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lunedì 26 maggio 2008

SIENA, L'ATENEO METTE IN CONTATTO GIOVANI E IMPRESE


Riporto la notizia nuda e cruda, salvo possibili approfondimenti...Poiché uno dei problemi principali dei giovani è il passaggio dall'università al lavoro, l'iniziativa dell'università di Siena mi sembra molto interessante. Civile, direi. Chiaro che rimangono i problemi dei "profili". Esempio: se ci sono troppi psicologi, non ci sarà servizio di stage e placement che tenga. Però è un segnale importante, anche per le aziende, che speriamo comincino a pensare di più ai laureati e non si accontentino .




UNIVERSITÀ: LAUREATI CERCANO LAVORO, A SIENA LE AZIENDE TROVANO I LAUREATI = UN NUOVO SERVIZIO DELL'ATENEO PER METTERE IN CONTATTO GIOVANI E IMPRESE Siena, 26 mag. - (Adnkronos) - Non solo i giovani che cercano lavoro ma anche il lavoro che trova i giovani. In che modo? Attraverso l'Università, che dal campo della formazione estende il suo intervento a quello dell'inserimento dei suoi laureati nel mondo del lavoro. Per raggiungere questo obiettivo l'Università di Siena ha aderito al programma FIxO, «Formazione e innovazione per l'occupazione», promosso e sostenuto dal ministero del Lavoro e della previdenza sociale. Gli studenti vicini alla laurea e i neolaureati possono fin da ora recarsi nei nuovi locali del placement office dell'Ateneo, dove è stato allestito uno sportello appositamente dedicato a questo servizio. Qui i ragazzi possono iscriversi al programma e inserire la propria candidatura in un database, rendendola disponibile alle aziende interessate per stage e tirocini. Allo sportello lavorano dei giovani, assunti temporaneamente dall'Università per dedicarsi specificamente al progetto, pronti a rispondere a tutte le domande e le richieste di informazioni e ad aiutare gli studenti materialmente nell'inserimento delle candidature. Dall'altra parte, anche le aziende, gli enti, le istituzioni e le imprese che cercano stagisti da inserire nelle proprie strutture lavorative, attraverso il servizio dell'Università possono trovare più facilmente giovani disponibili e preparati. Ma la vera novità rispetto ai normali stage che l'Università mette a disposizione degli studenti è il rimborso spese. I ragazzi infatti riceveranno 200 euro al mese per tutta la durata del tirocinio. Inoltre, le aziende che decideranno di assumere i ragazzi al termine del tirocinio con un contratto di almeno un anno riceveranno come contributo per l'avvio della nuova collaborazione 2300 euro. Lo sportello dedicato al programma FIxO si trova presso il Placement Office, in via Banchi di sotto 46. È aperto il lunedì, il mercoledì e il venerdì dalle 9 alle 13.30, il martedì e il giovedì dalle 14:45 alle 17. Le domande per partecipare devono essere presentate entro il 31 dicembre 2008.

giovedì 1 maggio 2008

STAGE UTILI O STAGE DA COLLEZIONE?



Segnalo qui un'iniziativa interessante. Sul blog Repubblica degli stagisti è in stato avanzato una classifica in progress con le migliori aziende per chi cerca uno stage. Ce ne sono già una cinquantina.

Mi permetto però di sollevare qualche dubbio sul senso di tutto ciò: si parla di aziende che diano rimborsi sostanziosi o altri benefit. Questo è positivo perché si incentiva la concorrenza tra imprese. Ovvio che per prendersi i migliori stagisti alcune aziende offrano di più. Però mi sembra che così si perda un po' il senso di uno stage.

Se uno stage è serio, e chi lo fa anche (cioè se non lo fa "solo" per metterlo nel suo già sterminato curriculum) il rimborso sia in fondo un dettaglio. Non irrilevante, per carità, ma un dettaglio. Quello che conta, credo, è sapere quanto "serve": cioè se in quell'azienda si impara qualcosa e se ci sono possibilità di mettere a frutto l'esperienza. Aggiungo che se io fossi un selezionatore, di fronte a un curriculum troppo lungo e vario, cioè pieno di esperienze fine a se stesse, mi insospettirei. Un'azienda che è disposta a prendersi e a pagare uno stagista per sei mesi ha tutto l'interesse a tenerselo, se quello è bravo. Si dice che le aziende prendono stagisti per farli lavorare gratis. In alcuni casi può essere, allora chi lo fa può scegliere di andarsene oppure di "forzare" l'azienda a riconoscere la propria utilità. Faccio due esempi: il primo è tratto dalla mia esperienza: alla fine degli anni 80, grazie a uno stage sono arrivata al Messaggero e non ne sono più uscita. Però altri che avevano fatto anche loro uno stage lì non sono stati assunti. Negli anni successivi ho visto passare per la redazione molti altri stagisti, e alcuni , solo alcuni, io li avrei assunti a occhi chiusi. Purtroppo l'azienda non lo fece. Ora non prendiamo più stagisti, forse perché sembrano portare più problemi che altro. E anche questo non mi sembra molto lungimirante.



Il secondo esempio è tratto dal mio libro: Precari e contenti. Andatevi a leggere la storia dell'ingegnere (donna) mandata a fare lo stage nella rimessa degli autobus e chiedetevi: quanti di voi se ne sarebbero andati sbattendo la porta?

Se poi invece "collezionare" stage è diventato uno sport ...allora è un altro discorso. Interessante. Ma lo stagista che colleziona stage non può aspettarsi a sua volta un granché dalla aziende stesse, o no?

Comunque, per chi vuole aggiungere un nome alla lista, accomodatevi. Male non fa.

venerdì 15 giugno 2007

VI PRESENTO I PRECARI DI 20 ANNI FA

AGGIORNATO

Si allunga l'elenco degli argomenti da trattare e che rinvio: c'erano i lavoratori dei beni culturali, ora vorrei affrontare l'ampio tema degli ingegneri, magari anche un po' con il vostro aiuto (so che ho alcuni lettori ingegneri...). Poi mi devo studiare un enorme rapporto mondiale sui call center. Ora che vi ho detto un po' dei miei compiti a casa, ancora non fatti, devo però tornare sul tema dei precari, spinta anche da un'intervista al mio amico Max Cosmico al sito diversamente occupati. Un sito che ha un punto di vista ben diverso da questo, quello della "generazione più sfigata della storia".


Ora, voglio dire che è anche giusto che ogni generazione si senta così, perché questo serve a spingere chi ha più forza e spirito di innovazione, a cambiare la società. Purtroppo, però, la mia impressione (vi stupirà quello che dico) è che il discorso solito sul precariato sia profondamente "conservatore". Mi aspetterei che voleste scuotere questa società immobilista, rigida, divisa in caste, nella quale il merito e il talento contano ancora troppo poco, che non vi valorizza. Invece, e qui vi arrabbierete, sento parlare di mutui! Sappiate che non c' è stata nessuna generazione di italiani che sia stata in grado di comprarsi la prima casa senza l'aiuto dei genitori. E comunque adesso fanno i mutui anche per i precari. Tutti i giovani stranieri che conosco (e parlo di francesi, americani, norvegesi) vivono in affitto insieme con altri ragazzi. Dividono la camera e le spese. Anche in Italia. Vi fa schifo?

Piccolo racconto dal vivo: 20 anni fa, quando misi piede al Messaggero con uno dei primi stage esistenti (altrimenti non ci sarei mai arrivata, perché non avevo neanche uno straccio di raccomandazione e neanche mi sarebbe piaciuto averla), il giornale aveva decine di collaboratori non assunti. Giornalisti, di fatto, che sgobbavano dalla mattina alla notte, che scrivevano articoli, che però non potevano usare né i computer né i telefoni del giornale, e che ogni tre- sei mesi venivano pagati un tot ad articolo. Ne ho visti alcuni andare avanti così anche 10 (dieci) anni e alla fine non (dico non) essere assunti. Alcuni di loro adesso lavorano per il Messaggero, altri sono riusciti ad andare in altri giornali, altri ancora si sono dati all'agriturismo. Allora non esisteva la legge Biagi, né nessun'altra forma di precariato "per legge". Prima di loro, negli anni Settanta, i giornalisti che volevano cominciare neanche venivano pagati ad articolo: semplicemente lavoravano gratis , e in nero. Ed erano felici di farlo. Poi, dopo anni di gavetta, speravano che qualcuno li assumesse. Ma naturalmente non a tutti andava bene.

Quello che sto cercando di dire è che ora ci sono , anche se insufficienti, delle tutele. Il contratto a progetto sarà meglio di niente, del lavoro in nero? Nel peggiore dei casi sarà uguale. Gli stage, che oggi vi escono dagli occhi, 30 anni fa non esistevano. Se non avevate una "conoscenza" in un giornale non ci mettevate piede. E come nei giornali, in tante altre realtà. Credo che dovreste chiedere più flessibilità, non meno. Per esempio, rimproverare a noi "super garantiti", se non sarebbe giusto avere anche noi la nostra flessibilità, perché no?

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