lunedì 28 aprile 2008

ESAME DI COSCIENZA SULL'IMPRESA



AGGIORNATO

Vorrei fare un esame di coscienza. E invito i miei lettori precari, flessibili, autonomi (ma loro ne hanno meno bisogno di altri), dipendenti a tempo indeterminato, a unirsi a me. Per decenni la nostra società in buona parte ha vissuto un forte pregiudizio collettivo contro gli imprenditori, al punto che io fin da ragazzina mi sono sentita un po' in colpa per il mio cognome, "padrone". I padroni, diciamolo, in una larga fetta della mentalità collettiva italiana non sono visti con simpatia. Questo è frutto della nostra storia, ma è anche abbastanza incomprensibile, perché non esiste forse paese occidentale nel quale tanta gente sia "padrona" di qualcosa, fosse anche solo la macchina, o la casa. Ma quante sono le piccolissime imprese in Italia? Un numero enorme, se messo a confronto con altri paesi, dove invece domina la grande e media impresa. E' vero che noi, soprattutto al Sud, abbiamo il mito della pubblica amministrazione, del posto sicuro, che appunto significa ufficio pubblico...e qui il discorso di prime su flessibili o precari capita proprio a puntino...



Ma, insomma, è ora di uscire da questo pregiudizio e di diventare adulti. I paesi di religione protestante hanno sempre visto gli imprenditori con occhio benevolo, perché la loro capacità di iniziativa e il loro, anche piccolo, successo, era considerato un segno di grazia divina. Ma l'Italia, in questi anni, se si è "salvata" è stato proprio per gli imprenditori, piccoli e/o meno piccoli, comunque gente che lavora spesso anche quando gli altri vanno al cinema, che non ha lo stipendio sicuro alla fine del mese, e che ogni giorno si pone il problema di come migliorare il giorno dopo (o non peggiorare rispetto ai propri concorrenti). Credo che ormai abbiamo parecchi motivi per uscire da quei pregiudizi e vi invito a leggere l'articolo di oggi di Massimo Giannini sulla Repubblica, il cui titolo "Lady Bovary e viale Astronomia" gli fa torto. Con l'elezione di Emma Marcegaglia a presidente (in alto a destra), la stessa Confindustria, che magari agli occhi di alcuni non aveva sempre incarnato l'anima migliore dei nostri imprenditori, ha dimostrato di essere un passo avanti e di rappresentare una delle parti più dinamiche della nostra società. Altro che quote rosa. Due donne ai vertici della Confindustria e dei Giovani Imprenditori (Federica Guidi, nella foto in alto a sinistra), due donne giovani e in gamba anche se una, la Marcegaglia con un peso e una responsabilità di gran lunga maggiori, sono un segnale di fronte al quale i passettini uno avanti e due indietro della politica fanno arrossire. Quindi, mi associo agli auguri.
Aggiungo qui il link al discorso della Marcegaglia al momento della sua nomina. Gli spunti di riflessione sono molti. Sottolineo in particolare il paragrafo dedicato allo sviluppo del capitale umano e al collegamento di questo tema, collegamento strettissimo, con il capitolo del sistema educativo. Per il sistema delle imprese è particolarmente lungimirante puntare su questo argomento che non porta risultati immediati, ma può cambiare di qui ad alcuni anni la faccia di un Paese.

4 commenti:

L'imprenditore ha detto...

Fra un po' abbiamo bisogno le quote azzurre.
I primi tre posti in Confindustria sono donne, oltre alle due citate c'è la Diana Bracco, il Presidente Assolombarda è di fatto la seconda carica più importante dell'organizzazione.

E l'unico presidente uomo è quello della Piccola industria, che conta come il due di picche ;-)
E anche nella piccola avanzano a grandi passi le Presidenti (in alcune delle più grosse territoriali Lombarde il presidente PI è femmina).

peppino ha detto...

Voglio restare bambino!
Ma perchè oscurare il conflitto capitale/lavoro?
Esiste ed esisterà

NatanteMiope ha detto...

Riscrivo il commento che avevo iniziato sperando di non macchiarmi del peccato di sottomettere due volte il medesimo commento. Rileggendolo ho anche cercato di apportare alcune doverose modifiche.

Ciao Angela, arrivo al tuo blog attraverso le segnalazioni dantesche dei prime, proprio da quel sito flessibili-precari di cui parli. Quale dipendente concordo sull'immotivata stigmatizzazione italica dell'imprenditoria. Quale figlio di commercialista e lavoratore dipendente comprendo almeno in parte le motivazioni dietro a questo "odio" (termine assolutamente sposporzionato, ma sono un pò raffreddato e oggi le parole mi vengono difficili) che segna da sempre il rapporto datore-lavoratore. Sul fatto che la vostra (ho letto solo l'ultimo tuo post, do per scontato che tu sia un'imprenditrice, anzi un'imprenditore donna, giusto per cercare di scontentare tutti) scelta sia coragiosa sono assolutamente d'accordo, così come sul fatto che vi vengano richiesti maggiori sacrifici, ma non credo ai samaritani e sospetto che ci sia un tornaconto dietro al vostro impegno. Non parlo solo di denari, ovviamente, nè di "potere", "posizione" e cazzate di questo tipo, che penso facciano sorridere entrambi i versanti della scrivania. Ci sarà qualcosa che vi spinge a rischiare più degli altri e a ritenere che ne valga la pena. Nel discorso nella neo-capitana di Confindustria, oltre al piacere di leggere qualcosa di scritto da una dama in posizione di comando, ho trovato spunti interessanti e condivisibili, alcuni dei quali da affrontare con molta attenzione. E' facile che abbia malcompreso sia il discorso della Marcegaglia che quello dei prime, ma il parallelo semplificatissimo (da me) mercato in ripresa - deregolamentazione (anche qui sono eccessivo, perdonami) va letto con attenzione. Le tutele dei lavoratori non sono negoziabili, non può esistere un gradino che porti a tutele legate alla produttività ed alle capacità del lavoratore. Le tutele devono essere uguali per tutti e non possono essere lasciate decidere al datore di lavoro. Possono essere discusse e rinegoziate su piano nazionale, ma non possono essere considerate meritocratiche, semplicemente perchè la graduatoria dei meriti viene stilata da chi quei meriti dovrà pagarli e non avrà convenienza a riconoscerli. Anche quest'ultimo passaggio è una semplificazione ingenerosa, ho avuto modo di lavorare e collaborare con almeno 3-4 imprenditori disposti a non perseguire esclusivamente la propria convenienza, ma per contro ho lavorato con dozzine di autentici bastardi che hanno cercato ogni modo per fregare il dipendente. Da qui nasce l'odierna spaccatura tra datore e dipendente, dal fatto che le tutele del dipendente sono sentite come sempre maggiormante a rischio rispetto al tornaconto dell'imprenditore e dal fatto che uno sfruttatore non venga in alcun modo condannato nè dalla società nè dai suoi pari, cioè gli industriali e gli imprenditori come lui. Tra le righe del discorso (le defiscalizzazione dello straordinario) leggo un'aggressione potente alle 40 ore, che porterebbe a pagare un minimo per questa quota che il lovaratore si troverebbe poi obbligato ad integrare con altre ore trascorse in ufficio per poter ottenere a fine mese uno stipendio dignitoso. Dimmi che non ci hai pensato anche tu. Il discorso della capitana e dei prime è passibile di molteplici letture, non si tratta solo della distinzione francamente un pò tirata tra flessibilità e precariato. Grazie per l'attenzione e perdona la mia verbosità, mi sto allennando sulla sintesi, ma se non è una dote è un traguardo difficile da raggiungere. Ah, bel blog, mi pare che sia un bell'esempio di come si possano trovare punti di accordo tra visioni diverse, non è un tragiardo da poco. Ah, e se ti ho tacciata di imprenditorialità quando magari fai la dipendente come me ti riporto una frase esplicativa che la mia mamma usa sovente in questi casi: "Sei un caro ragazzo, ma non capisci un cazzo". Purtroppo sovente calza. Intanto leggo il resto dei post.

NatanteMiope ha detto...

Vedi che ha ragione mamma? Ora so che lavoro fai. Confermo l'impressione iniziale, bel blog, tante idee.

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