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lunedì 6 agosto 2007

L'ALTO APPRENDISTATO PER IL LAVORO: E' ORA DI PRESENTARE LE DOMANDE


Specializzarsi e trovare un lavoro già all'università. E' uno dei percorsi privilegiati, previsti dalla legge Biagi e poco applicati. L'idea è che la scuola, l'università, dovrebbero essere i canali migliori per l'inserimento dei giovani nel mercato. Le tradizionali roccaforti del sapere "puro" dovrebbero "imparare" che tipo di profili professionali cercano le imprese, e riuscire a formare giovani che rispondano a queste richieste. E' quello che la legge chiama "alto apprendistato". Ne ho già parlato, in uno dei primi post di questo blog, intitolato "Pamela, Stefano, Sergio e la legge Biagi", e in un articolo uscito sul Messaggero il 22 marzo 2007 "Iscritti al master e già assunti grazie alla legge Biagi".

Quando ho incontrato quei ragazzi che facevano un master di alta formazione all'università di Modena e che avevano cominciato a fare esperienza di lavoro nei bar, nei self service delle aziende che poi li avrebbero assunti, li ho quasi invidiati. I loro lavoretti estivi, il loro periodo a lavare i piatti non era solo "una esperienza", come quella che molti di noi hanno fatto nella propria vita (durante una vacanza dopo la scuola io spennavo tacchini e impacchettavo carne surgelata in una fabbrica nel Nord dell'Inghilterra). Ma era "l'esperienza" necessaria al loro futuro lavoro. E tanto peggio per chi non lo aveva capito e aveva rifiutato quel posto, credendo che fosse troppo poco per un laureato.

Ora l'Università di Modena e il centro Marco Biagi fanno una nuova selezione, per reclutare giovani laureati, da inserire poi nella direzione del personale di aziende di livello nazionale e internazionale, attraverso percorsi di "alta formazione in alternanza", come prevede la legge. Le candidature vanno inviate, da quello che mi risulta, entro il 28 agosto all'indirizzo mail: csmb@unimore.it. Le selezioni dovrebbero tenersi il prossimo 3 settembre a Modena. Allo stesso indirizzo si può scrivere per avere informazioni su questo e altri master e sui programmi per altri corsi di alta formazione dell'università. Certo, non tutti riusciranno ad entrare, ma conoscere questo tipo di master e cercarli nelle università di tutte le regioni italiane può fare una enorme differenza nella vita di chi vuole inserirsi nel mondo del lavoro alle migliori condizioni. Per ora solo cinque regioni hanno attivato a pieno regime le iniziative di alto apprendistato (Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia Romagna e provincia di Bolzano). Altre però ci stanno lavorando e, se gli studenti si informeranno e faranno pressioni, probabilmente potrebbero accelerare la creazione di inziative analoghe. A chi è interessato ad approfondire il tema (sia per iscriversi, sia per imparare qualcosa su quello che prevede la legge Biagi sull'apprendistato, come Arnaldo che ne ha parlato sul suo blog) raccomando la lettura di un intero dossier del centro Adapt (Newsletter in edizione speciale n. 20 del 4 giugno 2007, nella quale troverete anche un commento di Michele Tiraboschi, sempre particolarmente attento ai percorsi scuola-lavoro come antidoto al precariato): le sperimentazioni di alto apprendistato sono oltre 60 in tutta Italia, di cui 40 già avviate, altre in corso di realizzazione. Si parla finora solo di 650 giovani coinvolti, in una sperimentazione che ne prevedeva un migliaio. Io la mia parte l'ho già fatta, raccontando l'esperienza del gruppetto iscritto a Modena, proveniente da varie regioni, ma sarebbe bello se arrivassero anche altre testimonianze.

lunedì 18 giugno 2007

UN LAVORO NEI BENI CULTURALI? SVEGLIA!



E' bello avere una cultura, è bello lavorare nel settore della cultura e dell'arte....però preparatevi a soffrire. E poi non dite: ma allora che cosa ho studiato a fare!? Perché per chi affronta lo studio di materie umanistiche e artistiche, trovare un lavoro nel suo campo sarà ancora più difficile che per gli altri. Quasi impossibile. E ciò nonostante la grande fioritura di corsi di laurea e master "specialistici" in gestione dei beni culturali e simili.
Per chi poi un lavoro lo trova, si prospettano stipendi bassi (eufemismo) e contratti mooolto temporanei. A volte volontariato.
Lo dice la stessa associazione di settore Civita, che ha steso un rapporto dal titolo ottimistico "La formazione vale un Patrimonio".
Ogni anno in Italia si laureano in beni culturali tra i 2.800 ed i 3.200 giovani. Ma «solo 16 su 100 troveranno in un futuro prossimo un lavoro nel loro specifico settore», avverte Civita. Ancora meno, quelli che possono sperare in una occupazione nel comparto pubblico del settore.
Situazione confermata dai dati Istat, secondo i quali in confronto alla media i dottori in conservazione dei beni culturali, hanno più difficoltà a trovare lavoro dopo la laurea e presentano un più alto tasso di disoccupazione. Oltre al fatto che l'occupazione nel settore dei beni culturali si caratterizza per una maggiore incidenza del lavoro volontario e di quello atipico, part-time e stagionale. Non bastasse, le retribuzioni sono in media più basse del 13,5%, con una media di 1.087 euro nel 2004 contro i 1.257 euro di un laureato generico.
Malgrado queste difficoltà, pare che laureati in beni culturali si scoraggiano meno degli altri, tanto che la percentuale di coloro che si ritirano dal mercato del lavoro in questo settore è dell'11,1% contro il 13,4% del totale dei laureati.
Parecchi problemi emergono anche nel campo della formazione, dove il moltiplicarsi delle offerte ha fatto in qualche caso scendere il livello della qualità. Nella seconda sezione del rapporto - dedicata alle opinioni degli esperti dei principali settori professionali - traspare ad un sguardo complessivo , sottolinea Civita, «un certo pessimismo riguardo alla qualità della formazione fornita dalla Università Italiana, complici la recente riforma e il moltiplicarsi delle classi di laurea attinenti al settore dei beni culturali, che impediscono in molti casi l'approfondimento e la specializzazione adeguate». Tra i punti dolenti, la distanza e la mancanza di rapporti tra Università, Scuole di Alta Formazione e mondo del lavoro."L'università non ha mai ritenuto necessaria la collaborazione del'associazione" lamenta il presidente di Civita, Gianfranco Imperatori. Quindi, anche le università dovrebbero svegliarsi!

mercoledì 6 giugno 2007

PRECARI E CONTENTI, IL CALL CENTER E' IL MIO REGNO

AGGIORNATO

Se credete di sapere tutto sui call center, definiti da tante parti moderne miniere di carbone, luoghi di schiavismo contemporaneo, fucine di precariato senza speranza, leggete l'esperienza di Dory.

" Ciao Angela,
sai, la mia storia è del tutto simile a quella di chiunque può dire di aver fatto un minimo passo avanti nei call center. Io ne conosco tanti come me. Mi sono laureata a 23 anni in Scienze Naturali. Ho avuto subito la fortuna di essere accolta sotto l'ala protettrice del mio correlatore di tesi, tanto che mi è stata data l'opportunità di lavorare nel Museo della mia città a contrattini intermittenti di poche lire al mese. E' andata così per tre anni, non c'è stata continuità, di certo, dato che lavoravo tre mesi sì, due no ecc. senza poter pretendere nulla.Nel frattempo ho trovato lavoro in questo call center. Sono entrata come operatrice telefonica. E' stata la mia prima esperienza lavorativa vera e propria, in ritenuta d'acconto (non sapevo nemmeno che fosse...). Mi sono barcamenata tra i due lavori per un annetto e mezzo circa, perchè non volevo perdere nessuna delle due opportunità: in museo aspettavo che arrivasse finalmente il mio turno (un concorso), in call center speravo di togliermi quanto prima "dai telefoni". Ti dico subito che però ho sempre fatto in modo di essere la persona più disponibile, di esserci sempre per entrambi i lavori. Ci sono stati mesi in cui entravo da una parte alle 8 del mattino e uscivo dall'altra alle 10 di sera, lavorando anche al sabato! Io penso che la costanza e la serietà siano sempre premiate. Se dipende solo da te. Pertanto al museo l'opportunità è volata: al museo il concorso è arrivato, ma l'ha vinto un'altra persona (che non ci aveva mai lavorato...). Quella è stata una cosa che mi ha fatto male, mi ha delusa, tanto che pian pianino, senza rendermene conto, ho cominciato ad accantonare i sogni da studente e ad alimentare quelli da lavoratrice vera.

Suona strano, lo so, ma è stato come crescere, maturare. Come niente vedevo che qui in call center i responsabili mi davano sempre più lavori da fare. C'è stato l'ultimo periodo come operatrice in cui rispondevo contemporaneamente a 9 numeri verdi diversi! e col tempo arrivavano responsabilità in più e il telefono si allontanava sempre più :-) Dopo due anni da operatrice sono diventata "supervisore" della sala e l'anno successivo "responsabile di progetto". Ora coordino (per dirla in "damianese") una sala intera, pianifico le attività e mi relaziono con i committenti. Credo di essere arrivata al punto d'arrivo, perchè come dicevo puoi essere lavoratrice indefessa quanto vuoi, ma ad un certo punto le dinamiche di carriera diventano altre. E quando il futuro non dipende più da te è più difficile pianificarlo, anche se diventa una sfida più bella.




In questi anni ne ho viste di delusioni, raccomandazioni, discriminazioni e ingiustizie. Ma è esattamente quello che accade in ogni ufficio d'Italia. Il call center è un'azienda normale, forse ancora più bella, perchè tra una chiamata e l'altra abbiamo il tempo di conoscerci e di stringere amicizie. Non è la schiavitù di cui parlano. Non è il lavoro insostenibile di cui dicono. Poi dipende dall'azienda per cui lavori, non parlo di altre realtà. Comunque in tutta questa storia concludo che ho iniziato qui all'inizio del 2000, nel 2001 ho avuto un contratto co.co.co, nel gennaio 2004 sono stata assunta. Tutto è sempre stato chiaro e trasparente. Mai illusioni né promesse non mantenute. Ma cambia poco, perchè come scrivo nel blog, lo stato precario resta, è insito ormai in noi giovani, nel nostro modo di vivere, non riesco ad immaginarmela diversamente. Anzi, c'è chi come me, ci sguazza. Per avere meno pensieri, no? Credo di essere stata anche troppo prolissa :-), pertanto ti saluto Dory. "



Qui aprite il blog di dory

lunedì 4 giugno 2007

LAVORO, RISULTATI IMPRESSIONANTI


In Italia «il mercato del lavoro ha registrato una performance impressionante», con «una creazione di posti di lavoro notevole che ha portato il tasso di disoccupazione al di sotto dei livelli dei vicini europei». A dirlo è l'Ocse, nel suo Rapporto economico sull'Italia del 2007 . Il merito, dice l'Ocse, è nella moderazione salariale, nella diffusione dei contratti part-time e a termine, nell'impiego di immigrati in posizioni di lavoro spesso rifiutate da italiani.


Lo so che tra il popolo del web questa notizia sarà sommersa da un coro di boo e di fischi, lo so che i precari si sentono traditi e strapazzati...ma mai in Italia si era scesi a un tasso di disoccupazione di circa il 6,6%, più basso di alcuni nostri vicini europei.


E' vero, e sarebbe assurdo non dirlo, che il nostro mercato del lavoro è poco trasparente, è a bassa produttività, investe poco in tecnologia, in ricerca, nella ricerca di talenti e assume pochi laureati. E' tutto vero. Ma purtroppo questo è propio il retaggio del passato. E' ancora l'incapacità di cambiare.


Ma volete dire che è meglio non avere nessun lavoro, piuttosto che averlo a termine? Preferite il lavoro nero? La precarietà è sempre esistita, ma ancora di più esisteva la disoccupazione! Oggi ci sono comunque delle opportunità: di cominciare, di conoscere, di imparare, di muoversi. Di guadagnare qualcosa, invece di niente. Bisogna coglierle. E in tutto ciò la legge Biagi entra poco, sia nel bene che nel male: quello che questa legge doveva fare era "regolare" un mercato altrimenti ingessato, o selvaggio. E purtroppo c'è riuscita solo in parte.







mercoledì 30 maggio 2007

MONTEZEMOLO A SCUOLA COPIAVA, ORA CHIEDE BEI VOTI


Ci sono due mondi che non si incontrano mai: le aziende italiane, i loro rappresentanti, e i giovani di belle speranze (deluse).


Luca Cordero di Montezemolo, presidente degli Industriali e fustigatore di politici, oggi ha rappresentato il primo mondo in un convegno alla Luiss a Roma: «La mission di tutte le università italiane - ha detto - è quella di avvicinare i giovani al mondo del lavoro e per farlo c'è bisogno di atenei di qualità» ha detto agli studenti della sua università in occasione dell'undicesime edizione del career day «I giovani e il lavoro - la Luiss per l'orientamento», giornata dedicata alla caccia di nuovi talenti da parte delle aziende italiane e straniere. Per mettere i ragazzi a loro agio, Montezemolo ha raccontato: «A scuola ero il campione del mondo del copiare, anche chi copia ha speranze di successo».


Poi però si è fatto serio: «Il rapporto tra mondo delle imprese e studenti è il tema dei temi - ha continuato - dobbiamo far sì che fin dalle scuole elementari le materie studiate si avvicinino il più possibile al mondo delle professionalità. L'università deve essere attiva e non passiva».


Gli studenti presenti erano tutti armati di curriculum e l’hanno potuto lasciare a novanta aziende, tra le quali la Banca d'Italia, Eni, Bmw, Fiat, Coca Cola. Puntare sulla meritocrazia, ha detto Montezemolo. Che significa premiare i più bravi e dare a tutti l’opportunità di avere successo. Però, ha ammesso, l’Italia è bloccata, e per ora predica bene ma razzola male.


Infatti, e qui parliamo di quell'altro "mondo", le statistiche sono deprimenti: secondo un’indagine sugli stipendi di laureati e diplomati, fatta dalla società OD&M per Miojob e Repubblica, i laureati italiani sembrano ben poco incentivati. I loro stipendi sono mediamente più alti di quelli dei diplomati, 24 mila euro l’anno, ma solo di un’inezia. E negli ultimi due anni sono cresciuti di meno. E’ comprensibile poi che molte voci dicano: ragazzi andate all’estero che qui non vi si fila nessuno. E infatti a leggere i blog è tutto un recriminare, un accusare. E forse hanno ragione i miei amici ingegneri che , nonostante le statistiche a loro favore, si sentono poco valorizzati. Illuminanti i racconti di quelli che dicono: all’estero mi danno un bello stipendio e mi trattano bene. Certo, bisogna essere bravi. Ma in Italia, spesso, bravi e non bravi sono uguali. Evviva le piccole imprese italiane.

martedì 29 maggio 2007

PRECARI E CONTENTI, EX COMMESSA DI SUCCESSO

Questa è la storia di Francesca Venturo , laureata in arti e scienze dello spettacolo con 110 e lode, con l'idea di fare il lavoro che le piace: l'insegnante. Anche la sua storia, però, come quella di tanti giovani, è cominciata con un lavoro di ripiego. Poi il lavoretto è diventato un lavoro quasi stabile, anche se non era quello che voleva. Ma lei è riuscita a trasformare tutto in un'avventura. Ha scritto un libro esilarante sulla vita da commessa, per il quale sta ancora cercando un editore, e ha trasformato la sua tesi di laurea in un libro serio, "Parola e travestimento nella poetica teatrale di Edoardo Sanguineti", ed Fermenti. Ora fa finalmente la maestra, precaria , ma è il lavoro che voleva fare. C'è riuscita. Qui lei stessa racconta la sua storia:

"Andy Warhol aveva detto che ognuno di noi, nella vita, ha diritto ad almeno quindici minuti di celebrità.Ma la categoria dei precari ha di gran lunga superato le previsioni di Warhol: tutti i giorni si parla di loro, di noi.Gli insegnanti precari che popolano questa nazione non si contano più. Siamo frotte di postadolescenti – perché oggi l’adolescenza sembra non avere mai fine- che hanno sgobbato sui libri, dalle elementari alla laurea, al ritmo incessante e intimidatorio di un adagio che faceva più o meno così: «studia, studia se vuoi farti una posizione nella vita! Mica vorrai andare al mercato a vendere le uova, o in un negozio a fare la commessa! Mica vorrai fare il cameriere o, ancor peggio la PARRUCCHIERA! Studia o non sarai nessuno!».“Qualcuno” di sicuro lo siamo diventati, e non un “qualcuno” qualunque, visto che un giorno si e due no siamo sui titoli delle prime pagine, noi siamo diventati precari qualificati. Poi se ci metti che la tua prof di lettere ti aveva mandato al cinema a vedere l’attimo fuggente e il giorno dopo eri salito in piedi sul banco gridando con la mano sul cuore «oh capitano mio capitano!», il danno è fatto e non c’è più rimedio; ti iscrivi alla facoltà col maggior numero di disoccupati post lauream col cuor leggero.

LAUREATA E PORTINAIA

Ed eccoti qua precario, idealista e contento, però hai fatto esperienza, ed è questo che conta nella vita, le esperienze. Dunque: hai sostituito la portinaia durante l’estate e sei riuscito a scoprire che la vecchietta del quinto piano è gelosa del generale in pensione del piano terra perché la nuova inquilina del secondo piano, quella formosetta, quella giovane di cinquantaquattro anni, ogni volta che lo incontra fa cadere le chiavi a terra e si china a raccoglierle proprio davanti a lui; hai fatto la segretaria tutto fare in un sindacato dove non sei mai stata regolarizzata per il bene degli iscritti – i lavoratori veri- altrimenti avrebbero pagato il triplo per l’iscrizione (e qualche buona azione bisogna farla ogni tanto); hai servito il caffè al bar del teatro centrale, però che bello hai conosciuto tanti personaggi anche se ancora non sapevi cosa fosse un contratto; hai lavorato come volantinatrice dove ti pagavano dopo il millesimo volantino consegnato, come cameriera di pub vestita da piccola bavarese col grembiulino turchese, il bustino e la camicetta frou frou, ed infine, con la tua laurea in tasca, sei approdata all’agognato contratto.

QUELLE MAGLIETTINE...

Sì, certo, un contrattino: quello di commessa part-time.Così hai capito: non basta sapere cosa vuoi fare da grande, cosa vuoi diventare, non basta studiare: serve, sia ben chiaro, ma non basta. E mentre lavori come commessa cominci a perdere la pazienza; si perché dopo tre anni di: “scusi magliettine a vulcano?” “senta, avete sopra?” “io sto cercando un’accoppiata” “ma colori meno festivi?” “pantaloni a mezzo sedere?” “mi da qualcosa per sembrare un’altra?” “no questa giacca mi fa troppo Gestapo”, se prima ridevi divertita alle bizzarre espressioni delle madames clienti, ora il cervelletto comincia a litigare col cervellone.

UNA LAVORO SICURO ALLE ORTICHE

Quindi lasci tutto, anche il contratto part-time a tempo indeterminato e ti butti nella mischia: vai a fare la maestra –precaria s’intende- perché otto anni prima avevi superato il concorso e ora incominciano a chiamarti per le supplenze, tua madre, dopo aver appreso la tua eroica decisione, ti urla dietro con un misto di rabbia e preoccupazione: «Non puoi rinunciare ad un contratto di commessa per andare ad insegnare è una follia!» ma ormai la decisione è presa: chi te l’avrebbe mai detto che saresti tornata a scuola? Magari non dietro i banchi perché stavolta i banchi ce li hai davanti, però fa un certo effetto.E’ proprio allora che per la prima volta nella tua vita tiri le somme di una vita giocata sul presente, senza troppe aspettative dal futuro che fino ad allora ti sembrava un miraggio. Dunque: tanti lavoretti più una laurea più una stanza tutta per te in un appartamento da condividere con le amiche (si perché a casa coi tuoi non se ne poteva più) uguale: ti accorgi che tutto sommato non suona proprio male.

INVENTARSI UNA NUOVA VITA

Allora ti inventi una nuova vita, un po’ più a misura, un po’ più calzante: prendi tutte le frasi buffe delle madames, quelle richieste strambe che ti hanno fatto ridere tanto e innervosire un po’ e, durante le ore di buco, le metti insieme e scrivi un libro che fa il giro del web. Intanto, tiri fuori la tesi dal cassetto, quella che hai tanto amato e che ti ha fatto sudare tutte le sante notti dell’estate 2002, la spolveri, la infiocchetti e la spedisci agli editori finché qualcuno ti risponde e ti dice che ti pubblicherà.Nel frattempo continui a lavorare con contratto a tempo e a gridare “oh capitano” perché non hai mai smesso di crederci, consapevole che anche i passaggi più oscuri e stretti, quelli che ti trovi a percorrere senza capire bene come ci sei arrivata o come ne uscirai, prima o poi portano sempre dove avevi pensato di arrivare."
E questo è il blog di Francesca: la sindrome della commessa

martedì 22 maggio 2007

LA BORSETTA? PIU' PICCOLA DELLA GONNA... (consigli a neo-laureati in cerca di lavoro)


"La borsa non dovrebbe mai essere più grande della gonna". Questo è il primo consiglio ai neo laureati che vanno a un colloquio di lavoro, letto nel blog di Time e fornito dal centro di placement della University of Southern California. Il che significa che troppo spesso non sono le borse ad essere esageratamente voluminose (anzi, vanno di moda molto piccole), ma le gonne, che tendono al microscopico (nella foto un modello di Cavalli). E, se permettete, mettersi troppo in mostra non è il modo migliore per cominciare a conquistare un briciolo di credibilità. Quello che vale per le ragazze, vale anche per i maschi: niente abbigliamenti trendy al colloquio di lavoro, niente jeans. Cercate prima di capire qual è la cultura del nuovo ambiente in cui potreste entrare.
Non tutti i consigli di Time e dell'università della California , però, sono così indiscutibili. Per esempio, il secondo è: "Vi fanno un'offerta. Non accettate". Quanti italiani dovrebbero seguirlo? Pochi. Anche se io ne conosco, e penso che a volte si faccia bene a dire di no. Ma bisogna avere un'idea molto precisa dei propri progetti, essere realisti, non sopravvalutarsi ed essere disposti a lavorare ancora più duramente. (Per esempio segnalo in un precedente post la biografia del capo di At&T, che prima ancora di finire l'università scongiurò il datore di lavoro dove aveva svolto uno stage di dargli un lavoro, qualsiasi lavoro. Non ha seguito i consigli di Time. E ha fatto bene) .
Terzo consiglio, per la "Me Generation": non sei tu al centro del mondo. Forse in futuro diventerai un leader, ma per ora vuoi un primo impiego. Il tuo successo dipenderà da quanto saprai lavorare e andare d'accordo con quelli che sono sopra di te. Ironicamente, aggiunge l'autore, questo ti renderà unico. Ai loro occhi non hai diritto a nulla, fino a che non provi di valere qualcosa, attraverso un sacco di duro lavoro e capacità di collaborare. E questo vale, per gli italiani, eccome!
Quarto consiglio: fedeltà! E qui la realtà americana sembrerà quella di un mondo rovesciato rispetto all'Italia. Il consiglio è di rimanere in un'azienda più a lungo di quanto si faccia di solito. La media di permanenza di un neolaureato nel suo primo lavoro negli Stati Uniti è di 18 mesi. Ma se rimaneste due anni potreste fare un sacco di esperienza in più, lavorare in varie aree dell'azienda, e scoprire per cosa siete veramente tagliati. Gli italiani penseranno che il loro problema è inverso: troppo spesso sono costretti a stage brevi in varie aziende, mentre loro vorrebbero avere contratti più lunghi. Eppure, applicato con intelligenza, questo consiglio serve a tutti: potrebbe anche significare che quando fate uno stage o un contratto breve, potreste essere voi a chiedere di rimanere più a lungo, alle stesse condizioni: senza diventare impazienti. Questo vi metterebbe in buona luce e, alla lunga, vi darebbe la forza per chiedere qualcosa di meglio.
Quinto consiglio, molto "american" e in totale contraddizione con tutto quello che avete imparato qui fin dalla culla: "I genitori non sono una referenza". Non li fate chiamare, non li fate intervenire, dicono gli esperti Usa. In Italia la maggioranza delle persone (soprattutto quelle che hanno difficoltà a trovare un lavoro) pensa che le relazioni familiari siano il modo più sicuro per sistemarsi. Io però ho sempre fatto tutto da sola e se dovessi assumere un giornalista che fa intervenire un genitore sarei molto maldisposta...fate voi.
I consigli proseguono con il suggerimento di evitare di mandare e ricevere messaggini al lavoro, evitare cuffiette nelle orecchie, allargare i propri interessi, sul lavoro e fuori, e infine, quando se ne presenta la necessità, essere capaci di dire grazie, anche per iscritto e magari con un biglietto scritto a mano.

giovedì 19 aprile 2007

PRECARI IN CERCA DI QUALITA', dal Messaggero


(dalla prima pagina del Messaggero di oggi)
Si sentono cittadini di serie B, perché hanno un lavoro a termine o un contratto atipico. In effetti, se fossero nati 15-20 anni fa, molti di loro non sarebbero precari. Sarebbero disoccupati. O farebbero un lavoretto in nero. Non sarebbe peggio? Ma questa non è la generazione degli spostati, dei senza prospettive. Il lavoro a termine in tutta Europa è più alto che da noi, in Spagna tocca il top: 33%. In Italia si parla di 13% e in questi anni è aumentato pochissimo. E’ cresciuta invece l’occupazione, ed è diminuita drasticamente la disoccupazione, che tra l’inizio degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 era a due cifre, mentre ora è a un minimo storico: 6,8%. Certo, questo non è più il mondo delle certezze. La ”vita liquida” è un’immagine che non riguarda solo il lavoro, ma anche i rapporti personali, lo stile di vita, la possibilità di muoversi, di cambiare ruolo. Uno dei nostri problemi è, piuttosto, che in Italia ci si muove poco nella scala sociale, sono tornate le ”caste”. E poi sono in pochi disposti a spostarsi da una città all’altra, da una regione all’altra, anche in un altro paese, perché no. Sentiamo tante storie di giovani frustrati, delusi, che non hanno un lavoro che li soddisfi, o che li faccia sentire ”tranquilli”. Li capiamo. Tutti noi dobbiamo capirli e soprattutto dobbiamo aiutare questo Paese a sviluppare un mercato del lavoro più dinamico, più trasparente, che dia a tutti delle vere, delle grandi opportunità. In questi giorni si parla di ammortizzatori sociali: finalmente. La flessibilità crescerà, ma un sistema di ”flexicurity” la renderebbe più accettabile. Ma questo significa anche puntare sulla qualità: la qualità della formazione è la chiave della crescita dei singoli e di tutto il paese. Per alcune lauree, come ingegneria e chimica, l’offerta di lavoro supera il numero dei laureati disponibili.
E poi ricordiamoci che le più svantaggiate, ancora, sul mercato del lavoro, sono le donne. Abbiamo un livello di occupazione femminile infimo, da vergognarsi di fronte all’Europa. In questi giorni due giovani economisti (Andrea Ichino e Alberto Alesina) hanno proposto di incentivarla con agevolazioni fiscali per il lavoro femminile (e un inasprimento per quello maschile): lo so, è impopolare. Ma per essere troppo popolari a volte si sbaglia.

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