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giovedì 11 dicembre 2008

LA CRISI E LE DONNE

(pubblicato sul Messaggero di mercoledì 10/12/2008)

L’ETÀ della pensione per le donne, per ora, non si tocca. La condanna della Corte di Giustizia Europea, che bacchetta l’Italia per la diversa età minima alla quale donne e uomini possono prendere la pensione di vecchiaia nel settore pubblico, non basta a spingere il governo italiano a modificare le regole. Però ha spinto Destra e Sinistra a trovarsi unite di fronte alla malattia che affligge il lavoro delle donne in Italia: un livello già bassissimo (intorno al 47%) rispetto a tutti gli altri Paesi europei (media al 60%) in anni di crescita e che adesso, con la Crisi, rischia di scendere ancora di più. Toccato il fondo, a quanto pare, alle donne italiane non resta che ”scavare”.
«Abbiamo dimenticato l’emancipazione economica delle donne», ha provocato Emma Bonino, che sul tema ”In pensione quando, al lavoro come?” ha messo insieme nella stessa sala del Senato non solo il ministro Maurizio Sacconi e il suo opponente ”ombra” Pietro Ichino, ma anche l’economista Fiorella Kostoris e il giuslavorista Michel Martone, Valeria Fedeli della Cgil e Renata Polverini dell’Ugl, Luca Paolazzi della Confindustria e Milena Carone dell’Udi, e poi Anna Bonfrisco, Benedetto Della Vedova, Giuliano Cazzola del Pdl, e Francesca Marinaro e Donatella Poretti del Pd. Ospite d’onore perfino la centenaria Rita Levi Montalcini. Tutti, sostanzialmente, d’accordo che la situazione del lavoro delle donne in Italia è insostenibile e che l’arrivo della Crisi avrà due effetti: 1)la situazione delle donne peggiorerà; 2) si aprirà un’opportunità per cambiare qualcosa. Si sente il bisogno di una ”spallata” ha detto Ichino, difendendo la proposta di ridurre le tasse sul lavoro femminile. E anche chi non era d’accordo con lui ha apprezzato l’immagine della spallata.
In Italia ci sono 4 milioni di donne che sono fuori dal mercato del lavoro e che per questo non hanno gli stessi diritti degli uomini. Ci sono milioni di altre donne che lavorano e non ricevono nessun supporto dallo Stato, perché mancano gli asili nido, perché gli orari di lavoro delle aziende non sono flessibili e mal si adattano alla gestione della vita familiare, perché le donne faticano a fare carriera, guadagnano mediamente meno degli uomini, e infine, quando vanno in pensione, rischiano di ritrovarsi sull’orlo della povertà.
Se con un colpo di bacchetta magica, le donne italiane lavorassero nella stessa misura delle altre europee, il Pil dell’Italia farebbe un balzo del 15%, ha detto Luca Paolazzi, direttore del Centro Studi di Confindustria. Anche Emma Marcegaglia lo disse nel suo primo discorso da presidente. Anche alle imprese il lavoro delle donne serve. Anzi, servirebbe se ci credessero con convinzione.
Di più, ha sottolineato Milena Carone dell’Udi, la si smetta di parlare di ”aiuti alle donne”. Perché si continua a dire che gli asili nido sono ”per le donne”, quando in realtà sono per i bambini e per un’intera società che deve investire su di loro? Valeria Fedeli ha rincarato: «Dico no alla ”conciliazione”, (cioè a quelle politiche che dovrebbero permettere alle donne di lavorare e allo stesso tempo farsi carico degli impegni familiari), ma dico sì alla ”condivisione”». Che tradotto vuol dire: donne e uomini dovrebbero imparare a condividere carichi di lavoro e carichi familiari. Alla pari.
Ecco, tutto questo è venuto a galla a partire da quella sentenza sull’età pensionabile delle donne. Tema che Emma Bonino e i radicali utilizzano da tempo come ”leva” per affrontare un problema che è una vera emergenza nazionale e che, invece, spesso viene trattato come ” colore”.
Il ministro Sacconi non si è sottratto. Di mettere mano alle pensioni però non vuole parlare. Fa i calcoli e afferma che nel pubblico impiego le donne già tendono a lavorare più del minimo necessario e che, in fondo, l’equiparazione per legge dell’età tra donne e uomini, sarebbe una piccola cosa anche in termini di risparmio per il bilancio dello Stato: non più di 250 milioni di euro.
Sacconi però sa che in Italia il numero dei lavoratori è troppo basso e che questo, oltre a essere ingiusto nei confronti delle categorie penalizzate (le donne in primis), danneggia il nostro sistema economico. «Dobbiamo puntare alla flessibilità dell’orario di lavoro - ha sottolineato - e sull’offerta di servizi per le madri». Cioè asili nido, ma non solo: anche tagesmutter dice lui, cioè baby sitter di condominio o di quartiere, sulle orme dell’esperienza tedesca.
Ma basta? Sul Corriere della Sera di ieri Maurizio Ferrera ha messo in guardia dal rischio che la crisi penalizzi ancora di più gli outsider (donne e giovani), mentre partiti e sindacati continuano a pensare a chi già è protetto. Meno tasse alle donne, più ammortizzatori sociali per i lavoratori che rischiano il posto e non hanno cassa integrazione (e sono soprattutto donne), asili nido e servizi all’infanzia, congedi di paternità obbligatori. Tutto ciò servirebbe a fare argine contro un rischio sul mercato del lavoro delle donne. Le “tagesmutter” non bastano di certo.

venerdì 25 luglio 2008

IL LIBRO VERDE DI SACCONI

Un welfare delle opportunità, dedicato ai giovani e con l'obiettivo di ricostruire la fiducia nel futuro.
Sono questi i primi concetti chiave espressi nella prefazione al Libro verde sul lavoro del ministro Maurizio Sacconi. "La vita buona nella società attiva- Libro verde sul futuro del modello sociale" è il titolo. Come si vede, il lavoro è sullo sfondo. Come scrive Sacconi nella prefazione , la questione del lavoro si inserisce in un contesto di cambiamento sociale, economico e culturale, e "un aumento della qualità dell'occupazione e delle occasioni di lavoro per un arco di vita più lungo si traduce in maggiore salute, prosperità e bene essere per tutti". Si pensa, aggiunge Sacconi, "a un welfare delle opportunità, che si rivolge alla persona nella sua integralità". Un welfare che "potrà offrire migliori prospettive soprattutto a giovani e donne, oggi penalizzati da una società bloccata e incapace di valorizzare il proprio capitale umano".
In questa cornice si sottolinea che il lavoro non deve essere considerato "una maledizione o, peggio, una attesa delusa, ma costituisca fin da subito nel ciclo di vita la base dell'autonomia sociale delle persone e delle famiglie".
La prefazione si conclude indicando come obeiettivi e temi da discutere: le disfunzioni, gli sprechi e i costi attuali; la sfida della transizione verso un nuovo modello che accompagni le persone nell'intero ciclo di vita; la sostenibilità finanziaria di qualunque politica; un sistema di protezione universale, selettivo e personalizzato che misuri su giovani, donne e disabili, in termini di vera parità di opportunità, l'efficacia delle politiche; la possibilità di fondare su questa base grandi programmi di natalità, di politiche della famiglia, della formazione e dell'occupabilità, di prevenzione sanitaria.
Il ministro apre una consultazione su questo libro, che ora tutti possono leggere. Vorrei raccogliere qui , nel nostro piccolo un minimo di dibattito. Mi pare che si prefiguri un modello di flexicurity. Una flexicurity all'italiana forse. Comunque credo che valga la pena leggersi tutto il libro verde (io lo farò nelle prossime ore) e approfondire. Lo trovate sul sito della Fondazione Marco Biagi Adapt.

domenica 29 giugno 2008

LAVORO, UN PATTO DI RESPONSABILITA'



Mentre il governo si dibatte nella tormenta dei problemi della giustizia (?) mi sembra utile mantenere lo sguardo sui problemi concreti di cui continuano ad occuparsi i comuni mortali e, per fortuna, anche qualche ministro. Sul Messaggero di oggi c'è un'intervista al ministro del Welfare e Lavoro, Maurizio Sacconi, che vale la pena di leggere. Il cappello generale è quello di una sorta di "patto" che Sacconi vorrebbe proporre alle cosiddette "parti sociali" (imprenditori e sindacati) per uscire dalle strettoie salariali e di crescita: uno scambio tra meno tasse e più produttività. Questa è già la filosofia della detassazione degli straordinari, e vedremo quali effetti concreti avrà. Chiaro che anche i lavoratori, sulla produttività, più di tanto non possono fare se i datori di lavoro non mettono in atti sistemi di innovazione e anche di misurazione della produttività stessa. A meno che non si parli solo di fabbriche e sia possibile quantificare i pezzi lavorati. Ma anche questo oggi è un po' vecchio stile.
Mi sembra degno di nota un passaggio dell'intervista (fatta dal collega Luciano Costantini): "Parlerei - dice Sacconi - di una forma di gestione condivisa non dell'impresa ma di tutto ciò che riguarda il lavoro e il lavoratore. Ancora, di diritto alla formazione, di diritto del lavoratore a essere accompagnato quando deve cercare un nuovo posto, di diritto alla sanità e alla previdenza integrativa. Gli organismi bilaterale si devono occupare ogni giorno di come rendere i posti di lavoro sicuri e di come fare al meglio formazione in azienda" Io non credo che siano solo parole. Sacconi è una persona esperta, che diceva queste cose anche prima di diventare ministro. Mi chiedo però se la nostra società, lavoratori e aziende comprese siano pronti per fare questo salto di qualità, che sarebe molto importante e che implica un concetto che ha poca circolazione in Italia, ma che nei luoghi di lavoro stranieri è comune, il concetto di responsabilità. Vedremo.





Segnalo anche, per la stessa serie "occupiamoci delle cose che ci riguardano da vicino", l'intervista sul Giornale al ministro della pubblica amministrazione e innovazione, Renato Brunetta. Un'altra delle menti più competenti di questo governo. Brunetta va avanti nella sua operazione trasparenza e presto metterà a disposizione di tutti altri dati e liste sulle spese per consulenze delle amministrazioni pubbliche. Speriamo che in noi non subentri una anestesia da informazione. Anche in questo caso, Brunetta non cita il concetto, ma secondo me emerge chiaramente: un'etica della responsabilità nella Pa, dai dirigenti agli uscieri, potrebbe fare miracoli.

venerdì 13 giugno 2008

ALZARE L'ETA' DELLA PENSIONE PER LE DONNE?


Alzare gradualmente l’età della pensione per le donne non può essere tabù: le donne vivono più degli uomini e, molto spesso, sono proprio loro a voler lavorare oltre i 60 anni, per rimpinguare i loro assegni di vecchiaia, mediamente molto più poveri di quelli degli uomini. L’idea di equiparare l’età pensionabile di donne e uomini, quindi, è in linea di principio giusta. Vista la deriva dei conti del sistema previdenziale italiano, è anche inevitabile. Ma, attenzione, non può piovere sempre sul bagnato. Vanno messe delle condizioni precise: se le donne devono essere ”uguali” di fronte alla pensione, allora vanno rese ”uguali” anche per tutto il resto della loro vita lavorativa. E attualmente così non è. Le donne lavorano, tra ufficio e attività domestica, molte ore più dei loro compagni (75 minuti al giorno di più, in media), e spesso non riescono a fare i figli che desidererebbero perché mille ostacoli vengono frapposti al loro impegno, sul lavoro e fuori: non hanno asili nido a sufficienza (ci sono posti solo per 6 bambini su 100), non hanno a disposizione servizi sociali adeguati, non godono di orari compatibili con una vita extralavoro (come anche gli uomini), non riescono a fare carriera come gli uomini e, non ultimo, non hanno l’appoggio né delle aziende né dei loro compagni, che raramente condividono le incombenze familiari al 50%. Guarda caso l’Italia è il paese con il più basso tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro (46%) e anche con il più basso tasso di fertilità (1,3 figli per donna). Come mai? Perché in Italia il peso caricato sulle spalle delle donne è troppo pesante, mentre le soddisfazioni in termini di remunerazione, promozione sociale, prestigio, sono troppo poche. Allora, se il ministro del Lavoro Sacconi, come sembra, sta studiando il modo di raccogliere la proposta fatta già nella scorsa legislatura da Emma Bonino, di equiparare l’età pensionabile, ben venga. Ma bisogna che lo faccia nello stesso istante in cui alle donne darà gli strumenti per una migliore vita lavorativa. E questo va messo nero su bianco: per ogni milione di euro risparmiato con l’innalzamento dell’età va chiarito in che modo saranno utilizzati quei soldi, quali benefici arriveranno alle donne in età lavorativa. La pensione anticipata per le donne, come ha scritto la professoressa Elsa Fornero, non deve essere una compensazione tardiva per opportunità negate in precedenza. Però , l’elevazione dell’età non può essere nemmeno l’ennesima penalizzazione per quelle donne che tutta la vita hanno già sopportato il doppio carico in casa e fuori.
pubblicato anche sul Messaggero del 12 giugno 2008

martedì 27 maggio 2008

LAVORATORI AZIONISTI


Negli ultimi giorni è emersa e si è cominciato a discutere dell'idea di coinvolgere di più i lavoratori nell'impresa. Il ministro Maurizio Sacconi ne ha parlato in un'intervista del 25 maggio al Corriere della Sera. L'idea viene discussa sulla voce.info da Francesco Vella in "Troppa confusione sui lavoratori azionisti". Per chi vuole orizzontarsi un po'.

lunedì 19 maggio 2008

SACCONI E TREU ALLA LINK UNIVERSITY SU "PRECARI E CONTENTI"

(Per vedere bene l'invito cliccateci sopra)

Se verrà il ministro Sacconi attuale ministro del Lavoro, e se ci sarà anche Treu, ex ministro del Lavoro, saranno bei fuochi di artificio. Il pretesto è un dibattito sul mio libro "Precari e contenti", ma è ovvio che con due ospiti tanto importanti il discorso potrebbe essere più ampio. Se invece il ministro non riuscirà a venire ci concentreremo, ne sono sicura, sulle storie e sulle domande degli studenti, che secondo me è la parte più bella. Ci sarà anche Vincenzo Scotti, presidente della Fondazione Link e a sua volta sottosegretario e i rappresentanti di alcune agenzie di lavoro interinale, che possono portare la loro esperienza, ormai decennale e confrontarsi con i giovani.
L'appuntamento è oggi alle 18,30 in via Nomentana 335, Roma, nella Biblioteca della Link Campus University.

venerdì 9 maggio 2008

APPELLO AL GOVERNO: SACCONI E GELMINI LAVORINO INSIEME


Ultimamente qui si è accesa una polemica sugli stage...scusatemi stakastagisti, scusatemi prime, ma vorrei chiedervi di passare a un altro tema. Si tratta di un fatto che dovrebbe colpire tutti voi, un dato emerso da Unioncamere (qui fin troppo citata per gli stage): tra giovani laureati e non laureati, mediamente, c'è una differenza di stipendio media (e sottolineo media) quasi irrilevante. Circa 70 euro al mese.
Ho scritto un commento su questa notizia, che trovate sul Messaggero di oggi (e anche sulla Stampa), nel quale sostanzialmente dico tre cose:
1) La laurea di per sé non garantisce più niente, per ridarle veramente valore bisognerebbe abolirne il valore legale, e mettere in concorrenza facoltà, corsi di laurea, professori, e studenti.
2) Per far incontrare domanda e offerta di lavoro, nel XXI secolo bisogna creare un rapporto stretto tra mondo dell'istruzione e mondo delle imprese. Il che non vuol dire abolire la "cultura" (già li sento...) ma dargli la giusta consapevolezza, far funzionare un sistema del merito, capire il mondo in cui si vive.
3) Faccio un appello formale al nuovo governo e in particolare ai ministri Sacconi e Gelmini: sono i più importanti di questo esecutivo, sono il nostro investimento sul futuro. Se avesse un senso, e lo dico solo per paradosso, darei a loro due (ma solo se si mettono insieme!) il 5 per mille della mia dichiarazione dei redditi. Ministero dell'Istruzione e ministero del Lavoro (non a caso però si chiama Welfare, il che sottolinea anche l'importanza di una visione dei lavoratori al di fuori del "posto" di lavoro, quindi le tutele, la formazione, l'impiegabilità ecc.).
Sia Maurizio Sacconi che Maria Stella Gelmini hanno le qualità per fare delle cose concrete in un senso innovativo. Speriamo che non prevalga la logica della conservazione. Mi spiego: giusto detassare gli staordinari, ma questo funziona soprattutto nelle fabbriche: non è un modo moderno di aiutare il lavoro delle donne e dei giovani, per quello servirebbe più inventiva, più "flessibilità", per esempio, e più innovazione tecnologica. Tornerò su questo concetto: la tecnologia è amica delle donne e anche dei giovani. Faccio un altro esempio, questa volta sulla scuola: va bene tornare ai voti e agli esami di riparazione, ma il punto vero sono gli insegnanti. Finché non verrà restituita loro dignità, soldi e mezzi, in cambio di più lavoro, più meritocrazia e risultati (studenti più preparati e via dalle scuole gli insegnanti non all'altezza) nella scuola, come nell'università, non si sarà fatto niente. E infine, la formazione, il rapporto tra scuola e aziende, gli stessi stage. Tutto va legato in una logica orientata al risultato.
Scusate la lunghezza e la foga, ma il tema è di fondamentale importanza e urgenza, e mi appassiona molto.

mercoledì 30 aprile 2008

ICHINO SPIEGA AI LAVORATORI IL LORO POTERE



Vi segnalo il sito di Pietro Ichino. Il professore, giuslavorista di fama e lunga esperienza, ora eletto con il Partito Democratico, sarà di fatto un ministro del Lavoro ombra, e il migliore che il Pd potesse desiderare al punto che perfino l'opposizione ha cercato di "strapparglielo". Vedremo chi sarà il suo alterego al ministero ma se il ministro sarà Maurizio Sacconi credo che si svilupperà un rapporto interessante. Entrambi hanno una visione moderna del lavoro, e anche Sacconi ha una lunga esperienza in proposito. Tra l'altro ha scritto insieme a Michele Tiraboschi un libro che dà un quadro completo, utile ai giovani che pensano al loro domani nel mercato del lavoro:"Un futuro da precari?". Vedremo e ne riparleremo.

Sul sito di Ichino intanto segnalo subito un link a un documento che spiega i vantaggi delle liberalizzazioni della semplificazione dei contratti nazionali e dell'importanza decisiva della contrattazione aziendale decentrata: "Hire your best employer". Naturalmente la sua è una visione innovativa, moderna, che punta migliorare le condizioni dei lavoratori guardando al futuro, non al passato. E' anche una visione non condivisa da tanti, forse spesso neanche capita. Mi sembra comunque che ci darà parecchi spunti da discutere.

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