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mercoledì 19 marzo 2008

BIAGI, SEI ANNI DOPO






Sei anni fa qualcuno si arrogava il diritto di uccidere un uomo: Marco Biagi. Un uomo che studiava il diritto del lavoro, un uomo che si ispirava a dottrine cristiane e socialiste, uno studioso che però aveva a cuore non solo le teorie ma le condizioni concrete dei giovani, dei lavoratori e del Paese in cui viveva.

Oggi a Modena, alla Fondazione che gli è stata intitolata, presso la facoltà dell'Università dove Biagi lavorava, non solo è stato ricordato Biagi, ma anche tutto il lavoro che i suoi allievi e la Fondazione hanno fatto in suo nome. Il rettore dell'Università ha ricordato che l'ateneo sforna ogni anno oltre tremila laureati e per molti di loro rappresenta anche un valido punto di riferimento e di accompagnamento nel mondo del lavoro. Cioè, proprio ciò che Biagi riteneva fondamentale per battere la disoccupazione e l'incertezza: il percorso studio-lavoro.
Alla Fondazione Biagi c'è stata la commemorazione , ma si è discusso anche di mercato del lavoro e in particolare di quello che viene considerato il più grosso problema del nostro mercato del lavoro: la scarsa presenza e lo scarso peso delle donne.
Domani l'allievo di Marco Biagi e animatore della Fondazione , il professor Michele Tiraboschi, pubblicherà sul Messaggero una lettera-ricordo del suo maestro. Non è un testo retorico, bensì una dichiarazione di affetto, con l'orgoglio per il lavoro iniziato allora e continuato in questi anni. Domani metterò il link qui. Ricordo anche, a chi vuole documentarsi, il link al sito di Adapt, legato alla Fondazione Marco Biagi: è una vera miniera di informazioni e idee.

mercoledì 23 gennaio 2008

SCUOLA, RICCHEZZA E POVERTA'














La scuola è un elemento chiave dello sviluppo, della ricchezza e della forza di una popolazione. Al contrario, il non investimento nella scuola è un segnale di povertà. Che cosa vorrà dire il fatto che nella classe di mia figlia noi genitori siamo stati costretti a tassarci e a cucire in proprio delle tende per le finestre, altrimenti i nostri figli non potevano fare lezione per colpa del sole intenso?

Al tema scuola e lavoro è dedicato l'editoriale dell'ultimo bollettino (n. 2/2008) della fondazione Biagi, firmato da Michele Tiraboschi: "Il lavoro dei giovani e il peso del mancato raccordo tra scuola e lavoro" (publ. anche sul Sole 24 ore del 22/1/08).
Guarda caso al tema istruzione, legato direttamente alla crescita della ricchezza di un Paese, è dedicato anche uno degli articoli pubblicati ieri da la voce "Ma il sorpasso c'è", di Daniel Gros e Ilaria Maselli: la tesi è che l'investimento e i risultati del sistema di istruzione di un paese abbiano un rapporto diretto con la sua produzione di ricchezza. Per esempio la Grecia ha già raggiunto un livello di istruzione superiore a quello dell'Italia e si candida a un sorpasso che fa il paio con quello in corso (nei fatti) da parte della Spagna.

Ma torniamo all'articolo di Tiraboschi, che secondo me è particolarmente preciso nell'individuazione del problema scuola: nell'articolo si sottolineano i dati sull'occupazione con i quali è cominciato il 2008: disoccupazione al 6%, e 3 milioni e mezzo di nuovi posti di lavoro in più negli ultimi dieci anni. Dati che ci piazzano tra i migliori in Europa. Negativi invece i dati sull'occupazione totale (59,1%), molto lontani da quel 70% che l'Europa fissa come target ideale, e tasso di disoccupazione giovanile al 20 per cento. Per non parlare dell'occupazione delle donne, che ci piazza proprio tra gli ultimi. Eppure, a ben vedere, sottolinea Tiraboschi, i tassi di disoccupazione italiani riferiti a soggetti con più di 25 anni, sono "perfettamente in linea con la media degli altri Paesi, mentre peggiorano drasticamente nella fascia d'età tra i 20 e i 24 anni e ancora di più nella fascia tra i 15 e i 19 anni. Ed è qui che sta la vera anomalia italiana e, con essa, la spiegazione delle pessime performance del nostro Paese con riferimento alla occupazione givanile". Io stessa ho spesso sottlineato come, in fondo, l'età di maturazione dei giovani oggi si sia spostata in avanti, e si tenda a diventare adulti e a entrare nel mondo del lavoro e nella vita indipendente sempre più tardi, quasi fosse n normale processo di evoluzione della specie.

"La verità - sottolinea Tiraboschi - è che buona parte dei giovani italiani non ha alcun contatto con il mondo del lavoro. .....La differenza con gli altri Paesi è tutta qui, nella diffidenza verso forme di lavoro a tempo parziale. E anche nella mancanza di veri e propri percorsi formativi ed educativi in alternanza, capaci di valorizzare la valenza formativa del lavoro, così come l'assenza di centri di placement e orientamento al lavoro nelle scuole e nella maggior parte delle università italiane."
La conclusione punta proprio su questo: sulla "qualità del sistema educativo" e sull' "effettivo raccordo tra scuola e lavoro", che consenta un ingresso tempestivo nel mercato del lavoro.

Ora, diciamolo chiaramente, ai giovani si può consigliare di sbrigarsi, di non perdere tempo, di cominciare presto ad affacciarsi sul mercato del lavoro, di chiedere consigli e informazioni agli "esperti" che gli capitino a tiro. Li si può rimproverare di pigrizia e miopia sul loro futuro. Ma, e il "ma" è molto grosso, ma alle istituzioni educative va imputato che questi giovani sono lasciati soli. Troppo soli. Non è facile a 16-20-22 anni capire con precisione che percorso scegliere, dove rivolgersi, e cosa sia veramente proficuo per la propria formazione e non una semplice perdita di tempo. La scuola, l'università e tutto il sistema che on investe su queste emergenze, ha sulla coscienza il difficile ingresso dei giovani nel lavoro e la loro visione pessimistica, e a volte rinunciataria, del futuro.

lunedì 7 gennaio 2008

TROPPI GIOVANI DISOCCUPATI

AGGIORNATO CON LINK
Sul tema segnalo la prima pagina dell'inserto "è lavoro" di Avvenire, con un commento perfetto del professor Michele Tiraboschi nel quale si spiega che , rispetto agli anni passati, abbiamo comunque recuperato ben 15 punti sulla discoccupazione giovanile. Ovvio che la situazione non è comunque accettabile. E Tiraboschi punta molto sullo scarso raccordo tra scuola e lavoro. Ecco perché è necessario occuparsi sempre di più di scuola, università e formazione.

L'Italia da un po' di tempo ha un tasso di disoccupazione più basso della media europea. Noi, tradizionalmente "maglia nera" in tutto, in questo caso ne usciamo abbastanza bene. Gli ultimi dati Eurostat dicono che la media Ue a 15 è del 7,2%, il tasso di disoccupazione italiano invece è del 6%. Sia merito della flessibilità, o dello "stellone" italiano, non si sa.



Però tra i giovani che hanno meno di 25 anni, l'Italia ha una delle performance peggiori: 20,2% di disoccupati, contro il 5% dell'Olanda e l'8,1% dell'Irlanda. La media europea è del 14%.
Questa è una caratteristica italiana: i giovani (quelli "veri", perché per il resto d'Europa dopo i 25 non si è più giovani) lavorano poco. Alcuni dicono che se la prendono "comoda", quindi sarebbe quasi colpa loro. Altri dicono che è colpa del sistema formativo, per cui ci si dilunga nelle università, tra corsi e master inutili, invece di precipitarsi a fare delle vere esperienze di lavoro. Comunque sia, una delle cause di incertezza e perdurante precarietà, dicono gli esperti, sarebbe proprio la lunga fase di transizione dalla scuola al lavoro e l'ingresso tardivo nel mercato. Eppure gli imprenditori privilegiano i lavoratori più giovani, almeno così dicono. O no?

sabato 10 novembre 2007

COME SALVARSI DALLA PRECARIETA'...E ANCHE DAL POSTO FISSO



Parlerò del mio libro agli studenti dell'università di Modena, martedì 13 novembre pomeriggio. (Nella foto Piazza Grande, nel centro di Modena)



Sarò alla Fondazione Marco Biagi, "presentata" dal professor Michele Tiraboschi, alle 17,30. Sono molto ansiosa di ascoltare e rispondere alle domande degli studenti.
Insieme a me ci sarà un altro collega, sia di giornali che di libri: Massimo Sideri, autore di "Come salvarsi dal posto fisso", Il Filo editore. Il suo è un pamphlet,divertente e provocatorio; "Precari e contenti" invece è un libro giornalistico con due obiettivi:
1) sfatare l'idea che il mercato del lavoro in Italia per i giovani sia il peggiore della nostra storia. Non è vero, ci sono anche tante opportunità. Ma permangono difetti enormi e vecchi di decenni, che andrebbero prima o poi affrontati, se vogliamo modernizzarci e dare più speranze di futuro ai giovani. Questi ultimi devono adattarsi a un mondo di cambiamenti, e in questo tutta la società li dovrebbe accompagnare e appoggiare.
2) il secondo obiettivo è rivolto ai singoli: data la situazione attuale, che è quella che è, vi racconto le storie di chi è riuscito a trovare un proprio posto nel mercato del lavoro, perché forse vi possono suggerire qualcosa su come cavarvela anche voi, quali errori evitare, su cosa puntare. Non è facile, ma i singoli si devono pur "salvare" . Non hanno il tempo di aspettare palingenesi di là da venire.

giovedì 1 novembre 2007

LA SAI L'ULTIMA SULLA LEGGE BIAGI?








Se non fosse tragico. sarebbe veramente comico.... Sulla legge Biagi se ne sono dette tante che sfido qualunque giovane di media cultura, qualunque cittadino non particolarmente esperto, a capirci qualcosa. Dopo le Iene, Grillo, parole in libertà e comici assortiti, si potrebbe fare una rubrica umoristica della serie "la sai l'ultima sulla legge Biagi?"
Le ultime le racconta Michele Tiraboschi, giuslavorista esperto quanto pochi altri sulla legge e certo poco incline a buttarla a ridere. Potete leggerlo sull'ultimo bollettino Adapt.

Una è che Diliberto, riprendendo un articolo del Manifesto, ha sostenuto che la legge Biagi è stata condannata dall'Ilo, un'agenzia dell'Onu. Addirittura. Tiraboschi, citando invece il verbale dell'Ilo, fa notare che le parole di critica della legge erano di una rappresentanza di sindacalisti italiani, verbalizzati dall'Ilo...! Errore di fatto o manipolazione che sia il risultato uscito sulla stampa (per fortuna in questo caso incredula) è stato che anche l'Onu attaccava la legge...!?
La seconda viene addirittura da Innocenzo Cipolletta, presidente delle Fs, il quale (secondo me in buona fede e con le migliori intenzioni, va detto) sostiene che la premessa della legge va in direzione opposta a quanto previsto nella legge e da Biagi stesso. Anche qui Tiraboschi rileva una contraddizionen e per dimostrarlo non fa che citare il testo. Nel decreto legislativo di attuazione si parla di "disposizioni (...) finalizzate ad aumentare (...) i tassi di occupazione e a promuovere la qualità e la stabilità del lavoro, anche attraverso contratti a contenuto formativo e contratti a orario modulato compatibili con le esigenze delle aziende e le aspirazioni dei lavoratori". Ugualmente nell'articolo uno della legge 30 vera e propria (perchè ciò che viene definito legge Biagi comprende sia una legge delega che un decreto di attuazione e numerosi altri decreti e circolari, vedi Riforma Biagi su Adapt), si parla di "garantire trasparenza del mercato del lavoro (...), di migliorare le capacità di inserimento professionale dei disoccupati e di quanti sono in cerca di una prima occupazione". Non si trova contraddizione, né ovviamente niente di tutto ciò di cui la legge è sempre accusata. Anzi, a leggerla, la legge Biagi sembra il manifesto di lotta dei precari.

mercoledì 26 settembre 2007

CONTRATTO UNICO, QUESTO SCONOSCIUTO


Sempre più spesso si parla di "contratto unico". Sarà perché anche in Francia Sarkozy sembra che voglia riformare il mercato del lavoro con questo strumento. Cosa esattamente voglia dire contratto unico non è facile da chiarire, anche perché probabilmente ci sono parecchi tipi di contratto unico nella testa di chi ne parla. La voce.info pubblica un articolo di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, nel quale si fa riferimento alla proposta avanzata da Tiziano Treu e caldeggiata anche da Veltroni, e chiarisce quello che intendono loro (che ne parlano e lo propongono da circa due anni).

"Nella nostra proposta - dicono Boeri e Garibaldi - il contratto ha tre fasi: la prova, l'inserimento e la stabilità". Dopo il periodo di prova di sei mesi e fino al terzo anno, "il lavoratore è coinvolto in un periodo di inserimento in cui viene tutelato dalla protezione indennitaria (da due a sei mesi di salario) nel caso di licenziamento economico....Al termine del terzo anno, l'obbligo di reintegrazione viene esteso anche ai licenziamenti economici senza giusta causa." Gli altri tipi di contratti, aggiungono gli autori, "rimangono, ma devono essere compatibili con gli standard minimi...in termini di salario minimo orario e contributi previdenziali obbligatori".


Credo che sia una base di discussione importante, anche se mi piacerebbe un confronto con Michele Tiraboschi che in suo articolo di pochi giorni fa scriveva: "...Sul piano progettuale riscuote oggi un discreto successo la proposta del contratto unico in tre tempi: prova, inserimento, stabilità. A noi pare che questa forma di lavoro già esista sulla carta, anche se poco e male applicata dalle norme regionali e dai contratti collettivi. È il nuovo apprendistato della Legge Biagi, che è infatti un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, ma senza articolo 18, che prevede una prova, un inserimento in modalità formativa e infine, al termine del periodo di apprendimento, la possibilità di stabilizzazione senza soluzione di continuità".

Ci sono però altri due passaggi dell'articolo di Tiraboschi che mi hanno colpito. Il primo riguarda la sovrabbondanza di norme che alla fine non fanno contento nessuno:

"...Anche dopo le recenti innovazioni apportate dalle Leggi Treu e Biagi è palese, e non solo nei settori maggiormente esposti alla competizione internazionale, l’insofferenza verso un corpo normativo sovrabbondante ed ostile che, pur senza dare vere sicurezze a chi lavora, intralcia inutilmente il dinamismo dei processi produttivi e l’organizzazione del lavoro. Così, se per un verso i lavoratori chiedono maggiori e più incisive tutele, le imprese reclamano a loro volta maggiore flessibilità e un quadro di regole meno invasivo".

Il secondo mette in guardia da imposizioni di legge formali che poi il mercato si incarica puntualmente di eludere, senza quindi portare grandi vantaggi:

"La verità è che lavoratori e imprese hanno oggi bisogno di un quadro di regole semplici, sostanziali più che formali, accettate e rispettate in quanto contribuiscano a cementare rapporti di fiducia e un clima di fattiva collaborazione nei luoghi di lavoro. Una economia competitiva fondata sulla conoscenza - scrive Tiraboschi - deve cioè poter contare su lavoratori il cui potere contrattuale poggi sulla loro qualità professionale e capacità di adattamento piuttosto che su di un sistema di garanzie ingessate. Questa è la vera stabilità del lavoro. Una stabilità basata su un sistema di convenienze reciproche piuttosto che su formalistiche imposizioni di legge, che vengono poi largamente superate nei processi normativi reali, se è vero che l’articolo 18 trova applicazione per una cerchia sempre più ristretta di lavoratori e, comunque, nulla può quando una impresa chiude o delocalizza".


In biologia e anche in cibernetica esiste il concetto di omeostasi che io trovo affascinante: è la capacità dell'organismo ( o di un sistema complesso) di conservare una stabilità al suo interno, data da alcuni processi regolativi e controregolativi che si attivano a ogni variazione delle condizioni esterne.

Che vuol dire? Vuol dire che in un sistema organico (e in senso lato un sistema sociale ed economico certamente si può definire "organico") le parti cercheranno sempre un sistema per rimanere più o meno come erano, anche se qualcosa dall'esterno (in questo caso una legislazione astuta) cerca di modificarlo. Il rischio che l'eccesso di regolazione spinga alcune fasce di lavoratori e di aziende verso il lavoro nero, l'elusione più o meno ampia, l'utilizzo di escamotage, o che semplicemente ne impedisca i movimenti, credo che sia sempre in agguato. Comunque meno male che si comincia a discutere su qualcosa di nuovo.

sabato 22 settembre 2007

"E SE SI ABOLISSE LA LEGGE BIAGI?"


Alcune segnalazioni per il weekend.
Sul sito della fondazione Marco Biagi troverete il bollettino settimanale n. 31, con parecchie cose interessanti. La prima è un articolo di Michele Tiraboschi, uscito ieri anche sul Sole 24 ore il quale notando come si comincia a discutere di contratto di lavoro unico senza distinzioni tra tempo determinato e indeterminato, come vuole fare Sarkozy in Francia, dice che questa tipologia già esiste nella legge Biagi, ed è il nuovo apprendistato. Leggetelo.
L'altro è un pezzo, direi provocatorio fin dal titolo: "L'abolizione della legge Biagi come strumento di cambiamento del mercato del lavoro". L'autore, Dennis Calabrese, che si capisce assolutamente a favore della legge Biagi, parter da una constatazione sulla quale credo che siamo tutti d'accrdo: il mercato del lavoro italiano è un malato "gravissimo e cronico". Da tempo immemore, direi io. Si prosegue constatando come oggi la discussione si sia isterilita intorno al dilemma sì alla legge Biagi-no alla legge Biagi. Ognuno corre dietro alla propria bandiera, senza ragionare. E conclude: "ritengo che paradossalmente, proprio l'abolizione della legge Biagi potrebbe essere lo strumento attraverso il quale scardinare il sistema, facendo emergere le contraddizioni intrinseche dello stesso". Forte, eh ?! "Ma cosa accadrebbe se domani la legge Biagi non esistesse più?- contonua Calabrese. - Milioni di disoccupati? L'economia italiana che crolla? Non credo. Con buona probabilità soltanto migliaia di lavoratori che continuerebbero a fare ciò che fanno oggi, ma senza dichiararlo al fisco." La conclusione è che le contraddizioni dei detrattori della legge emergerebbero proprio dall'abolizione della legge. Aggiungerei: non saprebbero più con chi prendersela. E' vero. Ma Marco Biagi non merita neanche questo, quindi io sono nonostante tutto contraria. Anche se devo dire che l'ide a è perfetta.
Sul bollettino, poi troverete anche due ampi stralci del mio libro, "Precari e contenti", Marsilio. Per chi volesse farsi un'idea prima di sborsare la ciclopica cifra di 14 euro. ;-D

venerdì 7 settembre 2007

"SVENTURATO IL PAESE CHE HA BISOGNO DI UN COMICO COSI'"



Non so se Walter Veltroni aderisca veramente al V-day, come si dice sul sito di Beppe Grillo: nel video si vede un Veltroni imbarazzato che dice di essere d'accordo con la proposta di legge di non ammettere più in parlamento i politici condannati in via definitiva. E chi non è d'accordo? Walter non dice di più. Ma il V-day è certamente di più: è la prova generale della forza politica di Grillo, l'ex strepitoso-comico ora tribuno-del-popolo che predica bene e razzola male. Domani ha convocato il suo popolo nelle piazze per mandare "affanculo" i politici e quant'altro. Sicuramente sarà un successo e si dice che poi probabilmente Grillo si candiderà al Parlamento Europeo nel 2009. Vista la sua attuale popolarità io credo che non gli convenga, e lui lo sa. Io ho già detto che Grillo mischia di tutto nel suo calderone: giuste denunce (casi Parmalat e Telecom) e demagogia da quattro soldi. Purtroppo la politica italiana è talmente mal ridotta da avere lasciato tutti questi spazi vuoti... e gli italiani che lo seguono non vedono l'ora di lasciarsi andare a sfoghi ribellistici, un po' come lo sciopero fiscale di Bossi che fa leva sulla stanchezza di tutti noi che paghiamo le tasse anche per gli evasori e per chi spende e spande i soldi pubblici. Masaniello è sempre nel nostro dna: ci comportiamo sempre come il popolo oppresso dall'invasore e mai come artefici del nostro destino. Se qualcno accenna a ragionamenti un po' più complessi o analisi che vanno in direzione opposta ai luoghi comuni nel migliore dei casi lo ignoriamo.
D'altra parte, come scrive Emilio Marrese sul Venerdì di oggi, "gli italiani non aspettano altro che essere trattati come povere vittime del sistema".
Pazienza poi, come si legge nello stesso articolo, che la società di Grillo Gestimar abbia usufruito del "condono tombale" di Tremonti per chi aveva evaso le tasse...pazienza che Grillo (prosegue l'articolo) sia stato condannato a un anno e tre mesi per omicidio colposo per un disgraziato incidente d'auto nel quale morirono tre persone, pazienza che Grillo sia stato accusato da un suo ex collaboratore, Piero Ricca, di averlo sfruttato in nero e poi cacciato, nonostante la battaglia di Grillo per i poveri precari.... "Sventurato il Paese che ha bisogno di un comico così", dice il settimanale tedesco Spiegel, citato sempre dal Venerdì.
Sui precari tra l'altro, due giuristi di alto livello come Michele Tiraboschi e Pietro Ichino, hanno criticato duramente il libro fatto di testimonianze "Schiavi moderni". Tiraboschi, come già raccontato qui, si è indignato per una prefazione "alla Caruso", nella quale si dice che la legge Biagi ha introdotto in Italia la "peste bubbonica del precariato"; ha anche contestato che le storie raccontate siano pertinenti. Ichino invece ha perfino sfidato Grillo a un confronto pubblico, sostenendo che neanche una storia di quelle contenute nel libro fosse addebitabile alla legge Biagi. Ma non mi risulta che il comico abbia raccolto nessuna delle due critiche, né la sfida a un pubblico confronto. Molto più facile invitare gli italiani al tipico sfogo del "vaffanculo-day". Ma ricordiamo che se ci sono politici condannati in Parlamento la colpa è di chi li ha eletti (oltre che dei partiti che li hanno candidati).
E visto che agli italiani piace dire "vaffanculo" e poi tornare a casa soddisfatti e tenersi tutti i vizi nazionali, Grillo li accontenta.

martedì 24 luglio 2007

CONOSCERE LA LEGGE BIAGI


Si parla nuovamente di modifiche alla legge Biagi. Nell'ultimo incontro tra governo e sindacati si sono messi sul tavolo due interventi: 1)un limite al rinnovo dei contratti a termine (per un massimo di 36 mesi) e 2) l'abolizione del lavoro a chiamata, unanimemente riconosciuta forma di lavoro marginale. Per capirci, questo non cambia quasi nulla nel mercato del lavoro o nella vita dei cosiddetti "precari". Si rischia solo di fare aumentare il lavoro nero, dice Michele Tiraboschi, in un intervista sul Messaggero di oggi: ""Si crede che la precarietà derivi dal mercato del lavoro che offre poche opportunità. - dice Tiraboschi - Invece il problema è che l'Italia dovrebbe fare in modo che la scuola produca figure professionali più vicine alle esigenze del mercato. Se il rapporto tra scuola e lavoro è debole, è inevitabile che una volta usciti dal momento della formazione con basi diverse da quelle richieste dal mondo del lavoro vengano a crearsi schiere di precari. La precarietà si batte con percorsi certi di ingresso nel mondo del lavoro""




Voglio segnalare però un'iniziativa meritoria di due amici "ladypiterpan" e "precario a vita?", che sul sito somministrato, hanno iniziato a pubblicare e spiegare la legge Biagi, sempre citata, spesso denigrata, ma pochissimo conosciuta. Un'impresa non da poco, perché le leggi italiane si presentano sempre come un dedalo di oscurità, avvolto in un alone di mistero. Però vale la pena leggerla, questa legge, perché alcune parole sono sorprendentemente chiare, e forse lasceranno a bocca aperta chi la critica senza conoscerla!

Segnalo e raccomando però, per loro e per chiunque fosse interessato, che ciò che viene chiamato "legge Biagi", oltre alla legge 30, comprende anche altre norme, tra le quali un decreto di attuazione. Si può trovare tutto sul sito della fondazione Marco Biagi, a questo link

giovedì 28 giugno 2007

IL LAVORO, L'INNOVAZIONE E I VERI CONSERVATORI


Approfitto della tregua sullo sciagurato tema dello scalone per segnalare tre articoli interessanti. Il tema, per come lo vedo io, è un appello alla politica perchè abbandoni il suo volto più conservatore, e sposi una vera filosofia di cambiamento e innovazione. L'occasione la offre la nascita del partito democratico e l'investitura del suo leader in pectore, Walter Veltroni.
1. Il lavoro
Voglio segnalare una sorta di appello di Michele Tiraboschi, direttore del centro studi Marco Biagi, al partito democratico che si autodefinisce partito del lavoro. Quello che Tiraboschi sottolinea in una newsletter speciale proprio sul nuovo partito, è come "la sinistra italiana sia ancora lontana dalla elaborazione di un pensiero nuovo sui temi cruciali del lavoro". Le proposte sul versante della modernizzazione del diritto al lavoro, nota Tiraboschi, sono ancora incerte e nebulose. Finora, aggiunge, si sono sprecate molte occasioni. Finora, aggiungerei io, la sinistra al governo ha avuto paura di sottrarsi a certe parole d'ordine, a certi automatismi ideologici, che sono veramente conservatori e non aiutano affatto i giovani, le donne, e tutto il mercato del lavoro a risollevarsi dalla sua depressione. Quindi, questo è un terreno su cui Veltroni e il partito democratico, dovrà misurare la sua capacità di concretezza e innovazione. E di riprendere, dice Tiraboschi (che però sembra pessimista) anche il cammino interrotto di Marco Biagi.
2. Il merito e l'innovazione
In uno splendido commento sul Corriere della Sera, "Una società immobile che punisce i migliori", l'economista Nicola Rossi si chiede perché la nostra società preferisca soffermarsi sui fallimenti piuttosto che sui successi, perché a volte si manifesti una vera avversione per il merito e per chi si dà da fare. Fa un esempio: "Sono molti gli impiegati pubblici che rendono ai cittadini il servizio che questi si aspettano, e che spesso rendono anche il servizio che dovrebbe essere reso dal loro collega "temporaneamente fuori stanza". Eppure - continua - non riusciamo a rendere loro giustizia trattando come meritano i "nullafacenti", gli assenti, i raccomandati. La spiegazione di Nicola Rossi? "Riconoscere e difendere il merito, indicare il valore ad esempio, proporre il caso di successo come punto di riferimento è possibile solo se non solo non si teme ma anzi si cerca l'innovazione e si desidera il cambiamento, perché nel cambiamento si intravede la possibilità della crescita e del progresso". E Rossi se la prende con la cultura "tanto di destra che di sinistra", che rifiuta spesso e volentieri e in maniera esplicita l'idea del movimento. La logica di questo atteggiamento - spiega, "è intrinsecamente conservatrice, nel senso più autentico della parola".
3. I giovani, di destra e di sinistra
Ci racconta Antonio Signorini sul Giornale che, mentre governo e sindacati si scannano per decidere sullo scalone, i giovani di destra e di sinistra si ritrovano uniti in una protesta "bipartisan". "Ci rubano il futuro", dicono i giovani di Forza Italia riferendosi alle trattative governo-sindacati. Fanno "scelte sopra le nostre teste" dicono i juniores del novello Partito Democratico, e aggiungono: in futuro saremo costretti a versare il 40 - 50 % dei nostri miseri stipendi per garantire una patto di solidarietà tra generazioni sempre più iniquo e insostenibile. Mentre gli azzurrini affermano, non a torto, che le pensioni sembrano essere un diritto di tutti fuorché delle giovani generazioni. L'ipotesi, nemmeno tanto remota, rilevata da Signorini, è di arrivare a manifestare (magari separatamente) "il loro "no" a un accordo che penalizzi le generazioni future per favorire qualche migliaio di 57enni".
Adesso la discussione sullo scalone è rinviata, ma la speranza nei giovani deve restare. Anche se devo dire che a volte, nel sentire certe lamentazioni invece che sogni e progetti, alcuni mi sembrano più conservatori di tanti cinquantenni.

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