lunedì 6 agosto 2007
lunedì 18 giugno 2007
UN LAVORO NEI BENI CULTURALI? SVEGLIA!
E' bello avere una cultura, è bello lavorare nel settore della cultura e dell'arte....però preparatevi a soffrire. E poi non dite: ma allora che cosa ho studiato a fare!? Perché per chi affronta lo studio di materie umanistiche e artistiche, trovare un lavoro nel suo campo sarà ancora più difficile che per gli altri. Quasi impossibile. E ciò nonostante la grande fioritura di corsi di laurea e master "specialistici" in gestione dei beni culturali e simili.
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angela padrone
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mercoledì 6 giugno 2007
PRECARI E CONTENTI, IL CALL CENTER E' IL MIO REGNO
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angela padrone
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lunedì 4 giugno 2007
LAVORO, RISULTATI IMPRESSIONANTI
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mercoledì 30 maggio 2007
MONTEZEMOLO A SCUOLA COPIAVA, ORA CHIEDE BEI VOTI
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angela padrone
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martedì 29 maggio 2007
PRECARI E CONTENTI, EX COMMESSA DI SUCCESSO
Questa è la storia di Francesca Venturo , laureata in arti e scienze dello spettacolo con 110 e lode, con l'idea di fare il lavoro che le piace: l'insegnante. Anche la sua storia, però, come quella di tanti giovani, è cominciata con un lavoro di ripiego. Poi il lavoretto è diventato un lavoro quasi stabile, anche se non era quello che voleva. Ma lei è riuscita a trasformare tutto in un'avventura. Ha scritto un libro esilarante sulla vita da commessa, per il quale sta ancora cercando un editore, e ha trasformato la sua tesi di laurea in un libro serio, "Parola e travestimento nella poetica teatrale di Edoardo Sanguineti", ed Fermenti. Ora fa finalmente la maestra, precaria , ma è il lavoro che voleva fare. C'è riuscita. Qui lei stessa racconta la sua storia:
"Andy Warhol aveva detto che ognuno di noi, nella vita, ha diritto ad almeno quindici minuti di celebrità.Ma la categoria dei precari ha di gran lunga superato le previsioni di Warhol: tutti i giorni si parla di loro, di noi.Gli insegnanti precari che popolano questa nazione non si contano più. Siamo frotte di postadolescenti – perché oggi l’adolescenza sembra non avere mai fine- che hanno sgobbato sui libri, dalle elementari alla laurea, al ritmo incessante e intimidatorio di un adagio che faceva più o meno così: «studia, studia se vuoi farti una posizione nella vita! Mica vorrai andare al mercato a vendere le uova, o in un negozio a fare la commessa! Mica vorrai fare il cameriere o, ancor peggio la PARRUCCHIERA! Studia o non sarai nessuno!».“Qualcuno” di sicuro lo siamo diventati, e non un “qualcuno” qualunque, visto che un giorno si e due no siamo sui titoli delle prime pagine, noi siamo diventati precari qualificati. Poi se ci metti che la tua prof di lettere ti aveva mandato al cinema a vedere l’attimo fuggente e il giorno dopo eri salito in piedi sul banco gridando con la mano sul cuore «oh capitano mio capitano!», il danno è fatto e non c’è più rimedio; ti iscrivi alla facoltà col maggior numero di disoccupati post lauream col cuor leggero.LAUREATA E PORTINAIA
Ed eccoti qua precario, idealista e contento, però hai fatto esperienza, ed è questo che conta nella vita, le esperienze. Dunque: hai sostituito la portinaia durante l’estate e sei riuscito a scoprire che la vecchietta del quinto piano è gelosa del generale in pensione del piano terra perché la nuova inquilina del secondo piano, quella formosetta, quella giovane di cinquantaquattro anni, ogni volta che lo incontra fa cadere le chiavi a terra e si china a raccoglierle proprio davanti a lui; hai fatto la segretaria tutto fare in un sindacato dove non sei mai stata regolarizzata per il bene degli iscritti – i lavoratori veri- altrimenti avrebbero pagato il triplo per l’iscrizione (e qualche buona azione bisogna farla ogni tanto); hai servito il caffè al bar del teatro centrale, però che bello hai conosciuto tanti personaggi anche se ancora non sapevi cosa fosse un contratto; hai lavorato come volantinatrice dove ti pagavano dopo il millesimo volantino consegnato, come cameriera di pub vestita da piccola bavarese col grembiulino turchese, il bustino e la camicetta frou frou, ed infine, con la tua laurea in tasca, sei approdata all’agognato contratto.
QUELLE MAGLIETTINE...
Sì, certo, un contrattino: quello di commessa part-time.Così hai capito: non basta sapere cosa vuoi fare da grande, cosa vuoi diventare, non basta studiare: serve, sia ben chiaro, ma non basta. E mentre lavori come commessa cominci a perdere la pazienza; si perché dopo tre anni di: “scusi magliettine a vulcano?” “senta, avete sopra?” “io sto cercando un’accoppiata” “ma colori meno festivi?” “pantaloni a mezzo sedere?” “mi da qualcosa per sembrare un’altra?” “no questa giacca mi fa troppo Gestapo”, se prima ridevi divertita alle bizzarre espressioni delle madames clienti, ora il cervelletto comincia a litigare col cervellone.
UNA LAVORO SICURO ALLE ORTICHE
Quindi lasci tutto, anche il contratto part-time a tempo indeterminato e ti butti nella mischia: vai a fare la maestra –precaria s’intende- perché otto anni prima avevi superato il concorso e ora incominciano a chiamarti per le supplenze, tua madre, dopo aver appreso la tua eroica decisione, ti urla dietro con un misto di rabbia e preoccupazione: «Non puoi rinunciare ad un contratto di commessa per andare ad insegnare è una follia!» ma ormai la decisione è presa: chi te l’avrebbe mai detto che saresti tornata a scuola? Magari non dietro i banchi perché stavolta i banchi ce li hai davanti, però fa un certo effetto.
INVENTARSI UNA NUOVA VITA
Allora ti inventi una nuova vita, un po’ più a misura, un po’ più calzante: prendi tutte le frasi buffe delle madames, quelle richieste strambe che ti hanno fatto ridere tanto e innervosire un po’ e, durante le ore di buco, le metti insieme e scrivi un libro che fa il giro del web.
E questo è il blog di Francesca: la sindrome della commessa
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martedì 22 maggio 2007
LA BORSETTA? PIU' PICCOLA DELLA GONNA... (consigli a neo-laureati in cerca di lavoro)

"La borsa non dovrebbe mai essere più grande della gonna". Questo è il primo consiglio ai neo laureati che vanno a un colloquio di lavoro, letto nel blog di Time e fornito dal centro di placement della University of Southern California. Il che significa che troppo spesso non sono le borse ad essere esageratamente voluminose (anzi, vanno di moda molto piccole), ma le gonne, che tendono al microscopico (nella foto un modello di Cavalli). E, se permettete, mettersi troppo in mostra non è il modo migliore per cominciare a conquistare un briciolo di credibilità. Quello che vale per le ragazze, vale anche per i maschi: niente abbigliamenti trendy al colloquio di lavoro, niente jeans. Cercate prima di capire qual è la cultura del nuovo ambiente in cui potreste entrare.
Non tutti i consigli di Time e dell'università della California , però, sono così indiscutibili. Per esempio, il secondo è: "Vi fanno un'offerta. Non accettate". Quanti italiani dovrebbero seguirlo? Pochi. Anche se io ne conosco, e penso che a volte si faccia bene a dire di no. Ma bisogna avere un'idea molto precisa dei propri progetti, essere realisti, non sopravvalutarsi ed essere disposti a lavorare ancora più duramente. (Per esempio segnalo in un precedente post la biografia del capo di At&T, che prima ancora di finire l'università scongiurò il datore di lavoro dove aveva svolto uno stage di dargli un lavoro, qualsiasi lavoro. Non ha seguito i consigli di Time. E ha fatto bene) .
Terzo consiglio, per la "Me Generation": non sei tu al centro del mondo. Forse in futuro diventerai un leader, ma per ora vuoi un primo impiego. Il tuo successo dipenderà da quanto saprai lavorare e andare d'accordo con quelli che sono sopra di te. Ironicamente, aggiunge l'autore, questo ti renderà unico. Ai loro occhi non hai diritto a nulla, fino a che non provi di valere qualcosa, attraverso un sacco di duro lavoro e capacità di collaborare. E questo vale, per gli italiani, eccome!
Quarto consiglio: fedeltà! E qui la realtà americana sembrerà quella di un mondo rovesciato rispetto all'Italia. Il consiglio è di rimanere in un'azienda più a lungo di quanto si faccia di solito. La media di permanenza di un neolaureato nel suo primo lavoro negli Stati Uniti è di 18 mesi. Ma se rimaneste due anni potreste fare un sacco di esperienza in più, lavorare in varie aree dell'azienda, e scoprire per cosa siete veramente tagliati. Gli italiani penseranno che il loro problema è inverso: troppo spesso sono costretti a stage brevi in varie aziende, mentre loro vorrebbero avere contratti più lunghi. Eppure, applicato con intelligenza, questo consiglio serve a tutti: potrebbe anche significare che quando fate uno stage o un contratto breve, potreste essere voi a chiedere di rimanere più a lungo, alle stesse condizioni: senza diventare impazienti. Questo vi metterebbe in buona luce e, alla lunga, vi darebbe la forza per chiedere qualcosa di meglio.
Quinto consiglio, molto "american" e in totale contraddizione con tutto quello che avete imparato qui fin dalla culla: "I genitori non sono una referenza". Non li fate chiamare, non li fate intervenire, dicono gli esperti Usa. In Italia la maggioranza delle persone (soprattutto quelle che hanno difficoltà a trovare un lavoro) pensa che le relazioni familiari siano il modo più sicuro per sistemarsi. Io però ho sempre fatto tutto da sola e se dovessi assumere un giornalista che fa intervenire un genitore sarei molto maldisposta...fate voi.
I consigli proseguono con il suggerimento di evitare di mandare e ricevere messaggini al lavoro, evitare cuffiette nelle orecchie, allargare i propri interessi, sul lavoro e fuori, e infine, quando se ne presenta la necessità, essere capaci di dire grazie, anche per iscritto e magari con un biglietto scritto a mano.
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angela padrone
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giovedì 19 aprile 2007
PRECARI IN CERCA DI QUALITA', dal Messaggero
Si sentono cittadini di serie B, perché hanno un lavoro a termine o un contratto atipico. In effetti, se fossero nati 15-20 anni fa, molti di loro non sarebbero precari. Sarebbero disoccupati. O farebbero un lavoretto in nero. Non sarebbe peggio? Ma questa non è la generazione degli spostati, dei senza prospettive. Il lavoro a termine in tutta Europa è più alto che da noi, in Spagna tocca il top: 33%. In Italia si parla di 13% e in questi anni è aumentato pochissimo. E’ cresciuta invece l’occupazione, ed è diminuita drasticamente la disoccupazione, che tra l’inizio degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 era a due cifre, mentre ora è a un minimo storico: 6,8%.





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