo i problemi quantitativi, ma anche la qualità del mondo del lavoro e la qualità della vita dei lavoratori in Italia.

mercoledì 18 novembre 2009

Intervista su Blogosfere/Seconda parte



Ecco la seconda parte dell'intervista-Faccia a faccia con Antonio Incorvaia:



Antonio Incorvaia (I): Il messaggio che deduco dalla enunciazione dei (disarmanti) dati statistici del tuo libro è: l'Italia è un Paese che persevera nell'errore. Le attuali condizioni economiche, politiche e sociali parlano chiaro, eppure non c'è nessuno che dimostri di volere concedere agli Outsider una chance, anche solo per una pari opportunità di fallire. Secondo te qual è la causa - o l'obiettivo - di questo suicidio consapevole?
Angela Padrone (P): Credo che questa sia una grave forma di miopia. Si privilegia sempre il consenso più facile e immediato, rispetto all'investimento sul futuro. E' colpa anche degli Outsider, che non si riconoscono come soggetti politici. I giovani si interessano poco di politica. Le donne si vergognano di definirsi come soggetto, e preferiscono accettare quello che trovano. Si accontentano degli avanzi [.....continuate a leggere]

venerdì 13 novembre 2009

La recensione di Incorvaia








Antonio Incorvaia, autore, insieme ad Alessandro Rimassa, di Generazione Mille Euro e di Jobbing, ha scritto una lusinghiera ma soprattutto intelligente recensione di La sfida degli Outsider. Vi consiglio la lettura, anche perché mi ha ricordato tanto " Quo usque tandem abutere...? "eccetera eccetera qui: "Quanto dovremo aspettare affinché (anche) in Italia i Giovani e le Donne non siano più trattati da "outsider"?..."

mercoledì 11 novembre 2009

La Prefazione di Emma Bonino a La sfida degli Outsider

Esce oggi La sfida degli Outsider - Donne e giovani insieme per cambiare l'Italia", di Angela Padrone, Marsilio, 176 pagine, 12 euro.
Questi sono estratti dalla prefazione di Emma Bonino:


"Da tempo sono convinta che l’Italia, parafrasando
il titolo di un film, «non sia un paese per donne».
Oggi il libro di Angela Padrone ci avverte che non
è neanche «un paese per giovani».
Donne e giovani italiani creano un esercito numeroso,
ma senza armi e con poca voce. Sono gli esclusi
da un sistema che negli anni ha accumulato errori,
privilegiando le pensioni alla creazione di ammortizzatori
moderni ed equi, la cooptazione alla meritocrazia,
l’attaccamento a stereotipi femminili obsoleti
alla creazione di servizi sociali utili e funzionali.
È il ritratto di un paese in stallo che vede da un lato
una parte privilegiata e molto protetta, composta in
gran parte da uomini anziani e «potenti», e dall’altro
una parte esclusa sia dalle opportunità offerte dal
mondo del lavoro, sia da una reale protezione sociale,
composta da giovani e donne.
Altri paesi ci hanno dimostrato che si può migliorare
se si fa qualcosa. Un esempio: la Spagna nel
1994 aveva solo il 30,7% di donne occupate, contro
il 37,4% dell’Italia, ma nel 2007 la Spagna ha registrato
il 54,7% di occupazione femminile, con un aumento
dell’80%, rispetto a un modestissimo 46,6%
dell’Italia

(...)
Non mi pare che si sia attivata alcuna iniziativa
per scalfire questo contesto culturale, né sul piano
istituzionale né da parte dei media, che continuano
a proporre stereotipi femminili francamente impresentabili.
(...)

Questo quadro così spietato, ma dipinto con freschezza
e umorismo da Angela Padrone, è salutare,
perché mette tutti gli attori davanti a scelte che sono
oramai improrogabili. L’autrice non è compiacente
né con i potenti né con gli esclusi e, senza cedere
alla lamentela priva di proposte, richiama tutti alla
discussione e all’azione politica (...)
"

venerdì 6 novembre 2009

OUTSIDER. La nuova avventura


Aprii questo blog due anni e mezzo fa, mentre lavoravo al mio primo libro, "Precari e contenti". Volevo raccontare il mondo del lavoro dei giovani dal punto di vista di quelli che, pure tra tante difficoltà, riescono a trovare la loro strada, riescono a fare ciò che amano, grazie alla passione, alla testardaggine.

Il mercato del lavoro italiano, dicevo, non funziona. Non funzionava neanche quando ero una giovane laureata io, negli anni Ottanta. Già allora i giovani si dibattevano e si disperavano perché non trovavano opportunità.
Però, con "Precari e Contenti" volevo indicare una strada di riscatto personale e uno spiraglio per tutti: in fondo in questo mercato, sembrerà strano, ci sono molte opportunità che bisogna imparare a cogliere, ci sono novità positive che bisogna sviluppare , e on soffocarle.

Da quel libro sono nate tante esperienze, tanti incontri, tante riflessioni. Tutte girano intorno al tema delle opportunità, alle storie di giovani di quest'Italia che non sempre sembra quel Paese moderno e nel quale sarebbe bello vivere come a tutti noi piacerebbe. La mia attenzione nei confronti del mondo del lavoro, e delle relazioni tra mondo del lavoro, politica e vita di tutti i giorni, si è approfondita.

E sempre di più mi sono resa conto che i giovani fanno parte di un gruppo di outsider, che potrebbe dare molto di più, se avesse e sfruttasse le occasioni.. E sempre più mi sono dovuta arrendere alla constatazione che le donne, più della metà della nostra società, non hanno pari opportunità, non hanno pari dignità, non hanno peso in questa società. Soprattutto, lo voglio sottolineare, questi due gruppi, che sono maggioranza, sono delle enormi risorse, economiche e politiche. Potrebbero fare il bene del nostro Paese se fossero ben sfruttati, e potrebbero crescere umanamente ed economicamente, se fossero stimolati. In questo sono nella stessa condizione dei giovani, anche se le donne sono tante: se si rendessero conto del proprio potenziale potrebbero rovesciare l'Italia. Invece non lo fanno.



Ecco, questo è l'inizio del viaggio, La Sfida degli Outsider , in libreria dall'11 novembre 2009.




ENGLISH VERSION
OUTSIDERS. THE NEW ADVENTURE

I started this blog two years and a half ago, while working at my first book, ”Precari e contenti”. I intended to tell stories about young people and the labour market, from the point of view of those who, amidst lots of difficulties, find their way, thank to their passion, and their strong will. Those who succeed, at las, in finding the job they love. The italian labour market has always been a difficult one: it didn’t work well when I was a young graduate, in the Eighties. At the time, young people already struggled to find job opportunities, perhaps more than now. Writing ”Precari e contenti” I wanted to show a way of personal ”rescue” and a path for everyone: even in a difficult market as the italian one, there are opportunities. We have to make them more, not crush them.

From that book on, many things sprang out: reflections, experiences, new people I have met.

This new voyage is all about the opportunities that are, or are not, to be found at this time in Italy, a country which is not always the beautiful country we all would like it to be. In th last two years I have deepened my knowledge of the labour market and I have learnt more and more about the relations between the labour market, politics, and everyday life.

More and more I have come to realize that the young are outsiders in the italian society. And more and more I have come to accept the hard truth about women in our society: they have not equal opportunities, they have not equal dignity, they don’t count. The condition of women and young is similar. The only difference is that women are a lot: if they realized how powerful they could be, they could overturn Italian power. But they don’t.


Together, these two groups are a formidable resource, but they are not recognized as such and there are two few active policies for them.

So, this is the beginning of this new journey, with ”La sfida degli Outsider”, ”Outsider’s Challenge”, on sale in bookshops and on the internet from November 11th 2009.

venerdì 10 luglio 2009

Non è un paese per giovani



Qualcuno è già stufo. Per un po' ha sopportato, ma ora già non ne può più di sentir parlare del dovere di aprire gli spazi ai giovani, di dare più peso politico ai giovani. E' strano, perché questi "giovani" non sono da nessuna parte, se non in qualche discorso di facciata, per l'appunto. "I giovani italiani sono tra quelli con minor peso politico nel mondo occidentale", scrivono Elisabetta Ambrosi e Alessandro Rosina in "Non è un paese per giovani", Marsilio editore. Una ricerca sulla condizione dell'Italia, un paese che vive sulle rendite e pensa poco al futuro, nel quale il debito pubblico blocca qualunque slancio progettuale, nel quale scarseggiano le utopie, ma anche più prosaicamente, manca l'idea stessa di "bene pubblico, di bene comune", e nel quale come conseguenza, anche la condizione dei giovani non è buona.
E' importante, secondo me, sottolineare che le prospettive pessime dei ventenni e dei trentenni dipendono dal contesto generale. Altrimenti sembra che si facciano appunto i soliti discorsi da "largo ai giovani", che poi giustamente suscitano la reazione nauseata dei cinquanta-sessantenni che chiedono quale senso abbia disprezzare (a parole, ben inteso) la loro esperienza e le loro competenze. E' importante ciò che scrivono Ambrosi e Rosina:"Meno si investe sui giovani e li si valorizza e meno essi potranno giovare al proprio paese, contribuire fattivamente al suo sviluppo (...)dal successo individuale nel processo del diventare adulti dipende anche il futuro e il successo della comunità civile nel suo complesso" (p. 23). Ecco perché chi prende sul serio questo discorso, in realtà, sta facendo un discorso sull'investimento nel futuro, nella crescita del Paese. Altro che buonismo: i giovani vanno sfruttati. Vanno "utilizzati" per ciò che sanno fare: dare slancio al cambiamento. Non a caso, sia detto per inciso, il "change" vincente di Obama.
I dati parlano chiaro: siamo l'unico grande paese nel quale è occupato solo un giovane (tra i 15 e i 25 anni) su quattro; siamo l'unico grande paese che ha un'elite formata al 45% da ultrassettantenni (gli altri paesi sono al 30%). Non parliamo di stipendi bassissimi all'accesso al lavoro, di professori universitari under 35 (qualcuno una volta li ha definiti dei panda). E non parliamo di natalità, causa ed effetto dello scarso peso politico dei giovani in Italia. Oggi i giovani, anagraficamente, sono una rarità.
Guarda caso, la situazione in cui si trovano i giovani in Italia è condivisa con un'altra larghissima fetta della popolazione: le donne. Ambrosi e Rosina lo notano, anche se in un solo capitoletto: anche le donne sono state escluse dal potere. "Le redini delle istituzioni, delle aziende, dei giornali [sono] stranamente finite tutte in mano agli uomini" (p. 85). Non che qualcuno le abbia volutamente escluse, non che alcuna legge impedisca alle donne di occupare questi posti. No. "semplicemente e silenziosamente, per quei posti furono scelti sempre gli uomini", scrivono gli Autori. E, anche in questo caso come in quello dei "giovani", non manca chi le invoca, chi le utilizza come icone, immagini "interessanti", chi addirittura, aggiungo io, quando si fa una nomina importante proclama che "la prossima volta" per questo posto vedrei bene una donna". Una bella presa in giro. La verità è che abbiamo una struttura di potere "tenacemente antiquata", che esclude i giovani, e le donne, riproducendosi sempre per cooptazione dell'uguale.
Le colpe? Al primo posto le "pratiche selvaggiamente gerontocratiche, familiste e corporative" dominanti, messe in pratica da chi ha il potere e , magari, si riempie la bocca di peana al "merito", che però non mette in pratica.
Va detto però che qualche "colpa" ce l'hanno anche loro, i giovani, con i quali invece Ambrosi e Rosina sono forse anche troppo indulgenti. Sottolineano l'assensa di dissenso e di conflitto che li affligge. Sottolineano il loro essere spesso viziati da famiglie iperprotettive, che li hanno cresciuti nelle comodità. Notano come i giovani italiani, pur lavorando meno dei loro coetanei stranieri, ben difficilmente rinuncino (al contrario di quelli) alla macchina, al cibo buono, a vestiti inutilmente costosi e firmati", eccetera. Ambrosi e Rosina aggiungono anche che tra i giovani italiani non solo "le utopie scarseggiano", ma è subentrata "una privatizzazione dei fini, una riduzione della speranza al piccolo ambito quotidiano (...) E' come se i giovani di oggi, invece di fare la rivoluzione pubblica, cercassero di mettere in atto una micro rivoluzione permanente e privata" fatta di realizzazione di sé, autenticità personale e così via.
Ma gli Autori giustificano tutto ciò con l'estrema precarizzazione del lavoro che instillerebbe incertezza e incapacità di reagire " per paura" che qualcosa possa essere loro "tolto". E qui la storia si incarica di dimostrare che non può essere così, che i giovani hanno sempre cercato di far valere i propri diritti, anche in condizioni estremamente sfavorevoli. Esempi a noi contemporanei di altri paesi (vedasi Iran) stanno lì a dimostrarlo.
La conclusione che se ne trae è che viviamo in un paese antiquato e bloccato. E che certi blocchi e certe "arretratezze" culturali colpiscono gli stessi giovani e le stesse donne, i quali non si rendono neanche del tutto conto delle ingiustizie, delle esclusioni che subiscono.
"Non è un paese per giovani" non lascia, alla fine, grandi speranze. Però segnala brevemente quattro "muri da abbattere" per cominciare a smuovere le acque dell'Italia bloccata. I quattro "muri" sono l'enorme debito pubblico, l'iniqua ripartizione delle spesa per la protezione sociale, i vincoli anagrafici di accesso alle cariche pubbliche, i meccanismi di rinovo della classe dirigente. Da qui, per quanto arduo, si deve partire.

giovedì 23 aprile 2009

Letteronze e vecchi marpioni

Volete più giovani in politica? Volete più donne candidate? Berlusconi vi accontenta. E recluta un gruppo di giovani donne, prese per lo più dal mondo dello spettacolo, per lanciarle come volti nuovi in politica e anche come candidate alle elezioni europee. Scandalo della sinistra.
Che però, la sinistra, si pone gli stessi problemi: svecchiarsi, dimostrare che non è un partito conservatore, e ”aprire” ai giovani e alle donne. Per esempio, il Pd candida Debora Serracchiani, icona del rinnovamento del Pd. Il video di lei che attacca senza mediazioni i dirigenti del Pd spopola su YouTube. Franceschini preferisce lei ai candidati proposti dai giovani del Pd e fa arrabbiare il presidente dei giovani, Fausto Raciti. Non sarà che anche la Serracchiani è diventata un personaggio mediatico? Oibo’, Come se ne esce?
Detto che la sinistra è bene che la smetta di fare la snob con le scelte di Berlusconi, qui nessuno può tirare la prima pietra: i giovani e le donne, nel migliore dei casi, vengono ”usati”. Sì, usati, da destra e da sinistra, come bandierine, per il loro effetto mediatico. Poi però, quando si tratta di decidere, di gestire il potere vero, il discorso cambia e entrano in scena i soliti vecchi marpioni.
Il problema è che i giovani, gli spazi, se li dovrebbero conquistare da soli, e non farseli gentilmente concedere dai capi dei partiti. Le donne anche. Oppure pretendessero delle quote. Meglio le quote che l’umiliazione del posto graziosamente concesso.
Penso che alla fine faranno meglio le letterine e letteronze (le donne si sa, di solito studiano e cercano di dimostrare che non sono solo belle ma anche brave), rispetto a certi marpioni della vecchia politica. Non faccio nomi, ma ognuno ci può mettere i suoi preferiti. Storace ha detto parole memorabili: ”Vuol dire che Berlusconi ha preferito facce nuove a Mastella e Pomicino”.

lunedì 23 marzo 2009

La fine del lavoro e la scuola

E' ARRIVATA la fine del lavoro? Perlomeno del lavoro così come lo abbiamo conosciuto nel XX secolo? La domanda non è oziosa: la Fondazione Marco Biagi ha dedicato il suo convegno annuale all'occupazione giovanile e una delle sessioni è stata per l'appunto intitolata "The end of employment", che sta per "lavoro" ma anche, più correttamente "impiego". E, infatti, attraverso le relazioni di studiosi di diritto del lavoro provenienti da tutto il mondo, emerge proprio questo: viviamo in un momento in cui possiamo legittimamente chiederci se il lavoro stia cambiando pelle per sempre. La crisi globale accentua questa sensazione e mina ancora più velocemente le vecchie certezze.La lettura più ovvia di questa teoria è quella che deriva dall'avanzata dei lavori temporanei tra i più giovani. Questo avviene in tutto il mondo, ma la sensazione è più netta in Paesi che hanno sempre assegnato una particolare protezione al lavoro "per la vita". Il Giappone è un caso esemplare, ma l'Italia gli assomiglia moltissimo. Tra i giovani giapponesi, così come tra gli italiani, ci sono ormai percentuali inedite di lavoro temporaneo. E questo influisce sulla capacità di questi giovani di fare famiglia, e di fare progetti per il futuro. Al contrario dei giovani di altri Paesi (tradizionalmente più abituati all'incertezza) ai giovani giapponesi (così come ai giovani italiani) è stato insegnato che per sposarsi e fare dei figli bisogna aspettare di avere un lavoro definitivo. Oggi, molti di loro rischiano di aspettare troppo e di trovarsi fuori tempo massimo. Un altro problema delle generazioni più giovani in Occidente, ma anche in Oriente, sono le aspettative. Le loro aspettative sono molto più alte di quelle che furono dei loro genitori. E, purtroppo, nella società globale, l'incontro tra domanda e offerta del ”giusto” lavoro per la persona ”giusta”, si è fatto più difficile. Facile, più facile di quanto non fosse nel xx secolo, è trovare "un" lavoro, cioè una qualsiasi opportunità di lavoro. Ma "il" lavoro che piace, che si desidera, che ci soddisfa, che ci realizza, quello è un altro discorso. E molti giovani sembrano destinati a rimanere delusi.La risposta per molti è "educazione", scuola, skills, competenze. Giusto, ma la domanda è: quali competenze? Perché un'altra caratteristica di questo mercato è che è molto difficile prevedere le specializzazioni che saranno più ricercate e più spendibili sul mercato del lavoro in un certo lasso di tempo. Oggi constatiamo spesso che le aziende fanno spesso fatica a ricoprire certe posizioni lavorative. Ma da qui a 5 anni, chi è in grado di prevedere, e quindi di consigliare, a quali settori, a quali specializzazioni rivolgersi? Pochi. E chi lo fa rischia di essere smentito dalla realtà. Infine, con un brillante rovesciamento di impostazione, il professor Jacques Rojot di Parigi ha sorpreso tutti annunciando che, con il declino dell'industria tradizionale e l'avanzata dei servizi, sarà di fatto sempre più difficile distinguere i lavoratori per ciò che sanno fare. Ciò che sempre di più conta infatti è la capacità di comportarsi, di interagire, con il pubblico e sul lavoro. Behaviour, è stata la sua parola chiave. Sapersi ben comportare, essere appropriati, gentili, fa tutta la differenza in certi settori. Nessuno però lo insegna. La conclusione non è consolante: ogni Paese cerca di mettere in atto delle politiche che rendano più fluido il mercato del lavoro. Ma nessuno sa quale sia la politica giusta, nessuno può dire se ciò che funziona in un Paese possa essere trapiantato in un altro. Nel mondo convivono le situazioni estreme del lavoratore svedese, che per il 90% si aspetta di cambiare molte volte lavoro nel corso della vita, e quelle del lavoratore giapponese che, nella stessa percentuale, sogna invece la sicurezza totale, a vita, come ce l'avevano i suoi genitori. Tutti si affannano a parlare di formazione, di flessibilità, di flexicurity, eppure, come è stato ben sottolineato da una brillante docente americana, Susan Bisom-Rapp, i professori raramente si sentono responsabili del futuro dei loro studenti.Qui c'è una delle chiavi principali, il leit motiv di questa tre giorni di studio alla Fondazione Biagi, e uno dei punti fissi della ricerca di Marco Biagi e del suo allievo Michele Tiraboschi. Il momento più delicato, quello su cui più bisognerebbe concentrarsi per una politica del lavoro diretta ai giovani, è il momento della transizione scuola-lavoro. Le scuole, le università, quindi, devono essere responsabili. Così anche i professori. Un professore di statura internazionale, Roger Blanpain, belga, ha parlato di "ponti", di importanti misure ponte, che aiutino a superare le diverse fasi della vita lavorativa. E' in queste aree, in questi momenti di passaggio che le politiche pubbliche dovrebbero concentrarsi, soprattutto ora che c'è da costruire il ponte più importante, quello che ci permetterà, si spera, di arrivare indenni all'uscita della crisi.
(Pubblicato sul Messaggero del 23 marzo 2009)

sabato 31 maggio 2008

DRAGHI E I GIOVANI "MORTIFICATI"

AGGIUNTO IL LINK DELLA RELAZIONE

L’Italia non cresce. Ma è ora che torni a farlo se non vuole scivolare sempre più indietro rispetto agli altri paesi europei. E’ un punto chiave daella relazione di Mario Draghi nelle Considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia. Chi vuole può leggere qui la relazione integrale.
I principali elementi negativi che aggravano il nostro sistema, ha sottolineato Draghi sono il Mezzogiorno e i giovani. Questi ultimi, in particolare dovrebbero essere protagonisti della ripresa. Ma sono spesso ”mortificati -testuali parole del governatore - da un’istruzione inadeguata, da un mercato del lavoro che li discrimina a favore dei più anziani, da un’organizzazione produttiva che non premia il merito, non valorizza le capacità”.
Scuola, conflitto giovani-anziani, merito, capacità. Sono tra i punti sui quali spesso ci arrovelliamo qui. Ecco perché credo importante mettere in risalto le parole del governatore. Che non hanno risposte facili, e neanche soluzioni indolori, va detto. E che si sommano a tutte le altre difficoltà, legate al debito pubblico, al sistema finanziario, e, aggiungerei io, a un paradigma culturale per certi aspetti arretrato.
Ma se i giovani stessi non si batteranno perché questi siano i temi sui quali va concentrata l’attenzione (di tutti: del governo delle imprese e delle stesse famiglie), saranno loro i primi sconfitti, e tutto il resto del Paese insieme a loro.

lunedì 26 maggio 2008

SIENA, L'ATENEO METTE IN CONTATTO GIOVANI E IMPRESE


Riporto la notizia nuda e cruda, salvo possibili approfondimenti...Poiché uno dei problemi principali dei giovani è il passaggio dall'università al lavoro, l'iniziativa dell'università di Siena mi sembra molto interessante. Civile, direi. Chiaro che rimangono i problemi dei "profili". Esempio: se ci sono troppi psicologi, non ci sarà servizio di stage e placement che tenga. Però è un segnale importante, anche per le aziende, che speriamo comincino a pensare di più ai laureati e non si accontentino .




UNIVERSITÀ: LAUREATI CERCANO LAVORO, A SIENA LE AZIENDE TROVANO I LAUREATI = UN NUOVO SERVIZIO DELL'ATENEO PER METTERE IN CONTATTO GIOVANI E IMPRESE Siena, 26 mag. - (Adnkronos) - Non solo i giovani che cercano lavoro ma anche il lavoro che trova i giovani. In che modo? Attraverso l'Università, che dal campo della formazione estende il suo intervento a quello dell'inserimento dei suoi laureati nel mondo del lavoro. Per raggiungere questo obiettivo l'Università di Siena ha aderito al programma FIxO, «Formazione e innovazione per l'occupazione», promosso e sostenuto dal ministero del Lavoro e della previdenza sociale. Gli studenti vicini alla laurea e i neolaureati possono fin da ora recarsi nei nuovi locali del placement office dell'Ateneo, dove è stato allestito uno sportello appositamente dedicato a questo servizio. Qui i ragazzi possono iscriversi al programma e inserire la propria candidatura in un database, rendendola disponibile alle aziende interessate per stage e tirocini. Allo sportello lavorano dei giovani, assunti temporaneamente dall'Università per dedicarsi specificamente al progetto, pronti a rispondere a tutte le domande e le richieste di informazioni e ad aiutare gli studenti materialmente nell'inserimento delle candidature. Dall'altra parte, anche le aziende, gli enti, le istituzioni e le imprese che cercano stagisti da inserire nelle proprie strutture lavorative, attraverso il servizio dell'Università possono trovare più facilmente giovani disponibili e preparati. Ma la vera novità rispetto ai normali stage che l'Università mette a disposizione degli studenti è il rimborso spese. I ragazzi infatti riceveranno 200 euro al mese per tutta la durata del tirocinio. Inoltre, le aziende che decideranno di assumere i ragazzi al termine del tirocinio con un contratto di almeno un anno riceveranno come contributo per l'avvio della nuova collaborazione 2300 euro. Lo sportello dedicato al programma FIxO si trova presso il Placement Office, in via Banchi di sotto 46. È aperto il lunedì, il mercoledì e il venerdì dalle 9 alle 13.30, il martedì e il giovedì dalle 14:45 alle 17. Le domande per partecipare devono essere presentate entro il 31 dicembre 2008.

venerdì 14 dicembre 2007

ITALIANI DEPRESSI? IN PANCHINA VACCI TU







L'Italia è un paese triste e depresso, scrive Ian Fisher sul New York Times. E' vero. Inutile la difesa d'ufficio di Napolitano. Basta guardarsi intorno per la strada, si vedono certi musi lunghi... per non parlare delle cifre: crescita quasi zero, crescita della produttività zero, giovani al potere sotto zero, donne al potere idem, investimenti su scuola, ricerca e sviluppo, pochissimi. I ragazzi cominciano a parlare della loro paura del precariato prima ancora di aver finito la scuola, e invece di sognare di cambiare il mondo, sognano le vacanze organizzate e la pensione (su questo hanno ragione: se la sognano, la pensione, ma anche un po' per colpa loro). In Precari e contenti" ho scritto: "Ascoltandoli si ricava la convinzione che la depressione sia una malattia socialmente trasmissibile, che viviamo in un paese dove il bicchiere viene visto sempre mezzo vuoto e dove, di fronte alle difficoltà, invece di tirare fuori l'orgoglio i giovani depongono le armi. Oppure sono preda di una rabbia incontrollabile, cieca, impotente, dalla quale non riesce a emergere nessuna forza propositiva, solo nichilismo" (Come chiamate il vaffa..day di Grillo?!)
Partendo da questo spunto siamo tornati a parlare di giovani, lavoro, donne e politica alla trasmissione "In panchina vacci tu" di Radio Radicale, con Francesco Delzio, Giuliano Gennaio, Michel Martone, Federico Mello. Conduceva Valeria Manieri. La trasmissione dura un'ora ma il gruppo è vivace e ben assortito, io credo che sia interessante.
A parte ciò, tornando sulla depressione, è di oggi la notizia di un ricercatore che ha fatto importanti ricerche nella cura contro i tumori e che però ha deciso di lasciare l'Italia per disperazione: si chiama Antonio Porro, 28 anni e se ne va in Svizzera. E' di oggi anche il richiamo della Banca centrale europea: con la Finanziaria 2008 l'Italia ha mostrato scarsa ambizione, il risanamento dei conti non procede. Già. E quel debito pubblico, tra le altre cose, pesa come un macigno sulle spalle degli italiani, ma soprattutto sulle spalle dei giovani e delle donne: perché per quel macigno non si possono fare più asili nido, sussidi alla disoccupazione, assistenza agli anziani, tutto ciò che libererebbe energie vitali per il nostro Paese. Perché è chiaro: non è che siamo tutti depressi! Se ascoltate la trasmissione a Radio Radicale vi rendete conto che ci siamo divertiti un sacco a incontrarci e a discutere (La Compagnia si è data appuntamento di nuovo a Radio Radicale la settimana prossima). Ma restano casi individuali. Collettivamente, l'Italia fa acqua da tutte le parti.
Forse è ora veramente di fare ricorso a risorse nuove, e non parlo di soldi, ma di idee.

sabato 3 novembre 2007

GIOVANI E LAVORO, COSA HA VERAMENTE DETTO DRAGHI





A mente fredda, dopo qualche giorno, vorrei tornare su quello che ha detto Mario Draghi, governatore della Banca d'Italia. Mi spingono a farlo varie cose:


1) l'incredulità di fronte a quello che hanno, che abbiamo, riportato sui giornali;

2) la lettura del testo integrale del governatore;

3) la lettura di un bell'articolo sul Riformista .
Allora, in primo luogo, i giornali hanno titolato sostanzialmente sui salari ("troppo bassi in Italia rispetto al resto d'Europa") e sui giovani ("il loro problema è la precarietà"). Mi sembrava strano che Draghi avesse detto delle cose del genere, con quel significato che gli è stato attribuito, e cioé: i salari vanno alzati; e i lavori precari devono trasformarsi in lavori non precari...
In secondo luogo, leggendo il testo si capiscono varie cose: primo che Draghi è non solo un grandissimo esperto, ma che ha anche una capacità divulgativa fantastica. E si tira un sospiro di sollievo.
In terzo luogo, sul Riformista di martedì 30 ottobre Gustavo Piga ha scritto un articolo di sintesi estremamente efficace, oltre che indignato. Ha sottolineato alcuni passaggi della relazione di Draghi, come quello che dice che dal '92 a oggi, i consumi pro-capite degli italiani sono cresciuti (come ognuno dotato di memoria può testimoniare) ma meno dei loro redditi. E negli ultimi tempi i consumi sono stagnanti.Piga alla fine suggerisce a Draghi (anzi , più delicatamente dice a via Nazionale), di contattare direttamente il popolo dei blog (!). Forse così sarà capito meglio.
Quanto ai giovani e al lavoro, continua l'articolo, Draghi ha riportato le cifre che chiunque si occupi di questi temi, conosce: dagli anni '90 in Italia l'occupazione è aumentata più che in altri paesi europei, e la disoccupazione è diminuita (anche se l'occupazione totale è ancora al di sotto degli obiettivi).
Leggiamo il testo direttamente: "Il tasso di occupazione delle persone di età compresa tra i 25 e i 35 anni è aumentato di circa cinque punti percentuali. Tuttavia, a opportunità di impiego decisamente maggiori (sic) di quelle offerte, alla stessa età, alle generazioni precedenti, si è accompagnata una sensibile riduzione dei salari d'ingresso".

Poi Draghi parla di discontinuità e imprevedibilità dell'esperienza lavorativa dei giovani, enormemente aumentata rispetto al passato, e questo costituisce un freno alla spesa e quindi ai consumi.

Ma qual è il punto? Il punto è che, per far cresce stabilmente il reddito, "la produttività è la variabile chiave". .Non ce ne sono altre.

Continua Draghi: "Le giovani generazioni guadagnano meno delle precedenti perché la loro produttività è meno adeguata al paradigma tecnologico corrente di quanto non lo fosse la produttività delle generazioni entrate nel mercato del lavoro nei decenni passati al vecchio paradigma. Riportare la produttività su un sentiero rapidamente ascendente risolve il problema di offerta dell'economia italiana, consente aumenti retributivi, rafforza la domanda interna."

Ciò detto, un governatore della Banca d'Italia si poteva fermare. Draghi invece va avanti e segnala tre punti d'intervento:

1) l'istruzione

2) strumenti per ripartire equamente i costi derivanti dalla maggiore flessibilità (flexicurity?)

3) innalzamento dell'età effettiva di pensionamento

Infine Draghi conclude così:

"Destinatari e protagonisti di questo processo sono in particolare i giovani. La politica economica avrà successo se li aiuterà a scoprire nella flessibilità la creatività, nell'incertezza l'imprenditorialità".

martedì 30 ottobre 2007

CONTRO IL SOFFITTO DI VETRO





Da oggi nasce un mio nuovo blog, "Soffitto di vetro" sul sito del Messaggero.it

Il "soffitto di vetro" è la metafora della barriera invisibile che le donne incontrano nei luoghi di lavoro, quando tentano di salire ai "piani alti". E' stata utilizzata per la prima volta nel 1986 in un articolo sul prestigioso giornale finanziario americano Wall Street Journal. Da allora si è diffusa in tutto il mondo ed è stata utilizzata molto anche in Italia: in particolare due libri analizzano il problema delle donne al potere e del soffitto di vetro (Soffitto di vetro e dintorni. Management al femminile, di Maria Cristina Bombelli, e Oltre il soffitto di vetro, di Linda Austin) .Utilizzerò questa immagine per parlare di donne e lavoro, ma non solo. Si parlerà anche di giovani. Anche loro, infatti, vivono la loro condizione di nuovi arrivati sul mercato del lavoro, di precari, di paria della società, di bamboccioni (come si dice ora), esattamente con lo stesso stato d'animo: come se davanti a loro ci fosse una barriera invisibile e invalicabile. Il problema è come affrontarla. E su questo forse non siamo tutti d'accordo.

sabato 20 ottobre 2007

RIFORMISTI UNITI NELLA LOTTA...O NO?







Una giornata dedicata al lavoro dei giovani, ma di giovani se ne sono visti pochi. In compenso si sono viste e sentite cose degne di una commedia di Shakespeare: peccato che i protagonisti facciano finta di non rendersene conto.

Cominciamo dal pomeriggio: come previsto, un sacco di gente ha sfilato per Roma per dire "basta alla precarietà". Non poteva accadere niente di diverso: è come quando si chiede a qualcuno se preferisce il tempo bello o il tempo brutto, la povertà alla ricchezza: ovvio che la precarietà, nel suo senso peggiore, non piaccia. Ma come affrontarla? In piazza il tema è di difficile analisi. Il diritto del lavoro, l'innovazione nel mercato, ecc, si prestano poco alla soluzione tramite slogan.

Invece, la mattina, se ne è parlato approfonditamente, con esperti e politici, sia di destra che di sinistra al convegno "Dare valore al lavoro". E tutti sono arrivati alla conclusione che per combattere il senso di precarietà bisognerebbe assolutamente completare la legge Biagi, lasciata a metà, con ammortizzatori sociali (che significa sussidi e formazione), investimenti, innovazione, e poi affrontare alcuni nodi che riducano la dualità del mercato del lavoro. Insomma, riforme che modernizzino un mercato asfittico, quello che Biagi per primo definiva "il peggior mercato del lavoro d'Europa".
Purtroppo, mi dicono che alla manifestazione di Roma c'erano tutte persone di una certa età, quindi lavoratori e forse perfino pensionati, mobilitati evidentemente dalle organizzazioni tradizionali della sinistra. Il problema del lavoro e della flessibilità, invece, ricade quasi tutta sui giovani.
Anche al convegno di stamattina al Capranica di Roma l'età media era molto alta e c'erano pochissime donne (meno male che una mia amica ha portato la figlia di due anni: ha abbassato la media!). Purtroppo gli interessati, quindi, non erano nel pubblico.
A un certo punto, mentre sul palco si analizzavano le leggi del lavoro, si è materializzato un gruppetto con uno striscione che diceva: "Siamo così giovani che non possiamo aspettare", slogan carino ma dal significato oscuro. L'aspetto surreale era che questi ragazzi, che si professavano di Rifondazione Comunista, e che sono stati espulsi dalla sala in quattro e quattr'otto, rappresentavano (oggettivamente) una componente di governo, lo stesso governo che ha approvato il pacchetto del welfare, che loro criticavano. Viceversa, in sala, il pacchetto welfare veniva difeso da rappresentanti dell'opposizione che, a loro volta, si trovavano meravigliosamente d'accordo, con altri esponenti di quello stesso governo. Insomma, una commedia degli equivoci.
In sala c'era Gianni De Michelis, ex ministro socialista di grande intelligenza politica (anche se si è sempre attirato molte critiche) che diceva caustico: "Ma se i riformisti di destra e di sinistra si ritrovano d'accordo, perché allora non governano insieme? Che ipocrisia è questa?". L'amara conclusione di molti in sala era che, purtroppo, il riformismo in Italia non ha mai avuto molto successo . Da noi hanno sempre prevalso le ideologie più "forti" anche se, secondo me, meno ancorate alla realtà. Agli italiani piace così.

Eppure sarebbe stato bello se la giornata di oggi avesse potuto segnare l'inizio di un dialogo sulla legge Biagi tra chi la contesta e chi la difende. In fondo oso sostenere (vedi "Legge Biagi, l'ora del dialogo" sul Messaggero)che sembrano volere entrambi la stessa cosa: il benessere dei lavoratori e dell'economia di questo zoppicante paese. O no?

sabato 29 settembre 2007

... E OLTRE LA PENSIONE


Per una volta riprendiamo il discorso della pensione e andiamo ancora oltre. [Questo non interessa ai più giovani? Sbagliato, perché il mercato del lavoro è un filo unico che non può essere torto o tagliato da qualche parte senza che tutto il gomitolo ne risenta. Perciò dovremo parlare anche dei famosi "insider" oltre che dei soliti "outsider", e di anziani]. Tutti noi un giorno saremo anziani, ma siccome la vita media si è allungata e si protende ormai verso i 100 anni, dovremo prepararci da giovani a vivere bene anche oltre il traguardo dei 60-65 anni. ! ;-D

Il Censis oggi teneva un convegno sulla longevità come risorsa, nel quale illustrava l'esperienza di una organizzazione onlus, che ha messo in atto dei corsi- pilota dedicati agli anziani, con la filosofia della "longevità attiva". Chi aveva partecipato ai corsi alla fine aveva più amici (anche nuovi) , si sentiva meglio, più utile agli altri, e con un migliore rapporto con le nuove tecnologie (che aiutano tanto noi, figuriamoci chi è anziano!). Non è poco. Il Censis ci ricorda che "se gli anziani disponibili fossero messi in condizione di impegnarsi in attività di economia sociale si potrebbe generare nel Paese un valore di 128 miliardi di euro, pari all'8,7% del Pil". Se poi gli anziani facessero una vita "migliore", uscendo dal circolo vizioso della solitudine-depressione-uso e abuso di farmaci il Censis calcola che si potrebbero risparmiare 700 milioni di euro di farmaci. Come minimo. A me il tema sembra molto interessante e apre orizzonti amplissimi. Ne riparleremo.

lunedì 10 settembre 2007

"LARGO AI GIOVANI".... FA VERAMENTE RIDERE




Non vorrei parlare di Grillo: leggendo i giornali di ieri e oggi...sono contenta di avere scritto quello che c'era da dire il giorno prima.


Insisto che Grillo è lo specchio di noi italiani: incarniamo proprio i vizi che critichiamo, come Grillo. Poi, come ho detto, non credo che lui ora fondi un partito: il suo partito funziona benissimo così, non rischierà di sottoporsi a regole che lo penalizzerebbero. Quindi, basta con Grillo per ora.




Sono stata invece colpita da un articolo sul Sole 24 Ore di ieri a cui purtroppo non ho il link perché ieri il mio computer era fuori uso...Allora, Elsa Fornero, docente di Economia a Torino ed esperta di pensioni e previdenza, firma sul Sole: "Noi vecchi di 59 anni non ci sentiamo da rottamare". Il ragionamento è quello che avevo fatto in un mio post di qualche tempo fa sul Patto generazionale: tutti invocano l'"eliminazione" dalla scena politica e dai posti di responsabilità dei sessantenni, per fare largo ai giovani, poco rappresentati, costretti ancora a fare anticamera a 40 anni. Poiché in Italia si procede per slogan e con sprezzo del ridicolo, va di moda (anche tra i settantenni) dire "largo ai giovani". Attenti, perché questi atteggiamenti rischiano di finire in una sorta di razzismo, per non dire di peggio. L'argomento è di quelli che mi appassionano, anche se per fortuna sono ancora abbastanza lontana dal traguardo della rottamazione (ma il tempo corre , nn so se ve ne siete accorti!) e ci ho dedicato parecchi post. Tra questi vi segnalo quello su Coalizione generazionale, che invece mi trova del tutto d'accordo ed è un'iniziativa di giovani che si danno da fare per conquistarsi spazio.

Allora, scrive Elsa Fornero (che se aprite la sua pagina web vi guarda con aria quasi da ragazzina, altro che vecchia): "Non posso nascondere il mio sconforto: con 59 anni faccio parte della fascia d'età incriminata, sono donna e ho dedicato la mia vita professionale (universitaria) all'insegnamento dell'economia (ricavandone grandi soddisfazioni), e allo studio dei sistemi previdenziali (ricavandone talvolta l'impressione di fare qualcosa di socialmente utile e non di predicare soltanto). Dovrei lasciare? Ne avrebbe qualche vantaggio la società?" Giustamente prosegue: il merito e la capacità non si dividono per categorie", cioè, non è che i giovani sono sempre ok e i vecchi sempre un peso. Per di più una donna già ha vissuto su di sè varie forme di discriminazione: "Le donne della generazione di mezzo - scrive Fornero - sono state vittime di gravi esclusioni: dal mercato del lavoro perché era naturale che stessero a casa a fare e allevare figli; dalle progressioni di carriera, perché c'era sempre un maschio più meritevole; dal potere economico e dalla politica perché questa era, ancora per definizione, una faccenda da uomini. Ora che la sensibilità sta cambiando e qualche porta si apre anche per queste donne, bisognerebbe chiuderla subito per fare largo ai giovani". Assurdo. Folle, direi criminale. L'ultima considerazione è la più ovvia ma non si sa perché nessuno la considera: ma come, si discute di alzare l'età pensionabile, si auspica un allungamento della vita lavorativa, si prevede un ulteriore allungamento della vita media, (oggi Veronesi prevede per le bambine degli anni 2000 103 anni di aspettativa di vita) e poi si vogliono rottamare persone di 60 perfettamente sane e vitali, forti del loro carico di conoscenze ed esperienza! ?




Queste considerazioni sono talmente evidenti che avvilisce doverle fare. Eppure, anche qui, come nel caso di Grillo, lo slogan, la frase fatta funziona meglio di un piccolo ragionamento. Avanti ai giovani, e via. Credo invece credo che se in Italia i giovani non trovano spazio è colpa di un sistema troppo rigido e poco meritocratico. E' per questo che i giovani dovrebbero battersi: più flessibilità a tutti i livelli e più meritocrazia, altro che posti garantiti a scapito dei sessantenni. Facciamo ridere il mondo. Ah, dimenticavo: quella è la nostra specialità (vedasi vignetta di Arnald)

mercoledì 25 luglio 2007

COALIZIONE GENERAZIONALE, GLI UNDER 35 SI ORGANIZZANO



"Qui non si fa politica", era una delle frasi dell'Italietta, che tanti di noi vorrebbero dimenticare. Eppure è ancora uno dei principi che molti si vantano di seguire...e per i giovani sembra diventato normale non darsi obiettivi politici. Ovviamente perché la politica tradizionale è fuori dai loro schermi radar, dalle loro ambizioni e sogni. Giustamente. Invece no, voglio dire: qui si fa politica. Per forza, perché non c'è quasi nulla nella nostra vita , tanto più se pubblica, che non rappresenti un fare politico. Al mio esame di maturità c'era la versione scritta di greco: un brano di Aristotele che mi piacerebbe trascrivere qui in greco, ma purtroppo la tastiera non mi "supporta" (forse neanche mi sopporta!). Comunque il testo cominciava così: l'uomo è un animale politico... Altro ovviamente è essere faziosi o, peggio, ideologici, il che vorrei che, qui, fosse bandito.
Finite le giustificazioni, vi voglio parlare di un movimento di under 35. Chi ha letto il mio post contro il patto generazionale sa che certe volte non sono per niente tenera. Con diffidenza, quindi, mi sono studiata il sito di "COALIZIONE GENERAZIONALE" , mi sono informata un po', ho letto il loro programma. E mi sono convinta che non è niente male e che se un gruppo del genere avesse avuto più peso, la vicenda dello "scalone" non sarebbe mai andata come è andata.
Si tratta dell'iniziativa di un gruppo di under 35 di varie provenienze. Tra loro ci sono professionisti, scrittori e anche giovani "impegnati". Il portavoce è Luca Bolognini, 27 anni, laureato in Legge, fondatore di Gullivertown, ora consulente d'impresa. Mi scrive: "Siamo tutti "incollocabili da una parte o dall'altra, come la maggioranza degli under 35 italiani, e paradossalmente anche dei giovani che comunque aderiscono a un partito. Non ci riconosciamo nelle divisioni storico-ideologiche dei nostri padri e nonni, cerchiamo altri contenuti su cui unirci/dividerci e ci interessano altre battaglie. Abbiamo importanti comuni denominatori che, mentre fanno litigare i vecchi, ci mettono tutti d'accordo . Non è un caso che tra i primi firmatari ci siano gli autori di Generazione 1000euro che "coabitano" con iscritti e dirigenti delle giovanili di Udc, del nascente Pd, dell'Idv, dei referendari o addirittura dei monarchici. Una mezza magia! Siamo ben consci che si tratta di una sfida un po' folle..." Tra i firmatari ci sono anche: Guglielmo Forgeschi, coordinatore di Dyalogue, 26 anni, medico di Firenze, specializzando in igiene. Tommaso Bonetti, 28 anni, avvocato e dottorando amministrativista a Bologna. Giuliano Gennaio, 27, vive a Roma ed è laureato in Scienze Politiche, organizza eventi e anni fa fondò Liberalcafè, creando così una grande community politica online oggi seguitissima. Antonio Picasso, 30 anni, si occupa di studi sulle relazioni internazionali nel Cesi di Margelletti. Lorenzo Lo Basso ha 26 anni, laurea in scienze politiche, lavora a Roma come autore televisivo. Tommaso Visone ha 22 anni, una passione per il futuro PD e studia la specialistica di giurisprudenza. Antonio Incorvaia, co-autore di G1000, vive a Milano, è architetto ma fa il giornalista a Smemoranda. Alessandro Rimassa, altro co-autore, ha 33 anni, fa il giornalista per Mtv e Affari Italiani. Vittorio Sepe, commissario naz giovani Udc, ha 31 anni ed è avvocato in Campania. Marco Maria Mattei è un ricercatore di 28 anni di economia, a Bologna. Massimiliano Colosimo, in arte Max Cosmico, vive a Rimini, è laureato in economia e ha creato il 1000euroblues. Daniela D'amico è la coordinatrice di Società Aperta Giovani, ha 28 anni e lavora per CortinaIncontra con Cisnetto. Carlo Salizzoni ha 32 anni, vive a Londra dove fa l'ingegnere gestionale, in pratica resuscita le aziende in crisi. Alvise Bragadin è un avvocato di 32 anni e lavora in Confindustria a Bologna. Alberto Fossari è un giovane medico di Padova, specializzando in ortopedia. Alessandro Rapisarda ha 33 anni e fa il consulente del lavoro in Romagna.
Nell'appello di "COALIZIONE GENERAZIONALE" tra l'altro si legge: "Il declino economico e istituzionale del nostro Paese rischia di colpire drammaticamente le nuove generazioni nei prossimi decenni: è quindi assoluto interesse di chi oggi ha meno di 35 anni quello di attivarsi per promuovere le grandi riforme, per modernizzare lo stato e rilanciare uno sviluppo non più rinviabile".
Le idee attorno alle quali è partita questa iniziativa si possono leggere sul sito e sono articolate in undici grandi temi di riforma. Ognuno di questi andrebbe analizzato e discusso, e lo potremmo fare in successivi interventi, nei quali anche i suddetti promotori potrebbero dire la loro. Per ora mi accontento dell'elenco:
1. Partiti e nuova classe dirigente 2. Sistema elettorale 3. Sviluppo italiano 4. Precarietà del lavoro e welfare 5. Pensioni 6. Riforma delle professioni 7. Università e ricerca 8. Unione Europea 9.Integralismi e integrazione 10. Costituente 11. Impostazione critica

martedì 17 luglio 2007

SCALONE, L'AUT AUT DELLA BONINO...E LA MIA COMMESSA PREFERITA

AGGIORNATO


Scalone. La Bonino ha preso sul serio il significato della trattativa sulle pensioni, e ha posto una specie di aut aut a Prodi: valuta tu se la mia posizione è compatibile con la trattativa che il governo vuole condurre in porto con i sindacati sullo scalone. Non si dimette, ma mette Prodi di fronte alle sue responsabilità. Alla luce di quello che ha detto anche Draghi il giorno prima, ha il suo bel peso. Finalmente le generazioni più giovani hanno trovato qualcuno che le difende sul serio. Grande Emma.



Precari e contenti. Domani Francesca Venturo, già segnalata su questo blog per la sua storia di precaria di buona volontà e autrice della Sindrome della Commessa, sarà ospite alla trasmissione di Maurizio Costanzo "Stella", su Sky alle 12,30. Complimenti e in bocca al lupo.

domenica 8 luglio 2007

LO SCALONE E UN LIBRO DI FANTAPOLITICA SU GIOVANI E PENSIONATI: BOOMSDAY



Il dibattito su pensioni, scalone e giovani si arroventa. Bene. Praticamente tutti i quotidiani hanno dei commenti interessanti. Segnalo sul Messaggero Casavola con "Il merito, i padri, i figli e la capacità di decidere", che dice "senza meritocrazia non si lasciano speranze ai giovani". Sottolineo l'editoriale domenicale di Eugenio Scalfari su Repubblica, particolarmente in vena, "Quando il sindacato si accordò con Maroni", nel quale oltre a parlare di una paese immobilizzato dalle diverse caste, paragona Bertinotti a Storace: l'uno non vuole che scompaia la sinistra antagonista, l'altro la destra. Dei giovani e degli anziani, aggiunge Scalfari, non gliene importa niente. Segnalo poi su vari giornali le interviste di Franceschini (Messaggero), e di Rutelli (Sole 24 Ore), che ancora cercano di difendere i giovani lavoratori dall'assalto all'arma bianca dei 57enni. Ma soprattutto non vi dovete perdere il pezzo di Chiara Saraceno, bravissima studiosa del mondo contemporaneo e delle donne in particolare, sulla Stampa. Comincia mettendo le mani avanti: "Sono tra coloro che protestarono quando venne introdotto lo scalone" dice, ma poi prosegue con chirurgica e impietosa precisione: "Il negoziato sullo scalone segna ancora una volta l'enorme distanza tra l'Italia e gli altri paesi europei sul piano culturale". Allora, mentre all'estero si parla di flessibilità lungo tutta la vita lavorativa, da noi ancora si sta a parlare dell'età minima per andare in pensione. All'estero i coefficienti di trasformazione dei contributi in pensione vengono corretti automaticamente, da noi sono soggetti a defatiganti trattative sindacali. Altrove ci si preoccupa del basso tasso di attività degli ultracinquantenni, da noi li si vuole mandare a riposo il prima possibile. La Saraceno giustamente propone che si leghi la pensione a parametri obiettivi, lasciando anche ai diretti interessati la possibilità di scelta se avere una pensione più bassa o continuare a lavorare [o cominciare anche un lavoro diverso, aggiungo io], ma senza scaricare sulle generazioni future gli oneri di certi privilegi.. Ora invece - aggiunge la Saraceno - il tesoretto se ne va inghiottito da provvedimenti sulle pensioni che riguardano una frazione non solo della popolazione, ma anche degli stessi lavoratori. Come lettura per le vacanze, sui conflitti giovani-sessantenni (non anziani, perché neanche loro vogliono essere chiamati così!) vi segnalo un libro americano: Boomsday, di Christopher Buckley, già autore di Thank you for smoking. Lo dovete trovare nelle librerie inglesi o americane o, per chi va in vacanza, se lo procuri all'estero. A Roma per esempio, io l'ho comprato all'Anglo American Bookshop di via della Vite. In America ha spopolato ed è diventato un best seller. E' divertentissimo e aiuta a tenere in esercizio il vostro arrugginito inglese (!).E' un libro di fantapolitica, ambientato in un non lontano futuro, in cui l'America è messa finanziariamente in ginocchio dal peso della spesa previdenziale. I baby boomers, nati nel dopoguerra, (la generazione più numerosa della storia anche da noi) stanno andando in pensione e caricano di tasse i giovani che sono meno di loro, ma li devono mantenere con i loro stipendi. Lo squilibrio rischia di portare gli Stati Uniti alla bancarotta...La protagonista è una giovane brillante che attraverso varie avventure e un suo blog, diventa la leader dei giovani in rivolta, e lancia un'idea paradossale: proponiamo ai baby boomers di suicidarsi all'età di 75 anni, in cambio di benefit per loro stessi (finché sono in vita) e per i loro figli. Un senatore in cerca di celebrità fa sua la proposta, e poi tutto avviene nella migliore tradizione americana. Secondo me questo libro lo ha letto anche Berlusconi (o qualche suo consigliere), visto che ha giustificato la sua parola "stronzate", pronunciata in diretta rivolta a Prodi, con la frase:." è così che parlano i giovani". A cosa mi riferisco esattamente lo scoprirete solo leggendo il libro. Chi risponde esattamente si guadagna il diritto a un post con nome e cognome qui sul blog!Buona lettura and have a wonderful time !
Rinnovo l'invito a farvi sentire con email, telefonate, a Damiano o a chi volete voi (anche al sindacato, perché no?)

mercoledì 4 luglio 2007

I PADRI DIVORANO I FIGLI



Piccola notazione personale: sono un a furia. Ce l'ho con la Telecom che mi ha attivato un abbonamento Voip tutto incluso e poi non funziona niente...e vorrebbero che io stessi a casa da brava casalinga ad aspettare un loro tecnico dalle 13 alle 17! Questo è il nostro mondo dell'innovazione!

L'altro motivo per cui sono una furia è la faccenda delle pensioni. E non parlo per motivi personali, perché io più o meno so cosa mi aspetta. Certo, non so che cosa darei per essere nelle condizioni degli attuali 57enni che vogliono andarsene in pensione subito e con quasi l'80 % dello stipendio! Io in confronto farò la fame a 70 anni. Ma quello che mi fa veramente imbestialire sono due cose: la follia di Giordano, Ferrero e compagnia bella che con grandissima faccia tosta difendono questa minoranza di privilegiati. Mi fanno pensare ai monarchici di un tempo. O ai padri che divorano i figli (nelle immagini il conte Ugolino di Fussli e Crono che sbrana uno dei figli di Rubens).


Ma ciò che mi fa impazzire è l'inerzia dei giovani: qui ne va del vostro futuro. E nessuno si scalda. Una mia amica mi ha informata che, di fronte all'appello di mandare una email di protesta a Damiano, quelli che si sono mossi di più sono i 50enni! Ma al contrario: non vogliono mica perdere i loro privilegi. E li capisco pure. Ma ce l'hanno dei figli questi 50 enni? Non ci pensano che quando loro saranno così vecchi da non essere più neanche più autosufficienti, i loro figli dovranno lavorare come pazzi fino a 70 anni (e oltre?) per stipendi falcidiati dalle tasse, grazie a un sistema previdenziale nel quale potrebbe essere saltato il banco?!


Sui giornali di oggi questo tema è ripreso da vari commentatori intelligenti. Prima di tutti vi segnalo la splendida analisi di Antonio Golini sul Messaggero "La pensione dei padri ricade sul futuro dei figli. Segnalo poi un altro commento bellissimo: "L'occasione sprecata" dell'economista Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera. Anche lui parla di padri e figli e fornisce una cifra raccapricciante: nel 2050 ogni lavoratore dovrà pagare per il mantenimento di due persone. La sua considerazione: "La verità, come ha scritto Tito Boeri sulla Stampa -e sostenuto Emma Bonino - è che sindacati e sinistra radicale non vogliono alcun innalzamento dell'età: preferiscono un gigantesco scalone - dai 57 ai 70 anni - purché non si applichi a noi ma solo ai nostri figli". Segnalo anche sul Giornale "Il prezzo della follia" di Nicola Porro, il cui titolo mi sembra il più azzeccato. Il giorno prima su Repubblica cose analoghe aveva scritto anche Massimo Giannini in "Se la politica si arrende"


Insomma, non posso che rinnovare l'appello a fare almeno qualcosa: mandate una mail a Damiano [...]




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