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venerdì 10 luglio 2009

Non è un paese per giovani



Qualcuno è già stufo. Per un po' ha sopportato, ma ora già non ne può più di sentir parlare del dovere di aprire gli spazi ai giovani, di dare più peso politico ai giovani. E' strano, perché questi "giovani" non sono da nessuna parte, se non in qualche discorso di facciata, per l'appunto. "I giovani italiani sono tra quelli con minor peso politico nel mondo occidentale", scrivono Elisabetta Ambrosi e Alessandro Rosina in "Non è un paese per giovani", Marsilio editore. Una ricerca sulla condizione dell'Italia, un paese che vive sulle rendite e pensa poco al futuro, nel quale il debito pubblico blocca qualunque slancio progettuale, nel quale scarseggiano le utopie, ma anche più prosaicamente, manca l'idea stessa di "bene pubblico, di bene comune", e nel quale come conseguenza, anche la condizione dei giovani non è buona.
E' importante, secondo me, sottolineare che le prospettive pessime dei ventenni e dei trentenni dipendono dal contesto generale. Altrimenti sembra che si facciano appunto i soliti discorsi da "largo ai giovani", che poi giustamente suscitano la reazione nauseata dei cinquanta-sessantenni che chiedono quale senso abbia disprezzare (a parole, ben inteso) la loro esperienza e le loro competenze. E' importante ciò che scrivono Ambrosi e Rosina:"Meno si investe sui giovani e li si valorizza e meno essi potranno giovare al proprio paese, contribuire fattivamente al suo sviluppo (...)dal successo individuale nel processo del diventare adulti dipende anche il futuro e il successo della comunità civile nel suo complesso" (p. 23). Ecco perché chi prende sul serio questo discorso, in realtà, sta facendo un discorso sull'investimento nel futuro, nella crescita del Paese. Altro che buonismo: i giovani vanno sfruttati. Vanno "utilizzati" per ciò che sanno fare: dare slancio al cambiamento. Non a caso, sia detto per inciso, il "change" vincente di Obama.
I dati parlano chiaro: siamo l'unico grande paese nel quale è occupato solo un giovane (tra i 15 e i 25 anni) su quattro; siamo l'unico grande paese che ha un'elite formata al 45% da ultrassettantenni (gli altri paesi sono al 30%). Non parliamo di stipendi bassissimi all'accesso al lavoro, di professori universitari under 35 (qualcuno una volta li ha definiti dei panda). E non parliamo di natalità, causa ed effetto dello scarso peso politico dei giovani in Italia. Oggi i giovani, anagraficamente, sono una rarità.
Guarda caso, la situazione in cui si trovano i giovani in Italia è condivisa con un'altra larghissima fetta della popolazione: le donne. Ambrosi e Rosina lo notano, anche se in un solo capitoletto: anche le donne sono state escluse dal potere. "Le redini delle istituzioni, delle aziende, dei giornali [sono] stranamente finite tutte in mano agli uomini" (p. 85). Non che qualcuno le abbia volutamente escluse, non che alcuna legge impedisca alle donne di occupare questi posti. No. "semplicemente e silenziosamente, per quei posti furono scelti sempre gli uomini", scrivono gli Autori. E, anche in questo caso come in quello dei "giovani", non manca chi le invoca, chi le utilizza come icone, immagini "interessanti", chi addirittura, aggiungo io, quando si fa una nomina importante proclama che "la prossima volta" per questo posto vedrei bene una donna". Una bella presa in giro. La verità è che abbiamo una struttura di potere "tenacemente antiquata", che esclude i giovani, e le donne, riproducendosi sempre per cooptazione dell'uguale.
Le colpe? Al primo posto le "pratiche selvaggiamente gerontocratiche, familiste e corporative" dominanti, messe in pratica da chi ha il potere e , magari, si riempie la bocca di peana al "merito", che però non mette in pratica.
Va detto però che qualche "colpa" ce l'hanno anche loro, i giovani, con i quali invece Ambrosi e Rosina sono forse anche troppo indulgenti. Sottolineano l'assensa di dissenso e di conflitto che li affligge. Sottolineano il loro essere spesso viziati da famiglie iperprotettive, che li hanno cresciuti nelle comodità. Notano come i giovani italiani, pur lavorando meno dei loro coetanei stranieri, ben difficilmente rinuncino (al contrario di quelli) alla macchina, al cibo buono, a vestiti inutilmente costosi e firmati", eccetera. Ambrosi e Rosina aggiungono anche che tra i giovani italiani non solo "le utopie scarseggiano", ma è subentrata "una privatizzazione dei fini, una riduzione della speranza al piccolo ambito quotidiano (...) E' come se i giovani di oggi, invece di fare la rivoluzione pubblica, cercassero di mettere in atto una micro rivoluzione permanente e privata" fatta di realizzazione di sé, autenticità personale e così via.
Ma gli Autori giustificano tutto ciò con l'estrema precarizzazione del lavoro che instillerebbe incertezza e incapacità di reagire " per paura" che qualcosa possa essere loro "tolto". E qui la storia si incarica di dimostrare che non può essere così, che i giovani hanno sempre cercato di far valere i propri diritti, anche in condizioni estremamente sfavorevoli. Esempi a noi contemporanei di altri paesi (vedasi Iran) stanno lì a dimostrarlo.
La conclusione che se ne trae è che viviamo in un paese antiquato e bloccato. E che certi blocchi e certe "arretratezze" culturali colpiscono gli stessi giovani e le stesse donne, i quali non si rendono neanche del tutto conto delle ingiustizie, delle esclusioni che subiscono.
"Non è un paese per giovani" non lascia, alla fine, grandi speranze. Però segnala brevemente quattro "muri da abbattere" per cominciare a smuovere le acque dell'Italia bloccata. I quattro "muri" sono l'enorme debito pubblico, l'iniqua ripartizione delle spesa per la protezione sociale, i vincoli anagrafici di accesso alle cariche pubbliche, i meccanismi di rinovo della classe dirigente. Da qui, per quanto arduo, si deve partire.

mercoledì 18 luglio 2007

VOTO AI SEDICENNI PER DIFENDERE I GIOVANI?


Siamo in molti a dire che gli interessi dei giovani sono poco rappresentati nella nostra vita politica e sindacale (vedesi vicenda scalone e pensioni, ancora aperta). Il peso degli over 50 e over 60 è crescente, in parte per motivi semplicemente demografici, cioè di fatto, senza che ci sia una volontà crudele di qualcuno. Si sta però cominciando a discutere se sia il caso di introdurre il voto ai sedicenni, a partire magari dalle elezioni amministrative. Questo servirebbe, senza dubbio, ad abbassare l'età media del corpo elettorale (attualmente intorno ai 46 anni). Ma è giusto?
Il nascente partito Democratico aprirà le elezioni primarie del prossimo 14 ottobre anche ai sedicenni e diciassetteni. La Voce pubblica un articolo di Alessandro Rosina (professore di demografia alla Cattolica di Milano), "Sedici anni, l'età per votare", favorevole a questa ipotesi. A favore cita, appunto, la necessità di riequilibrare il peso politico delle varie classi di età, favorire il ricambio generazionale, e premere sulle decisioni che riguardano la spesa sociale.
L'articolo di Rosina cita anche, senza condividerle, le ragioni "contro": i giovani a 16 anni non sarebbero maturi, devono concentrarsi sullo studio, e forse non sono neanche così interessati a partecipare alla vita politica.

Io non ho ancora un'opinione così netta, ma mi interrogo. Mi ricordo che quando si diede il voto ai 18enni (1978) questi ultimi si battevano come leoni per averlo; oggi vedo meno interesse, anche se i sondaggi dicono che tre ragazzi su quattro sarebero "contenti" di poter votare. Certo, se loro si battessero...forse li vedrei diversamente, ma per ora gli unici che parlano di patto generazionale, di largo ai giovani, sono dei quasi cinquantenni piuttosto interessati e ipocriti. E come ho già detto, non ne condivido la linea.
Inoltre, è vero che i 16 enni hanno oggi più competenze e fonti di informazione di un tempo, però questo non è assolutamente sinonimo di maturità: anzi, da un punto di vista strettamente antropologico, si potrebbe sostenere che nella specie umana l'adolescenza si stia prolungando: la vita media si allunga e , quindi, il tempo che serve ai "piccoli", ai cuccioli d'uomo, per raggiungere la maturità si sposta in avanti.
Da un punto di vista politico, infine, credo che anche le generazioni mature dovrebbero essere in grado di vedere qual è l'interesse complessivo della società, ma questo non avviene neanche per i veri anziani, i vecchi non autosufficienti, che in Italia non sono praticamente considerati dalla spesa pubblica (e che invece sono un vero, grande, problema della nostra società e degli stessi giovani). Quindi? Il dibattito è aperto.

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