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martedì 31 marzo 2009

Pensionata sarà lei


Voglio, per una volta, prendermi un po' di riposo e pubblicare l'articolo di un collega, maschio, su un tema che ritengo molto importante e interessante: l'età pensionabile delle donne. Ecco il pezzo di Pietro Piovani, pubblicato sul Messaggero di domenica 29 marzo, sul libro curato da Emma Bonino, Pensionata sarà lei, Rubbettino editore.


Un giorno all’aeroporto di Fiumicino la vicepresidente del Senato Emma Bonino fu avvicinata da una signora, che le disse: «Sei sempre stata dalla parte delle donne. Ma adesso proprio non ti capisco: io non vedo l’ora di andare in pensione!». La signora contestava la presa di posizione della Bonino sull’età pensionabile femminile. In effetti non è facile convincere una donna che deve perdere un diritto (quello di andare in pensione cinque anni prima degli uomini) e che oltretutto deve essere contenta perché a perdere quel diritto ci guadagna.Proprio questo è l’intento del libro Pensionata sarà lei (edito da Rubbettino, 12 euro). Si tratta di una raccolta di brevi saggi curata dalla stessa esponente radicale. Gli interventi sono di segno molto diverso fra loro, e includono anche gli argomenti di chi è contrario a una riforma che allunghi l’età lavorativa delle donne; in particolare le sindacaliste e i sindacalisti di Cgil, Cisl e Uil, che nella seconda sezione del volume si dichiarano favorevoli a un innalzamento della soglia per la pensione solo su base volontaria.L’argomento principale di chi invece reclama la cosiddetta “equiparazione” fra donne e uomini è quello esposto dall’economista Fiorella Kostoris Padoa Schioppa. La pensione a 60 anni e gli altri privilegi previdenziali concessi alle lavoratrici sono «tardive compensazioni rispetto a grandi discriminazioni sofferte dalle donne italiane nel mondo del lavoro: too little, too late», troppo poco e troppo tardi. Perciò, sostiene la Kostoris, le donne dovrebbero rifiutare questo privilegio, e chiedere piuttosto «che gli eventuali risparmi ottenuti dalla finanza pubblica siano devoluti al miglioramento delle opportunità e del trattamento delle donne nell’occupazione».Quale miglioramento? Le idee non mancano. C’è chi, come la sociologa Chiara Saraceno, suggerisce di usare i soldi per aiutare chi assiste i figli, i parenti anziani, gli invalidi: prevedendo congedi retribuiti, ma anche contributi figurativi, in modo da non essere penalizzate poi quando si andrà in pensione.Un’altra proposta forte è quella di ridurre il peso del fisco sul lavoro femminile. Qualcosa in questo senso è stata già fatta con la Finanziaria del governo Prodi, ma servirebbe molto di più. È vero che le regole dell’Unione europea vietano interventi fiscali di tipo sessista, ma con alcuni accorgimenti l’ostacolo potrebbe forse essere superato. Tanto più che - lo ricorda fra gli altri il giuslavorista Pietro Ichino è la stessa Ue a imporci di arrivare al 60% di occupazione femminile entro il 2010. Un traguardo che al momento appare fuori dalla nostra portata.La premessa necessaria per realizzare tutte queste belle idee è che dall’innalzamento dell’età pensionabile femminile derivino dei risparmi. Al momento però il dibattito investe soltanto le dipendenti pubbliche. Mentre, come sottolinea Fiorella Kostoris, i veri risparmi si possono ottenere soltanto se la riforma riguarderà le lavoratrici del settore privato

Pietro Piovani

mercoledì 4 marzo 2009

In pensione dopo, ma non "a gratis"

Le carte sono partite. Il governo italiano ha mandato a Bruxelles il suo piano per l’innalzamento graduale dell’età di pensionamento delle donne che lavorano nella pubblica amministrazione. Come era stato promesso, dopo la sentenza della Corte di Giustizia Europea che condannava l’Italia per disparità di trattamento.
Trattandosi solo delle dipendenti pubbliche, il risparmio che è stato stimato, sarà di appena 2,3 miliardi di euro in otto anni. Un piccolo passo per le casse dello Stato. Ma per le donne potrebbe essere, se ben capito e sfruttato, un grande balzo. La cosa più sbagliata, invece, che le donne possano fare, è di lasciar passare questo momento senza chiedere niente in cambio. Perché se l’equiparazione dell’età (per ora solo nel pubblico impiego) è sacrosanta, però va affiancata allo stesso tempo, con delle azioni forti per promuovere la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, come hanno ripetuto in Parlamento donne e uomini di destra e di sinistra, a partire da Emma Bonino, che propone da anni l’equiparazione dell’età pensionabile. Le donne devono pretendere pari opportunità di inserimento professionale e di carriera. Cose che oggi invece sono lontanissime.
Se, per esempio, i soldi risparmiati con le pensioni venissero utilizzati tutti per un grande piano nazionale di asili nido, l’impatto sull’occupazione femminile sarebbe fortissimo. E’ alto infatti il numero di donne costrette a lasciare il lavoro con la nascita del primo e soprattutto del secondo figlio, a causa delle difficoltà di cura del bambino. La diffusione degli asili nido, inoltre, libererebbe molte energie anche per quelle donne che, pur convinte di rimanere al lavoro nonostante i figli, fanno tutti i giorni le funambole per gestire l’ingestibile, tra tempi di lavoro e tempi di famiglia. E questo è solo un esempio. Se in futuro si deciderà di cominciare una discussione più ampia sull’età pensionabile delle donne (e degli uomini) rendendola magari sempre più flessibile e soggetta alle scelte individuali, si dovrà ancora di più sottolineare come i risparmi vadano utilizzati per le politiche attive di inserimento delle donne al lavoro e ai livelli più alti delle carriere, fino ad oggi, di fatto, a loro quasi precluse. Non è un’opinione, i numeri stanno lì a testimoniarlo: nei Cda delle aziende, nella dirigenza delle banche, ai vertici dello Stato in Italia le donne sono delle mosche bianche. La presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, una di queste mosche bianche, lo ha ricordato più volte a partire dal suo insediamento: un numero crescente di donne nell’economia significherebbe immediatamente una crescita del Pil, cosa di cui in tempi di crisi abbiamo particolarmente bisogno.
Alle donne che si preoccupano e si rammaricano che ora venga loro tolto ”anche” il privilegio di andare in pensione di vecchiaia anticipatamente, va detto: non vivete questa decisione come l’ennesima penalizzazione della vostra vita. Piuttosto, consideratela come la tappa di un cammino ancora lungo verso la piena dignità e il riconoscimento (prima della pensione, non dopo) delle vostre potenzialità. Per voi, le vostre figlie e i vostri figli.
(Pubblicato sul Messaggero il 4/3/2009)

martedì 13 gennaio 2009

LE PENSIONI, LE DONNE E L'AUTOCRITICA DEGLI UOMINI (MA QUANDO?)


”Forse noi uomini dovremmo fare un po’ di autocritica. Finora abbiamo costretto le donne a farci da badanti, da infermiere e da baby sitter. E’ ora che le cose cambino”. E se la fa un uomo, questa riflessione finisce per avere un peso, ahimé, maggiore. Il ministro Renato Brunetta lo ha dichiarato, giustificando la sua scelta di allinearsi il prima possibile alla sentenza della Corte di Giustizia Europea sull’equiparazione dell’età pensionabile per le donne nella pubblica amministrazione.

L’età della pensione anticipata per le donne è una doppia fregatura. Fa diventare le donne più povere. E le rinchiude nel loro ruolo di dispensatrici di welfare gratuito. Viceversa, spingere le donne a lavorare di più sul mercato, significa riequilibrare i ruoli di cura in famiglia, spingere gli uomini a occuparsi di più di figli, genitori anziani (e anche di se stessi), e garantire alle donne livelli di reddito più alti. Significa anche, un passo più in là, garantire una maggiore crescita alla ricchezza del Paese, una crescita dei posti di lavoro nei servizi, una crescita del tasso di natalità (che infatti è più alto nei paesi dove le donne lavorano di più) e alla fine più libertà per tutti.

Ecco perché le donne dovrebbero essere le prime a chiede l’innalzamento dell’età pensionabile. Ma. Ma, con i soldi risparmiati, devono pretendere che sia agevolata la vita delle famiglie e quindi reso più facile il lavoro delle donne stesse. Questo significa: asili nido, assistenza agli anziani, congedi parentali per gli uomini, e azioni positive per agevolare il lavoro delle donne nelle aziende. Siamo pronti per questo. C’è poco da fare: Brunetta sembra di sì, ma per ora non sono molti quelli che lo seguono fino in fondo.

lunedì 15 dicembre 2008

CARITA' PELOSA






Là dove anche chi è in cuor suo d’accordo, si è messo paura e sta zitto, è partito lancia in resta Renato Brunetta. Alzare l’età delle pensioni per le donne, portarla a parità con quella degli uomini. Ce lo chiede l’Unione Europea, ce lo impone una sentenza della Corte di Giustizia Europea, lo chiede l’equità e l’interesse stesso delle donne.



Eppure è una delle battaglie più impopolari che si possa combattere. A destra come a sinistra. Però ha ragione Brunetta: studiate, leggete, informatevi, cercate di capire come stanno le cose. La pensione anticipata non è un favore alle donne. E’ l’ennesima discriminazione per mandarle a casa (da oltre un secolo, il solito posto dove si vuole tenere le donne in Italia) a fare da badanti in primis ai poveri mariti, poi agli anziani e magari anche ai figli bamboccioni, che quando le madri hanno sessant’anni i figli ormai sono autonomi e si spera che facciano la loro vita, lavino, stirino e buttino la spazzatura.


Naturalmente quelle donne che gli ipocriti a destra e a sinistra vogliono ”proteggere” mandandole in pensione prima, hanno delle pensioni da fame, perché durante la loro vita hanno cominciato a lavorare (mediamente) tardi, avevano stipendi bassi, contributi ancora più bassi, carriere discontinue e comunque stoppate verso l’alto. Ecco perché molte donne se può già restano al lavoro oltre la data in cui potrebbero andarsene.

Chi dice di fare il loro interesse, chi gli vuole lasciare questo piccolo privilegio fa solo carità pelosa. No grazie.


I radicali, ”rompiballe” in senso buono della destra e della sinistra, lo vanno dicendo da un paio d’anni: alziamo l’età della pensione. rendiamo anche in questo le donne uguali, ma diamogli più opportunità durante la vita ativa: congedi obbligatori per i padri (sapete quanto io personalmente batta su questo tasto), asili nido per tutti, assistenza agli anziani, e un vero welfare per chi perde il lavoro o è precario. Tutto si può discutere, ma questo è quello che anche Brunetta intende. Io la chiamo modernizzazione.


Per chi ama le sintesi: ecco il commentino sul Messaggero di domenica 14/12/2008

giovedì 11 dicembre 2008

LA CRISI E LE DONNE

(pubblicato sul Messaggero di mercoledì 10/12/2008)

L’ETÀ della pensione per le donne, per ora, non si tocca. La condanna della Corte di Giustizia Europea, che bacchetta l’Italia per la diversa età minima alla quale donne e uomini possono prendere la pensione di vecchiaia nel settore pubblico, non basta a spingere il governo italiano a modificare le regole. Però ha spinto Destra e Sinistra a trovarsi unite di fronte alla malattia che affligge il lavoro delle donne in Italia: un livello già bassissimo (intorno al 47%) rispetto a tutti gli altri Paesi europei (media al 60%) in anni di crescita e che adesso, con la Crisi, rischia di scendere ancora di più. Toccato il fondo, a quanto pare, alle donne italiane non resta che ”scavare”.
«Abbiamo dimenticato l’emancipazione economica delle donne», ha provocato Emma Bonino, che sul tema ”In pensione quando, al lavoro come?” ha messo insieme nella stessa sala del Senato non solo il ministro Maurizio Sacconi e il suo opponente ”ombra” Pietro Ichino, ma anche l’economista Fiorella Kostoris e il giuslavorista Michel Martone, Valeria Fedeli della Cgil e Renata Polverini dell’Ugl, Luca Paolazzi della Confindustria e Milena Carone dell’Udi, e poi Anna Bonfrisco, Benedetto Della Vedova, Giuliano Cazzola del Pdl, e Francesca Marinaro e Donatella Poretti del Pd. Ospite d’onore perfino la centenaria Rita Levi Montalcini. Tutti, sostanzialmente, d’accordo che la situazione del lavoro delle donne in Italia è insostenibile e che l’arrivo della Crisi avrà due effetti: 1)la situazione delle donne peggiorerà; 2) si aprirà un’opportunità per cambiare qualcosa. Si sente il bisogno di una ”spallata” ha detto Ichino, difendendo la proposta di ridurre le tasse sul lavoro femminile. E anche chi non era d’accordo con lui ha apprezzato l’immagine della spallata.
In Italia ci sono 4 milioni di donne che sono fuori dal mercato del lavoro e che per questo non hanno gli stessi diritti degli uomini. Ci sono milioni di altre donne che lavorano e non ricevono nessun supporto dallo Stato, perché mancano gli asili nido, perché gli orari di lavoro delle aziende non sono flessibili e mal si adattano alla gestione della vita familiare, perché le donne faticano a fare carriera, guadagnano mediamente meno degli uomini, e infine, quando vanno in pensione, rischiano di ritrovarsi sull’orlo della povertà.
Se con un colpo di bacchetta magica, le donne italiane lavorassero nella stessa misura delle altre europee, il Pil dell’Italia farebbe un balzo del 15%, ha detto Luca Paolazzi, direttore del Centro Studi di Confindustria. Anche Emma Marcegaglia lo disse nel suo primo discorso da presidente. Anche alle imprese il lavoro delle donne serve. Anzi, servirebbe se ci credessero con convinzione.
Di più, ha sottolineato Milena Carone dell’Udi, la si smetta di parlare di ”aiuti alle donne”. Perché si continua a dire che gli asili nido sono ”per le donne”, quando in realtà sono per i bambini e per un’intera società che deve investire su di loro? Valeria Fedeli ha rincarato: «Dico no alla ”conciliazione”, (cioè a quelle politiche che dovrebbero permettere alle donne di lavorare e allo stesso tempo farsi carico degli impegni familiari), ma dico sì alla ”condivisione”». Che tradotto vuol dire: donne e uomini dovrebbero imparare a condividere carichi di lavoro e carichi familiari. Alla pari.
Ecco, tutto questo è venuto a galla a partire da quella sentenza sull’età pensionabile delle donne. Tema che Emma Bonino e i radicali utilizzano da tempo come ”leva” per affrontare un problema che è una vera emergenza nazionale e che, invece, spesso viene trattato come ” colore”.
Il ministro Sacconi non si è sottratto. Di mettere mano alle pensioni però non vuole parlare. Fa i calcoli e afferma che nel pubblico impiego le donne già tendono a lavorare più del minimo necessario e che, in fondo, l’equiparazione per legge dell’età tra donne e uomini, sarebbe una piccola cosa anche in termini di risparmio per il bilancio dello Stato: non più di 250 milioni di euro.
Sacconi però sa che in Italia il numero dei lavoratori è troppo basso e che questo, oltre a essere ingiusto nei confronti delle categorie penalizzate (le donne in primis), danneggia il nostro sistema economico. «Dobbiamo puntare alla flessibilità dell’orario di lavoro - ha sottolineato - e sull’offerta di servizi per le madri». Cioè asili nido, ma non solo: anche tagesmutter dice lui, cioè baby sitter di condominio o di quartiere, sulle orme dell’esperienza tedesca.
Ma basta? Sul Corriere della Sera di ieri Maurizio Ferrera ha messo in guardia dal rischio che la crisi penalizzi ancora di più gli outsider (donne e giovani), mentre partiti e sindacati continuano a pensare a chi già è protetto. Meno tasse alle donne, più ammortizzatori sociali per i lavoratori che rischiano il posto e non hanno cassa integrazione (e sono soprattutto donne), asili nido e servizi all’infanzia, congedi di paternità obbligatori. Tutto ciò servirebbe a fare argine contro un rischio sul mercato del lavoro delle donne. Le “tagesmutter” non bastano di certo.

giovedì 13 novembre 2008

DIVERSE ETA' DELLA PENSIONE PER UOMINI E DONNE. CONDANNATA L'ITALIA


La Corte di Giustizia Europea ha condannato l'Italia per la discriminazione tra uomini e donne, dovuta alla diversa età di accesso alle pensioni di vecchiaia: 60 er le donne 65 per gli uomini. Ne avevamo già parlato qui a proposito della campagna dei radicali: equiparare, innalzare.

domenica 15 giugno 2008

DONNE, PENSIONI E TROGLODITI (NON FELTRI PERO')


Oggi Vittorio Feltri su Libero , con la sua solita penna, oltre a fare l'elogio di Brunetta e oltre a spronarlo ad andare avanti con la scure nella pubblica amministrazione, avanza anche la semplice proposta di alzare l'età pensionabile delle donne a 65 anni, la stessa degli uomini. Fantastico, è il pezzo che ho scritto due giorni fa, sul Messaggero e qui. Feltri commette un solo errore, secondo me: si dimentica di dire che per ogni donna forte ed emancipata, capace dell'impossibile, ce n'é almeno un'altra che va "aiutata" a non sobbarcarsi tutto il fardello di attività che gli uomini scaricano su di lei: cura della famiglia, dei figli, degli anziani, di se stessi...


Per il resto concordo pienamente con il Direttore, soprattutto con l'appello: "Trogloditi, scendete dalla pianta!"

venerdì 13 giugno 2008

ALZARE L'ETA' DELLA PENSIONE PER LE DONNE?


Alzare gradualmente l’età della pensione per le donne non può essere tabù: le donne vivono più degli uomini e, molto spesso, sono proprio loro a voler lavorare oltre i 60 anni, per rimpinguare i loro assegni di vecchiaia, mediamente molto più poveri di quelli degli uomini. L’idea di equiparare l’età pensionabile di donne e uomini, quindi, è in linea di principio giusta. Vista la deriva dei conti del sistema previdenziale italiano, è anche inevitabile. Ma, attenzione, non può piovere sempre sul bagnato. Vanno messe delle condizioni precise: se le donne devono essere ”uguali” di fronte alla pensione, allora vanno rese ”uguali” anche per tutto il resto della loro vita lavorativa. E attualmente così non è. Le donne lavorano, tra ufficio e attività domestica, molte ore più dei loro compagni (75 minuti al giorno di più, in media), e spesso non riescono a fare i figli che desidererebbero perché mille ostacoli vengono frapposti al loro impegno, sul lavoro e fuori: non hanno asili nido a sufficienza (ci sono posti solo per 6 bambini su 100), non hanno a disposizione servizi sociali adeguati, non godono di orari compatibili con una vita extralavoro (come anche gli uomini), non riescono a fare carriera come gli uomini e, non ultimo, non hanno l’appoggio né delle aziende né dei loro compagni, che raramente condividono le incombenze familiari al 50%. Guarda caso l’Italia è il paese con il più basso tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro (46%) e anche con il più basso tasso di fertilità (1,3 figli per donna). Come mai? Perché in Italia il peso caricato sulle spalle delle donne è troppo pesante, mentre le soddisfazioni in termini di remunerazione, promozione sociale, prestigio, sono troppo poche. Allora, se il ministro del Lavoro Sacconi, come sembra, sta studiando il modo di raccogliere la proposta fatta già nella scorsa legislatura da Emma Bonino, di equiparare l’età pensionabile, ben venga. Ma bisogna che lo faccia nello stesso istante in cui alle donne darà gli strumenti per una migliore vita lavorativa. E questo va messo nero su bianco: per ogni milione di euro risparmiato con l’innalzamento dell’età va chiarito in che modo saranno utilizzati quei soldi, quali benefici arriveranno alle donne in età lavorativa. La pensione anticipata per le donne, come ha scritto la professoressa Elsa Fornero, non deve essere una compensazione tardiva per opportunità negate in precedenza. Però , l’elevazione dell’età non può essere nemmeno l’ennesima penalizzazione per quelle donne che tutta la vita hanno già sopportato il doppio carico in casa e fuori.
pubblicato anche sul Messaggero del 12 giugno 2008

lunedì 24 marzo 2008

PENSIONI IN ROSA



In periodo elettorale non si può dire niente di sensato. Questo purtroppo è quello che emerge. Se però uno ci volesse provare, nessun argomento mi sembra migliore di quello sull'età pensionabile delle donne. Concreto, di prospettiva (perché non riguarda né l'oggi né il domani immediato, ma il dopodomani) e denso di sviluppi.
Poiché in Italia l'età della pensione di vecchiaia per uomini e donne non è uguale (60 per le donne, 65 per gli uomini) l'Unione Europea ha avviato una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia. Questo significa che è stato avviato un procedimento che si può concludere con sanzioni e multe.
Come alcuni sanno Emma Bonino, ministro delle Politiche Comunitarie, nonché radicale e candidata del Pd, ha proposto da tempo di innalzare l'età pensionabile per le donne, portandola gradualmente ai 65 anni, ma vincolando i soldi risparmiati a servizi e benefici come gli asili nido, la cura agli anziani non autosufficienti, e altri tipi di assistenza che di solito si caricano sulle spalle delle donne e impediscono loro di svolgere una vita normale, soprattutto nel periodo di lavoro più intenso, tra i 40 e i 50 anni.Soprattutto questo tipo di attività impedisce a molte donne di lavorare, infatti siamo il paese europeo con il tasso di lavoro femminile più basso. Mi sembra una proposta degna quanto meno di essere discussa. Chi vuole può documentarsi QUI.
Invece fa paura. Anzi, il fatto è che in periodo elettorale fanno "paura le parole". Il motivo è presto detto e si capisce leggendo quello che afferma un esponente di Forza Italia, che pure è un politico intelligente e competente, Maurizio Sacconi, il quale così commenta: «Il Pd vuole caricare sulle donne gli oneri del riequilibrio del sistema previdenziale», dice Sacconi, che sottolinea la loro «evidente condizione di svantaggio nel mercato del lavoro per cui raramente arrivano a fuire delle pensioni anticipate per anzianità». Se l'età della pensioni di vecchiaia fosse alzata a 65 anni, si otterrebbe -sottolinea Sacconi- l'effetto di condannarle ad un'età di pensione più tardiva degli uomini in quanto questi fruiscono largamente della pensione di anzianità. Sintesi: povere donne, gli volete togliere anche quel piccolo privilegio di andare in pensione a 60 anni? Con tutto il lavoro non retribuito che fanno per tutta la vita? Ingrati!
Intanto io vedo che la maggioranza delle donne che lavorano, arrivate a 60 anni, se ne hanno la possibilità, restano al lavoro. Ma sono convinta che Sacconi sia perfettamente al corrente di molti altri elementi:1) le donne iniziano a lavorare più tardi degli uomini, e lavorano spesso in modo più discontinuo. Farle ad andare in pensione presto significa dare loro delle pensioni da fame.2) A 60 anni la maggior parte delle donne è in buona salute e ha ormai finito di crescere i figli. Avrebbe avuto bisogno di aiuto prima, quando svolgeva doppi e tripli lavori e non riusciva a fare carriera per mancanza di servizi.3) moltissime donne in Italia non cercano un lavoro o non riescono a conservarlo perché non hanno una rete di servizi che le sostenga. Il basso tasso di lavoro femminile in Italia è una emergenza sottolineata dall'Unione Europea. Oltre a essere ingiusto, riduce la crescita, il livello del Pil, aumenta il rischio di povertà di adulti e bambini, e influisce perfino sul bassissimo tasso di natalità dell'Italia (fanno molti più figli le donne dei paesi dove lavorano di più).
Risponde la Bonino: «Si tranquillizzi Sacconi: quella sull'età pensionabile delle donne non è una proposta contenuta nel programma del Pd. È una mia proposta, della quale mi assumo la responsabilità, una responsabilità da Ministro delle Politiche Europee, perchè l'Italia è stata mandata davanti alla Corte per discriminazione sull'età di pensionamento delle donne e degli uomini». L'Italia - ha aggiunto Emma Bonino - è rimasto l'unico paese tra i quindici che non si è messa in regola, neanche con un piano graduale. Sicuramente saremo condannati dall'Europa, con tutte le penalità che conosciamo, e pagheremo in modo salato una non scelta. Io trovo che, vista l'assoluta mancanza nel nostro paese per le attività di cura e di servizi, che ricadono sulle spalle delle donne italiane, sarebbe molto utile pensare ad un innalzamento graduale dell'età pensionabile delle donne, vincolando i risparmi ad un fondo per la rete di assistenza che in Italia non esiste e che impedisce di fatto alle donne di scegliere di lavorare». «Ricordo a tutti che solo sei bambini italiani su cento hanno diritto all'asilo nido, contro i 54 bambini danesi. In Italia abbiamo il non accesso al mercato del lavoro di sei milioni di donne in età lavorativa, donne che spesso non lo cercano nemmeno, perchè non è conveniente, perchè dovrebbero pagarsi una baby sitter piuttosto che altri servizi. È una emergenza nazionale, non è nel programma del Pd, ma - ha concluso il ministro- responsabilità istituzionale e convinzione mi induce a chiedere di riflettere su questo tema».

sabato 24 novembre 2007

PARITA', LAVORO, PENSIONI: LA LUNGA STRADA DELLE DONNE

"Sul lavoro le donne fanno molta più fatica dei loro colleghi maschi ad affermarsi, in termini di stabilità, retribuzione e carriera". Testuale, dall'ultimo rapporto Isfol.
Ciò avviene nonostante le donne studino più degli uomini: nel 2006 il 57,3% dei laureati è costituito da donne. Unico difetto, se lo si può considerare tale: le ragazze continuano a preferire in larga misura lauree del settore umanistico. Questo certamente non sempre le mette alla pari nel mercato del lavoro. Ma i dati chiave sono altri tre:1) molte donne non entrano proprio nel mercato del lavoro, e sono quasi 10 milioni quelle in età lavorativa che non cercano un impiego (il numero degli uomini è circa la metà)
2) in Italia lavora solo il 47% delle donne (l'obiettivo fissato dall'Europa per il 2005 era il 57%)
3) il 67% delle donne ritiene il proprio orario di lavoro troppo lungo e fa fatica a conciliare il lavoro con gli impegni familiari. Insomma, ciò che dovrebbe essere normale (e per gli uomini lo è: cioè avere una vita familiare e anche un lavoro cui dedicarsi) per le donne è sempre il risultato di un doppio salto mortale. Quelle che ci riescono, garantisco, fanno una fatica enorme!

Aggiungo l'appello della campagna dei radicali "Proteggimi di meno, includimi di più", che propone l'innalzamento dell'età pensionabile per le donne, per portarlo alla pari con quello degli uomini. Ecco i due bei video della campagna e il link per firmare l'appello



sabato 27 ottobre 2007

COSA FRENA LE DONNE AL LAVORO



Al convegno di ieri su donne ed equiparazione dell'età pensionabile (Proteggimi di meno e includimi più) Giulia Bongiorno, avvocato formidabile, ha raccontato questa storia: "Nel corso di uno dei tanti colloqui che faccio per assumere collaboratori per il mio studio (che non riesco mai a trovare, per cui siamo sempre a corto di organico...) ho conosciuto una giovane avvocatessa, bravissima. Dov'è il trucco, mi sono detta? Come mai una persona così in gamba ancora non ha un lavoro? Dopo le mie insistenze la brava avvocatessa ha ammesso il suo problema: ha un figlio piccolo. In uno studio sommerso di lavoro, ovviamente, una dipendente che si deve assentare per il bambino piccolo, malattie e vari piccoli imprevisti, può essere un problema, questa è la verità. Io l'ho assunta e poi ho telefonato alla banca dove lavora il marito, dicendo: io vorrei assumere questa persona, però voi mi dovete garantire che concederete anche al marito di assentarsi per le malattie del figlio, così da dividere l'onere tra me e voi. Altrimenti sarete responsabili della mancata assunzione di questa avvocatessa".

L'avvocato Giulia Bongiorno ha così, in questo aneddoto, efficacemente riassunto alcuni dei problemi delle donne e del lavoro: i costi per le piccole aziende, la condivisione con gli uomini, il supporto sociale, i pregiudizi. Tutto ciò si lega anche alle questioni più generali del mercato del lavoro e dei bassi stipendi per i giovani (e per le donne ancora di più) di cui ha parlato mirabilmente il luminoso Mario Draghi, governatore della Banca d'Italia.

venerdì 26 ottobre 2007

DONNE: PIU' LAVORO, PIU' LIBERTA'


AGGIUNTO LINK
per ascoltare il convegno



Oggi si discute di donne e welfare in un convegno organizzato dai radicali e dal gruppo welfare to work: "Proteggimi di meno e includimi di più". Si discute di equiparazione dell'età pensionabile per le donne, ma anche di tutto ciò che servirebbe alle donne per lavorare meglio e di più: asili nido, meno tasse, orari più flessibili...che poi servirebbe a tutti, anche agli uomini, per una migliore qualità della vita. Ne avevo già cominciato a parlare in un precedente post e poi nella trasmissione a radio radicale, che potete ascolatare qui accanto.
Al convegno di oggi ci saranno Emma Bonino,, Rita Bernardini, Valeria Manieri, Cinzia Dato, Maria Teresa Amorosino, Maria Leddi Maiola, Margherita Boniver, Donatella Poretti, Fiorella Kostoris, Natale Forlani, Giulia Bongiorno, Benedetto della Vedova, Marco Pannella, Natale D'Amico, Alessandra D'Amico. Modera Angela Padrone. QUI POTETE ADERIRE ALL'APPELLO. Qui c'è il BLOG IN PANCHINA VACCI TU

giovedì 27 settembre 2007

PARLIAMO DI DONNE (e pensioni)



Domani a Radio Radicale parleremo di pensioni, e di donne. Emma Bonino da un bel po' di tempo si batte per l'equiparazione dell'età pensionaibile di uomini e donne a 65 anni. Sembra paradossale: una storica paladina dei diritti delle donne chiede una cosa che sembra aggravare un po' le donne, ora "privilegiate" (almeno in questo, dicono tante) dall'età della pensione di anzianità a 60 anni, rispetto ai 65 degli uomini. Ma è proprio così? E' un vantaggio per le donne andare in pensione a 60 anni ?






I radicali hanno presentato una mozione alla Camera nella quale sotto la dicitura "Equiparazione dell'età pensionabile..." sono indicati 18 punti che riguardano quello che oggi va di moda chiamare welfare, e che sono politiche sociali. L'aumento dell'età pensionabile per le donne è solo uno di questi punti. Cerco di riassumere gli altri: aumentare la spesa per il welfare fino al 2,3% del Pil entro il 2010; incentivare la creazione di asili nido; promuovere gli asili nido aziendali; riduzione delle rette degli asili; incentivare il lavoro femminile attraverso riduzioni fiscali; attivare il lavoro occasionale per la cura di casa, bambini e anziani con dei voucher; incentivi alle imprese family friendly (orario flessibile, telelavoro, asili nido aziendali, ecc); liberalizzare gli orari di apertura di esercizi commerciali e banche; promuovere i congedi di paternità; orari flessibili e part time sul lavoro per entrambi i sessi; telelavoro; formazione per il reingresso nel mercato del lavoro soprattutto per le donne in maternità; rilancio dell'imprenditorialità femminile.






La domanda di fondo è: voi donne, che andate in pensione prima (e forse di questo siete contente, ma chissà) ma di solito con una pensione bassa (perché avete versato pochi contributi in confronto a un uomo), non scambiereste quei 5 anni per tutte queste altre cose, che migliorerebbero tutta la vostra vita? Non pensiamo infine che queste linee guida migliorerebbero la vita non solo delle donne, ma anche quella degli uomini? Insomma io credo che tutto ciò sia piuttosto interessante. Anzi, direi meravigliosamente rivoluzionario per la nostra società ingessata. Anche se qualche piccolo dubbio lo vorrei introdurre...ma stasera ne discuteremo a Radio Radicale. La trasmissione andrà in onda domani venerdì 28 intorno alle 15 (replica alle 23)

martedì 10 luglio 2007

RAGAZZE, E' IL COLMO


Questo è proprio il colmo. Poiché qualcuno si è messo in testa che questo "scalone" va proprio abolito, l'ultima trovata che sta girando sui cosiddetti "tavoli" delle trattative e nel governo, è l'aumento dell'età per la pensione di vecchiaia per le donne. Attualmente è a 60 anni, mentre per gli uomini è a 65. Io sono sempre stata favorevole a un graduale aumento dell'età della pensione, magari su base volontaria, per le donne. Tra l'altro le donne vivono più degli uomini. Qualcuno sostiene che il motivo per il quale non si è resa uguale l'età di uscita dal lavoro per le donne sia un "riguardo": hanno già lavorato tanto, per figli, mariti, nonché per il proprio datore di lavoro...a 60 anni hanno diritto alla pensione! In realtà a quell'età molte donne che vanno in pensione continuano a supplire alle carenze del nostro welfare: si occupano ancora dei mariti, dei figli, dei nipoti e spesso dei propri genitori e suoceri, spesso non autosufficienti. Altro che meritato riposo!

Ciò detto, è scandaloso che questo discorso dell'età pensionabile delle donne si tiri fuori adesso, solo perché bisogna trovare i soldi per il famigerato scalone. Per mandare in pensione di anzianità dei 57 enni, per lo più maschi, dobbiamo mandare più tardi in pensione di vecchiaia le donne, che iniziano a lavorare mediamente più tardi e quindi hanno meno contributi?!. Non ho parole. Ragazze, soprattutto voi, ma rinnovo l'appello a tutti: fatevi sentire con Damiano, il governo, i sindacati, chi volete. Stanno facendo degli accordi corporativi sulla vostra pelle.

A proposito, segnalo su questo argomento un bell'articolo di Tito Boeri sulla Stampa di ieri: "Steccati a sinistra"

venerdì 29 giugno 2007

PENSIONI, RAGAZZI SE NON VI ARRABBIATE ORA...

AGGIORNATO

Domani, 30 giugno, è l'ultimo giorno per scegliere se lasciare il proprio Tfr come "liquidazione" oppure metterlo in un fondo pensione, per avere una pensione integrativa. Sono tanti quelli che non hanno scelto e, a seconda dell'azienda in cui lavorano, il loro Tfr finirà in un fondo oppure all'Inps. Ma non scegliere è la cosa peggiore. Io ho scelto il fondo per la pensione integrativa...
Lo so, questo è un blog per giovani che alla pensione, spesso, ancora non ci possono neppure pensare. Eppure, proprio chi è agli inizi può farsi una pensione integrativa decente, che lo salverà da una vecchiaia indigente. E chi ancora ha un lavoro precario dovrebbe veramente scendere in piazza, occupare il ministero del Lavoro o qualche altra cosa...altro che abolizione della legge 30 (che invece vi tutela). Dovete incazzarvi perché si parla di abolire lo scalone per chi oggi ha 57 anni e sta per andare in pensione con un assegno vicino all'80 per cento dello stipendio. Voi quante tasse dovrete pagare per chi va in pensione ora e prenderà la pensione altri 25- 30 anni? E voi quando mai potrete andare in pensione? Verso i 70 anni. E quanto varrà la vostra pensione? Diciamo il 40-45% del vostro ultimo stipendio? Io non parlo per me che prenderò una pensione intorno al 50% dello stipendio e cercherò di integrarla con una pensione integrativa e non potrò andare in pensione prima dei 65...ormai a questo sono rassegnata. Ma voi, che vi incazzate tanto per il precariato. Sbagliate obiettivo.
Leggetevi un bel libro dell'attuale ministro dell'Interno, Giuliano Amato, e di un professore di Scienza delle Finanze, Mauro Marè. Il libro si intitola "Il gioco delle pensioni: rien ne va plus". Il primo e l'ultimo capitolo spiegano perché è urgente riformare le pensioni, per salvare le giovani generazioni, e gli altri spiegano perché è vitale farsi una pensione integrativa. E' pieno di cifre interessanti e paurose. Ma la più paurosa di tutte è questa: in questo momento l'elettore "mediano" ha 46 anni. Il che significa che ancora pensa al futuro incerto, e ancora si sente un po' giovane, e ancora governi e sindacati devono rispondere anche ai giovani per avere i voti. Ma l'età dell'elettore mediano sta salendo rapidamente, in Italia più che in qualunque altro paese europeo. Fra 30 anni questo elettore "chiave" avrà 58 anni. E i governi e i sindacati non potranno più pensare ai giovani, perché saranno troppo pochi. Quindi, se voi non vi svegliate e non protestate perché si pensa solo alle pensioni degli anziani e non a quelle dei giovani, dopo non vi ascolterà più nessuno.Comunque leggete il libro, che vi apre la testa: Il gioco delle pensioni, Amato - Marè, Il Mulino.
Per Max Cosmico: puoi anche descrivere la tua possibile riforma: secondo me è interessante!

venerdì 1 giugno 2007

IL PATTO GENERAZIONALE? UNA SCIOCCHEZZA







Sapete cosè il patto generazionale? Per chi lo sa, dirò subito che mi sembra una patetica dichiarazione di impotenza e soprattutto una colossale ipocrisia.






Per chi non lo sa, dirò che il primo firmatario è Luca Josi, ex giovane socialista e ora imprenditore tv. Il patto generazionale è stato lanciato ormai alcuni mesi fa e consiste, brevemente, nella constatazione che l'Italia è governata da una cosiddetta gerontocrazia, i cui rappresentanti non hanno nessuna intenzione di mollare il potere. Nel testo si fa riferimento con una certa invidia a paesi che hanno leader quarantenni o cinquantenni (Gran Bretagna, Spagna, Stati Uniti). E infine, visto che non si può, e non si vuole, obbligare nessuno a scendere dal trono con le cattive maniere, un gruppo di "giovani" (si fa per dire visto che l'età media credo sia più vicina ai 50 che ai 40) fa una proposta per il futuro: chi firma si impegna a lasciare cariche di responsabilità allo scoccare dei 60 anni.

Avendo sentito Luca Josi alla radio stamattina, sono andata sul sito pattogenerazionale.it , ho letto l'appello, ho scorso un po' i nomi degli aderenti. A parte che è esilarante, perché ci sono anche dei sessantenni... Primo firmatario è Luca Josi, secondo (ed è sorprendente) Alessandro Profumo (nella foto), classe 1957, presidente della Superbanca nata dalle nozze tra Unicredit e Capitalia. Dispiace solo che nel testo Josi dichiari democratico interesse per le opinioni di chi legge, mentre poi si scopre che l'unico modo per interagire con il sito stesso è...aderire! Non sono previsti spazi per dissentire o, semplicemente, comunicare le proprie considerazioni. Bella prova, cari futuri sessantenni democratici.

Il patto generazionale, veramente, ha dei lati positivi oltre che dei lati negativi. Dividerò gli uni e gli altri in due gruppi.

A favore del patto:

  1. Mette in discussione chi è al potere. Questa è sempre un'opera meritoria e non facile. Fare gli esami a chi comanda dà fastidio. Domandargli se si sente ancora titolato a fare quello che fa, attira perfino disprezzo. Per questo il patto merita un bel 10.

  2. Affronta il tema dell'invecchiamento e dell'età. Credo che sia uno dei temi fondamentali della nostra società. Nessuna delle stagioni della vita è rimasta uguale a 20-30 anni fa. E' bene parlarne, anche se non è proprio l'obiettivo del patto. Comunque un 6+ di incoraggiamento.

  3. Dà visibilità a chi lo sottoscrive. Visto che l'obiettivo è scalzare chi governa e prendere il suo posto, uno dei modi è farsi conoscere. Per questo si è tentati di firmare comunque. Voto 5 e 1/2.
Contro il patto:
  1. E' ipocrita. Nessuno può credere sul serio che la maggioranza dei firmatari, se raggiungesse posizioni di potere, le lascerebbe di propria volontà a 60 anni. Ma come, dopo che ci sono arrivati così tardi! Voto 5

  2. L'età media si alza in tutti i paesi del mondo. L'Italia è il paese (insieme al Giappone) con la più alta aspettativa di vita. La percentuale degli anziani è in tumultuosa crescita. L'età media dell'elettore è 46 anni e nel giro di pochi anni supererà i 50. Perciò si parla, con ragione, di alzare l'età della pensione. A 60 anni di solito si è in buona salute, ancora si crede nel sesso, e si spera di vivere all'incirca altri 30 anni. Voto 3

  3. Il potere bisogna conquistarlo. I giovani hanno sempre fatto le rivoluzioni, almeno ci hanno provato. Hanno inventato dei nuovi modelli di vita da raggiungere. Niente di tutto ciò si vede in Italia. Non c'è nessun nuovo modello che i giovani vogliano imporre. Anzi, a volte si lamentano di volere più sicurezze. Il patto generazionale suona come l'ennesima lamentazione di una generazione che non ha saputo lasciare la propria impronta. Voto 1
3.bis E le donne? Loro sono discriminate sempre: dai 70 enni e dai 40enni. Eppure scommetto che la maggior parte dei firmatari è contrario alle quote rosa..... Voto 0

sabato 5 maggio 2007

GIOVANI E DONNE: LA PENSIONE SI ALLONTANA


Mercoledì si apre il "tavolo" sulle pensioni. Ci sarà il governo, ci saranno i rappresentanti dei sindacati. Era stato promesso che ci sarebbero stati anche rappresentanti dei giovani, molto più interessati di quanto si dice a ciò che sarà deciso. Vedremo. Intanto va letto questo passo dell'articolo di Tito Boeri sulla Stampa di oggi, "Tesoretto e pensioni": se si ridurrà lo scalone e se non si rivedranno i coefficienti di calcolo, "chi oggi inizia a lavorare sarà destinato a devolvere per il resto della vita lavorativa più del 50% del proprio stipendio ai pensionati".
Allo stesso tempo, in un'intervista a Luca Cifoni sul Messaggero, Enrico Morando (Ds), ammette: "Mi sembra ormai arrivato il momento di affrontare il nodo dell'età di uscita delle donne. La mia opinione è che anche per loro il limite di vecchiaia potrebbe arrivare gradualmente ai 65 anni degli uomini: ma i relativi risparmi andrebbero reinvestiti a favore delle donne che lavorano, quindi per pagare contributi figurativi per la maternità di chi ha un'occupazione saltuaria o non a tempo pieno". Ce n'è di che discutere.
Per approfondimenti cfr l'articolo di Vincenzo Galasso "Pensioni: per i giovani il futuro è adesso" su lavoce.info

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