Visualizzazione post con etichetta precariato. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta precariato. Mostra tutti i post

lunedì 3 settembre 2007

MI RICORDO.... IL LAVORO NEGLI ANNI '80



Piccola esperienza personale...(oggi mi rifiuto di affrontare teorie)...

Quando avevo 20 anni, negli anni '80, nei cortei e ai dibattiti si gridava "No alla disoccupazione, no al lavoro nero". Oggi questi slogan sono caduti in disuso, vorrei che qualcuno dicesse un po' perché o ci riflettesse su. E' sparita la disoccupazione, è sparito il lavoro nero?
Quando mi laureai (sempre in quei "favolosi" anni '80) rimasi disoccupata per un po' e cominciai a fare un lavoro volontario, gratuito, all'università: un contrattino, uno stage, una borsa di studio? No, non esisteva niente di tutto ciò, o meglio era già un miraggio poter trovare qualcosa del genere.

Conobbi delle persone che lavoravano alla Rai: quasi mai avevano il contratto da giornalista, bensì da programmista. Quasi mai avevano un contratto a tempo indeterminato: spesso erano contratti di tre o sei mesi, dopo i quali dovevano stare senza lavorare per qualche mese e poi se erano fortunate, venivano richiamate. Ma anche quello per me era un miraggio. Non esistevano mica i concorsi per quelle cose! Solo le conoscenze. Era il 1985..... e la parola precariato, le leggi Treu e Biagi non se le sognava nessuno.

Un anno, in vacanza, mi trovai a discutere con un ragazzo americano: da noi è difficile trovare lavoro, anche solo per un periodo, gli spiegavo. Chi ce l'ha se lo tiene stretto, e chi non ce l'ha peggio per lui. Lui faceva delle facce sgomente, strabuzzava gli occhi. Ma come, un lavoro, un lavoretto, un lavoro temporaneo, anche questo è difficile? Sì, gli rispondevo, perchè se qualcuno ti vuole prendere per sei mesi, poi ti deve tenere tutta la vita... non ti può più mandare via. Lui era sempre più sgomento. Siete pazzi, diceva, siete pazzi. E io intanto ero disoccupata.

Nella foto vedete un'immagine di manifestazioni a favore del referendum per il punto unico di scala mobile, 1984. Per fortuna, i sindacati che vollero il referendum persero, il punto unico di scala mobile non tornò, l'inflazione calò, e i lavoratori invece "vinsero", almeno un po'.
Ciò detto, e senza voler trarre nulla di particolare da questi frammenti di ricordi, vi lascio per un paio di giorni. A mercoledì.

lunedì 6 agosto 2007

L'ALTO APPRENDISTATO PER IL LAVORO: E' ORA DI PRESENTARE LE DOMANDE


Specializzarsi e trovare un lavoro già all'università. E' uno dei percorsi privilegiati, previsti dalla legge Biagi e poco applicati. L'idea è che la scuola, l'università, dovrebbero essere i canali migliori per l'inserimento dei giovani nel mercato. Le tradizionali roccaforti del sapere "puro" dovrebbero "imparare" che tipo di profili professionali cercano le imprese, e riuscire a formare giovani che rispondano a queste richieste. E' quello che la legge chiama "alto apprendistato". Ne ho già parlato, in uno dei primi post di questo blog, intitolato "Pamela, Stefano, Sergio e la legge Biagi", e in un articolo uscito sul Messaggero il 22 marzo 2007 "Iscritti al master e già assunti grazie alla legge Biagi".

Quando ho incontrato quei ragazzi che facevano un master di alta formazione all'università di Modena e che avevano cominciato a fare esperienza di lavoro nei bar, nei self service delle aziende che poi li avrebbero assunti, li ho quasi invidiati. I loro lavoretti estivi, il loro periodo a lavare i piatti non era solo "una esperienza", come quella che molti di noi hanno fatto nella propria vita (durante una vacanza dopo la scuola io spennavo tacchini e impacchettavo carne surgelata in una fabbrica nel Nord dell'Inghilterra). Ma era "l'esperienza" necessaria al loro futuro lavoro. E tanto peggio per chi non lo aveva capito e aveva rifiutato quel posto, credendo che fosse troppo poco per un laureato.

Ora l'Università di Modena e il centro Marco Biagi fanno una nuova selezione, per reclutare giovani laureati, da inserire poi nella direzione del personale di aziende di livello nazionale e internazionale, attraverso percorsi di "alta formazione in alternanza", come prevede la legge. Le candidature vanno inviate, da quello che mi risulta, entro il 28 agosto all'indirizzo mail: csmb@unimore.it. Le selezioni dovrebbero tenersi il prossimo 3 settembre a Modena. Allo stesso indirizzo si può scrivere per avere informazioni su questo e altri master e sui programmi per altri corsi di alta formazione dell'università. Certo, non tutti riusciranno ad entrare, ma conoscere questo tipo di master e cercarli nelle università di tutte le regioni italiane può fare una enorme differenza nella vita di chi vuole inserirsi nel mondo del lavoro alle migliori condizioni. Per ora solo cinque regioni hanno attivato a pieno regime le iniziative di alto apprendistato (Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia Romagna e provincia di Bolzano). Altre però ci stanno lavorando e, se gli studenti si informeranno e faranno pressioni, probabilmente potrebbero accelerare la creazione di inziative analoghe. A chi è interessato ad approfondire il tema (sia per iscriversi, sia per imparare qualcosa su quello che prevede la legge Biagi sull'apprendistato, come Arnaldo che ne ha parlato sul suo blog) raccomando la lettura di un intero dossier del centro Adapt (Newsletter in edizione speciale n. 20 del 4 giugno 2007, nella quale troverete anche un commento di Michele Tiraboschi, sempre particolarmente attento ai percorsi scuola-lavoro come antidoto al precariato): le sperimentazioni di alto apprendistato sono oltre 60 in tutta Italia, di cui 40 già avviate, altre in corso di realizzazione. Si parla finora solo di 650 giovani coinvolti, in una sperimentazione che ne prevedeva un migliaio. Io la mia parte l'ho già fatta, raccontando l'esperienza del gruppetto iscritto a Modena, proveniente da varie regioni, ma sarebbe bello se arrivassero anche altre testimonianze.

lunedì 16 luglio 2007

"E VAI, SI COMINCIA..." STORIA DI ANNA, ORMAI EX PRECARIA


Questa è la storia di Anna, una che non è mai stata una precaria, neanche quando lavorava a progetto...il bello è che lei si è resa conto di quanto sia stata "brava" solo recentemente. Lei vorrebbe difendere quelli che, diversamente da lei, sul lavoro non ce la fanno, quelli che si ritrovano sempre precari. Ma credo che il miglior aiuto venga dalla sua esperienza e dalla sua capacità di non arrendersi mai.
Scrivetevi su un post-it il suo proverbio cinese...

" E' sempre difficile parlare di se stessi, delle proprie esperienze.... Allora, mi chiamo Anna, ho 38 anni, d'origine pugliese (prov. di Brindisi) e abito a Roma e lavoro da 11 anni. Mi sono laureata nel 1994 a Lecce in Scienze Biologiche e dopo l'anno di tirocinio mi sono iscritta all'albo dei Biologi.
Nel 1997 mi sono trasferita a Roma (per ragioni di cuore) e così è cominciata la mia avventura lavorativa romana.
Il mio primo lavoro? Operatrice telemarketing (all'epoca si cominciava appena a parlare di call-center). alla 3 F.
Premetto che, nonostante la laurea, non ho mai avuto problemi di accettare i vari lavori (tutti sono dignitosi e costruttivi), non me lo potevo neanche permettere, avevo appena comprato casa con relativo mutuo!!
(Dico questo perché conosco persone, soprattutto al Sud che preferiscono rimanere disoccupati piuttosto che fare un lavoro non consono ai propri studi!! Diciamo disoccupati e contenti, a questo punto). Lavoravo tre ore al giorno dalle 18 alle 21. Vendevo corsi per computer via telefono !!!! Incredibile ma ci riuscivo veramente!!!!! Contratto di Collaborazione Occasionale, paga L.400.000 netti. Nel frattempo mi guardavo intorno e mandavo curricula a destra e sinistra. Ho lavorato per circa due mesi, poi mi sono licenziata in quanto ho trovato un primo impiego da biologo.
E vai si comincia, mi sono detta. Primo laboratorio di Analisi Cliniche sull'Appia Nuova. Contratto di Collaborazione Coordinata e Continuativa. Paga L. 800.000 per 4 ore al giorno. Mi interessavo della patologia clinica!!! Ci sono stata un anno, il direttore è stato per me un padre, ma proprio per questo prima poi da casa bisogna andar via. Mi stava stretto nonostante mi aumentasse lo stipendio decisi di cambiare. Avevo voglia di conoscere altre realtà e guadagnare maledettamente di più.

Passo a lavorare per un centro medico più grande, una grossa realtà romana zona Parioli. Ci sono stata quasi 3 anni. Sono veramente cresciuta professionalmente e come persona qui, bellissimi ricordi. Avevamo messo su, insieme con altri colleghi una nuova sezione:Analisi e Qualità degli Alimenti. Contratto inizialmente Co.Co.Co. poi Partita Iva professionisti.Tutto sommato mi andava bene, però c'era qualcosa, forse che la biologa in realtà non mi piaceva farlo? Mi sono venute le crisi del periodo universitario, della serie, ma io che centro con biologia? La ricercatrice non mi piaceva farlo, ai tempi dell'Università andavo a seguire con una mia amica (che studiava economia) le lezioni di marketing. Mi piacevano tantissimo.
Una mattina decido che avrei cambiato lavoro. Mi licenzio; tutti i conoscenti mi dicono che ero matta perché la paga era buona e che andavo a fare un lavoro esasperante, che non centrava niente con quello che avevo studiato.Alla fine sono assunta da una multinazionale americana di Assicurazione con CFL nel ruolo d'impiegata commerciale. In sostanza mi trovavo io i clienti a cui dovevo vendere assicurazioni sulla vita. Ci riuscivo anche bene!!!!Credo che sia stato il lavoro che mi ha completamente cambiato, sia dal punto di vista umano (ho conosciuto tantissime situazioni e persone incredibili, amici che ancora frequento) che professionale. Ci sono stata 1 anno. L'azienda poi, era in odore di ristrutturazione, mi ha offerto dei soldi per andar via e subito ho accettato e dato le dimissioni.

Nuovamente in cerca di lavoro, dopo una settimana di riflessione ho deciso di rientrare nel mondo scientifico, per lo meno nella materia per cui avevo studiato. Mi hanno offerto un posto di biologa presso una Casa di Cura privata sulla Cassia. Via si ricomincia con le provette, ma ormai non mi soddisfaceva più, ero abituata a parlare di quote di mercato, ecc. Che fare?? Qualcuno dei miei conoscenti mi suggerisce il mercato farmaceutico. Mi licenzio e decido di entrare nel mondo dell'Informazione Scientifica del Farmaco (ISF). Dopo alcuni colloqui ricomincio a lavorare.Ho subito lavorato per una piccola Azienda italiana, poca formazione da parte loro ma tantissima esperienza personale sul campo. Della serie: questi sono i farmaci, questi i tuoi clienti, buon lavoro!!! Contratto iniziale per sei mesi Co.Co.Co. con la promessa di una trasformazione ad un contratto tipico di legge dei chimici.Prima della scadenza avevo trovato già un'altra Azienda, Italiana sì ma multinazionale (Gruppo SIGMA-TAU).
Contratto a tempo indeterminato, e questa volta ho dettato io le condizioni!!!! Finalmente. Ora è più di 5 anni che ci lavoro. Mi piace, sono contenta della mia Azienda, massimo rispetto per il personale e in più guadagno anche bene.

Mi sono fermata un attimo, dice il mio compagno di vita. Già, perché nel frattempo ho avuto anche una bambina, la bellissima Federica, che mi prende tanto quando torno a casa da "lavoro mamma" come dice lei.
Ho in mente però un progetto, mi piacerebbe mettere su un'attività in proprio. Comincio a pensarla, a plasmarla, ancora sulla carta... D'altronde le opportunità bisogna crearle, non aspettarle chissà da chi. Bisogna avere bene in mente quello che si vuole fare e poi agire, non farsi schiavizzare!!!
Ognuno di noi ha dentro di sé le risorse e le capacità giuste per risolvere e creare, mai accettare compromessi perché pensiamo di non valere niente!!! Non è vero!!! Quando sono giù io mi avvalgo sempre di un proverbio cinese che mi ha lasciato il segno nel cuore quando l'ho letto: scava dove ti trovi e troverai un tesoro.
Cordialmente Anna alias ladypiterpan"

giovedì 12 luglio 2007

"CARO GRILLO, SONO UNO STUDENTE PRECARIO..."


Mi prendo una tregua dal tormentone-scalone per segnalare una lettera pubblicata su uno degli ultimi bollettini on line della Fondazione Marco Biagi. E' indirizzata a Beppe Grillo. E l'ha scritta uno studente precario, che non si riconosce nella visione apocalittica, ma al tempo stesso conformistica, del vostro tribuno del popolo.
"Gentile sig. Grillo,
mi permetto di scriverle dopo aver letto il Suo intervento, introduzione al libro “Schiavi Moderni”, pubblicato anche sul Bollettino ADAPT, della Fondazione Marco Biagi...
Sono uno studente di quasi 30 anni; ho lavorato (da prima della laurea) sempre con contratti di
collaborazione (alcuni dei quali, peraltro, anche ben remunerati), tuttora - dopo una scuola di
specializzazione triennale ed un dottorato - sto continuando il mio “apprendistato” in università; ed ho subito anch’io l’umiliazione di vedere respinta una richiesta di finanziamento per l’acquisto di un’auto perché “lavoratore precario”. La cosa curiosa è che ho dovuto chiedere ad un amico (insegnante presso una scuola statale) che guadagnava circa la metà del mio compenso di garantire la solvibilità, e solo con il suo intervento ho potuto accedere al finanziamento…
Ecco, da questa vicenda dell’auto emerge un punto della questione che a me sembra sottovalutato: a fronte di cambiamenti sociali ed economici del lavoro (i cambiamenti giuridici dirò poi che non sono così rilevanti) non sono corrisposti analoghi cambiamenti sociali ed economici di ogni altra branca della società: e soprattutto non è cambiata la cultura. Per cui continuano (le banche, i nostri genitori, gli intellettuali, di molti dei quali pur apprezzo il fervore, perché sono persone sincere come Lei, che si atteggiano a difensori di noi giovani) a trattare i nostri lavori come non lavoro: si è innescata una psicologica “trappola della precarietà”,
la cui unica via di uscita per ognuno di noi sembra essere il comodo “posto statale”, magari al comune, così non saremo costretti a fare troppa strada e potremo tornare a pranzo a casa.
Per anni mio padre, a fronte delle esperienze lavorative (tutte molto belle, a mio giudizio) che ho
vissuto, ha continuato a dirmi: “sì, è molto bello quello che fai... ma che ne pensi di fare qualche concorso, così il 27 del mese hai la certezza di una goccia continua?”. Solo qualche tempo fa, affrontando la questione in maniera un po’ più decisa, gli ho fatto presente che era per me umiliante questa sua continua solfa, che implicava un postulato, e cioè che possa dirmi professionalmente realizzato solo se raggiungo l’agognato “posto fisso”.
Questo solo io so: che lavorare, magari non con tutto l’apparato di tutela previsto per il lavoro
subordinato a tempo indeterminato in una grande impresa o al comune, è sicuramente meglio che non lavorare. E che anche lavorando come lavoratore a progetto o co.co.co. non mi è impedito di esprimere le mie capacità e la mia personalità.
Mi permetto poi, senza voler entrare nel merito, far notare che il lavoro parasubordinato non è stato inventato dalla riforma Biagi; che di esso c’è traccia in provvedimenti che risalgono agli anni ’60; che è dal 1995 che sono “esplose” le co.co.co; che la riforma Biagi ha sicuramente introdotto dei vincoli (poi si potrà dire che sono troppi o pochi, ma sicuramente ha introdotto dei vincoli e delle garanzie); che è quanto meno approssimativo (come Lei dice: absit iniuria verbis!) che “la Legge Biagi ha introdotto in Italia il precariato”; che la fuga dalla subordinazione è proporzionale alla rigidità del tipo (tanto più si “blinda” il rapporto di lavoro subordinato tanto più si cerca di evadere dalla onerosità - non solo o non tanto economica - che il tipo ex 2094 c.c. implica). A me sembra che appuntare l’attenzione sul precariato (parola che ultimamente con stupore ho visto comparire anche nelle leggi dello stato) in alcuni ha il solo fine di esacerbare gli animi, contribuendo a diffondere quel meccanismo della trappola della precarietà di cui
dicevo. Piuttosto, è opportuno che ci si inizi ad educare sul valore del lavoro, a percepirlo come possibilità e capacità di costruzione, ad iniziare a sentire il lavoro per quello che è, e cioè espressione della propria personalità o - come dice la nostra Costituzione - “attività o funzione che concorre al progresso materiale e spirituale della società”. Invece, sembra che taluni vogliano dire che questa possibilità sia condizionata solo ad alcuni modi.
Da ultimo, mi permetto di farLe notare che il vero sfruttamento di certe tipologie avviene in maniera veramente odiosa nel pubblico impiego, allo scopo di aggirare i vincoli alle assunzioni che da qualche anno son sempre inseriti in finanziaria; poi, in genere, dopo qualche anno di sfruttamento dei co.co.co. di turno, vengono banditi dei concorsi loro riservati, con ulteriore fraudolenta violazione dell’obbligo costituzionale di assumere tramite concorso. Con l’effetto poi che chi è assunto così, dopo aver superato un periodo di prova che dura anni (e non sei mesi, come direbbe la legge), si trova spesso rancoroso e già sfiduciato…
Inoltre, i lavori “non standard” sono particolarmente diffusi tra quei datori di lavoro il cui
committente è (a volte esclusivamente) l’ente pubblico, che impone come criteri per le commesse quello del minore costo: e le imprese labour intensive, per vincere le gare di appalto abbattono il costo più rilevante, ossia quello del lavoro, anche per preservarsi dalla improvvisa cessazione dell’incarico. Ed io, nella mia pur breve esperienza, non ho mai visto un capitolato d’appalto che imponga determinati standard della qualità del lavoro: evidentemente, certi contratti di lavoro convengono anche (o forse soprattutto) all’appaltante ente
pubblico.
Quindi, forse, gli strali che pur giustamente scaglia, andrebbero indirizzati altrove.
Perdoni questa mia; Le assicuro che non è mero esercizio di stile, è solo che, come dicevo dianzi,
culturalmente c’è qualcosa da cambiare nella percezione di cosa sia il lavoro, cosa sia lavorare (e Glielo dice uno che quando aveva 16 anni non ha disdegnato di fare il manovale, e durante l’università ha di continuo lavorato per mantenersi agli studi); volevo – direi quasi con pudore – esprimerLe il mo fastidio per una certa maniera di parlare del lavoro (e del lavoro degli studiosi che hanno contribuito a redigere la riforma Biagi) e suggerirLe una riflessione secondo un’altra visione prospettica.
Prenda questa mia paginetta come un (umile) tentativo di amicizia…"
…Vincenzo P.



lunedì 18 giugno 2007

LEGGENDARI PRECARI


Semplice semplice, l'articolo di Pietro Ichino sul Corriere della Sera di oggi lunedì 18. Occhiello introduttivo "Il lavoro precario è fermo dal 2001". Semplice, ma da ritagliare e tenere sul comodino.
Ma...se in Italia c'è meno precariato che in altri paesi, se la legge Biagi con il precariato c'entra poco o nulla (e caso mai nel senso di una maggiore tutela), se il precariato c'è oggi come 20 anni fa (e forse meno), cos' è un'allucinazione collettiva questa dei poveri giovani, precari, schiavi, sfruttati, vilipesi, umiliati, traditi.....? Potremmo fare un concorso tra i lettori sugli attributi di questa povera generazione di giovani. Per oggi non dico altro, certe volte mancano le energie. Per favore, leggetevi questo articolo: Le leggende sulla Biagi

mercoledì 6 giugno 2007

PRECARI E CONTENTI, IL CALL CENTER E' IL MIO REGNO

AGGIORNATO

Se credete di sapere tutto sui call center, definiti da tante parti moderne miniere di carbone, luoghi di schiavismo contemporaneo, fucine di precariato senza speranza, leggete l'esperienza di Dory.

" Ciao Angela,
sai, la mia storia è del tutto simile a quella di chiunque può dire di aver fatto un minimo passo avanti nei call center. Io ne conosco tanti come me. Mi sono laureata a 23 anni in Scienze Naturali. Ho avuto subito la fortuna di essere accolta sotto l'ala protettrice del mio correlatore di tesi, tanto che mi è stata data l'opportunità di lavorare nel Museo della mia città a contrattini intermittenti di poche lire al mese. E' andata così per tre anni, non c'è stata continuità, di certo, dato che lavoravo tre mesi sì, due no ecc. senza poter pretendere nulla.Nel frattempo ho trovato lavoro in questo call center. Sono entrata come operatrice telefonica. E' stata la mia prima esperienza lavorativa vera e propria, in ritenuta d'acconto (non sapevo nemmeno che fosse...). Mi sono barcamenata tra i due lavori per un annetto e mezzo circa, perchè non volevo perdere nessuna delle due opportunità: in museo aspettavo che arrivasse finalmente il mio turno (un concorso), in call center speravo di togliermi quanto prima "dai telefoni". Ti dico subito che però ho sempre fatto in modo di essere la persona più disponibile, di esserci sempre per entrambi i lavori. Ci sono stati mesi in cui entravo da una parte alle 8 del mattino e uscivo dall'altra alle 10 di sera, lavorando anche al sabato! Io penso che la costanza e la serietà siano sempre premiate. Se dipende solo da te. Pertanto al museo l'opportunità è volata: al museo il concorso è arrivato, ma l'ha vinto un'altra persona (che non ci aveva mai lavorato...). Quella è stata una cosa che mi ha fatto male, mi ha delusa, tanto che pian pianino, senza rendermene conto, ho cominciato ad accantonare i sogni da studente e ad alimentare quelli da lavoratrice vera.

Suona strano, lo so, ma è stato come crescere, maturare. Come niente vedevo che qui in call center i responsabili mi davano sempre più lavori da fare. C'è stato l'ultimo periodo come operatrice in cui rispondevo contemporaneamente a 9 numeri verdi diversi! e col tempo arrivavano responsabilità in più e il telefono si allontanava sempre più :-) Dopo due anni da operatrice sono diventata "supervisore" della sala e l'anno successivo "responsabile di progetto". Ora coordino (per dirla in "damianese") una sala intera, pianifico le attività e mi relaziono con i committenti. Credo di essere arrivata al punto d'arrivo, perchè come dicevo puoi essere lavoratrice indefessa quanto vuoi, ma ad un certo punto le dinamiche di carriera diventano altre. E quando il futuro non dipende più da te è più difficile pianificarlo, anche se diventa una sfida più bella.




In questi anni ne ho viste di delusioni, raccomandazioni, discriminazioni e ingiustizie. Ma è esattamente quello che accade in ogni ufficio d'Italia. Il call center è un'azienda normale, forse ancora più bella, perchè tra una chiamata e l'altra abbiamo il tempo di conoscerci e di stringere amicizie. Non è la schiavitù di cui parlano. Non è il lavoro insostenibile di cui dicono. Poi dipende dall'azienda per cui lavori, non parlo di altre realtà. Comunque in tutta questa storia concludo che ho iniziato qui all'inizio del 2000, nel 2001 ho avuto un contratto co.co.co, nel gennaio 2004 sono stata assunta. Tutto è sempre stato chiaro e trasparente. Mai illusioni né promesse non mantenute. Ma cambia poco, perchè come scrivo nel blog, lo stato precario resta, è insito ormai in noi giovani, nel nostro modo di vivere, non riesco ad immaginarmela diversamente. Anzi, c'è chi come me, ci sguazza. Per avere meno pensieri, no? Credo di essere stata anche troppo prolissa :-), pertanto ti saluto Dory. "



Qui aprite il blog di dory

sabato 2 giugno 2007

MILLE EURO BLUES SUL MESSAGGERO



Evviva il precariato, dovrebbe dire Max. Grazie alle sue presunte difficoltà sul lavoro e alla sua vera passione per la musica, Massimiliano Colosimo, in arte Max Cosmico, di cui ho già parlato qui, sta spopolando con il suo "Mille euro blues". E non è solo per l'argomento, perché sono sicura che se il video e la musica fossero brutti, non se lo sarebbe filato nessuno. Oggi lo trovate in un articolo a pagina 23 del Messaggero . Pochi giorni fa ha avuto anche un passaggio su Radio Uno. E sono convinta che non finisca qui. Perché passione, talento e duro lavoro spesso pagano.
Dai, Max, ammettilo, devi ringraziare la tanto vituperata Legge Biagi (anche se non c'entra nulla)!
A proposito, ora Max sta lavorando a una nuova canzone, stavolta sul sesso, la masturbazione e l'amore "precario". Aspettiamo tutti ansiosamente di saperne di più!

martedì 8 maggio 2007

I GIORNI DELLA FLESSIBILITA'...O DELLA PAURA?


«Vivete in un Paese che tutti voi volete più prospero, più giusto, più funzionante, come un sogno, ma coloro che sognano e sperano hanno però paura del cambiamento, perchè cambiare significa assumere rischi». Ecco il rimprovero, più ancora che una risposta, del presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo agli studenti che lo hanno "interrogato" al workshop "I giorni della flessibilità, come affrontare la società del rischio" all'Università Luiss di Roma.
Una platea di oltre 200 studenti oggi pomeriggio ha fatto, per una volta, le domande sul tema della flessibilità e del mercato del lavoro. Sotto esame Antonio Catricalà, presidente dell'Autorità garante per la concorrenza, Renata Polverini segretario generale Ugl, Bruno Tabacci, deputato Udc, Maurizio Sacconi, senatore di Forza Italia, e Michel Martone docente della Luiss . Anche a non voler essere filo-confindustriali o anti-qualcosa, le trovo che le risposte sono degne di riflessione.
LE DOMANDE DEGLI STUDENTI
"In quali settori sono più urgenti le liberalizzazioni?"
"Chi pagherà le nostre pensioni?"
"Come si concilia la riforma del Tfr con il precariato?"

MONTEZEMOLO
"Veniamo da anni di trasformazione e di poca cultura del mercato, con leliberalizzazioni vicine allo zero e un mercato ancora così chiuso. È il Paesedelle corporazioni"
"Ma c'è una parola chiave che è il merito perchè spesso si richiama al rischio e alla capacità.
"Occorre moltiplicare le opportunità ma anche distribuire il rischio", "è strano che certa sinistra non se ne renda conto, ma nel mondo di oggi le grandi diseguaglianze hanno a che fare con il rischio perchè viviamo in una società in cui il rischio è allocato in modo non simmetrico".
Montezemolo ha quindi fatto l'esempio dei dipendenti del
pubblico impiego che anche quando "nullafacenti e perfino delinquenti non sono licenziabili" in contrapposizione ai dipendenti privati "più o meno vulnerabili". Il presidente di Confindustria ha anche parlato della diseguaglianza tra "imprese visibili al fisco e imprese invisibili e a pubbliche amministrazioni in bancarotta permanente e permanentemente ripianate".
Domani seconda puntata.

Google