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mercoledì 23 gennaio 2008

SCUOLA, RICCHEZZA E POVERTA'














La scuola è un elemento chiave dello sviluppo, della ricchezza e della forza di una popolazione. Al contrario, il non investimento nella scuola è un segnale di povertà. Che cosa vorrà dire il fatto che nella classe di mia figlia noi genitori siamo stati costretti a tassarci e a cucire in proprio delle tende per le finestre, altrimenti i nostri figli non potevano fare lezione per colpa del sole intenso?

Al tema scuola e lavoro è dedicato l'editoriale dell'ultimo bollettino (n. 2/2008) della fondazione Biagi, firmato da Michele Tiraboschi: "Il lavoro dei giovani e il peso del mancato raccordo tra scuola e lavoro" (publ. anche sul Sole 24 ore del 22/1/08).
Guarda caso al tema istruzione, legato direttamente alla crescita della ricchezza di un Paese, è dedicato anche uno degli articoli pubblicati ieri da la voce "Ma il sorpasso c'è", di Daniel Gros e Ilaria Maselli: la tesi è che l'investimento e i risultati del sistema di istruzione di un paese abbiano un rapporto diretto con la sua produzione di ricchezza. Per esempio la Grecia ha già raggiunto un livello di istruzione superiore a quello dell'Italia e si candida a un sorpasso che fa il paio con quello in corso (nei fatti) da parte della Spagna.

Ma torniamo all'articolo di Tiraboschi, che secondo me è particolarmente preciso nell'individuazione del problema scuola: nell'articolo si sottolineano i dati sull'occupazione con i quali è cominciato il 2008: disoccupazione al 6%, e 3 milioni e mezzo di nuovi posti di lavoro in più negli ultimi dieci anni. Dati che ci piazzano tra i migliori in Europa. Negativi invece i dati sull'occupazione totale (59,1%), molto lontani da quel 70% che l'Europa fissa come target ideale, e tasso di disoccupazione giovanile al 20 per cento. Per non parlare dell'occupazione delle donne, che ci piazza proprio tra gli ultimi. Eppure, a ben vedere, sottolinea Tiraboschi, i tassi di disoccupazione italiani riferiti a soggetti con più di 25 anni, sono "perfettamente in linea con la media degli altri Paesi, mentre peggiorano drasticamente nella fascia d'età tra i 20 e i 24 anni e ancora di più nella fascia tra i 15 e i 19 anni. Ed è qui che sta la vera anomalia italiana e, con essa, la spiegazione delle pessime performance del nostro Paese con riferimento alla occupazione givanile". Io stessa ho spesso sottlineato come, in fondo, l'età di maturazione dei giovani oggi si sia spostata in avanti, e si tenda a diventare adulti e a entrare nel mondo del lavoro e nella vita indipendente sempre più tardi, quasi fosse n normale processo di evoluzione della specie.

"La verità - sottolinea Tiraboschi - è che buona parte dei giovani italiani non ha alcun contatto con il mondo del lavoro. .....La differenza con gli altri Paesi è tutta qui, nella diffidenza verso forme di lavoro a tempo parziale. E anche nella mancanza di veri e propri percorsi formativi ed educativi in alternanza, capaci di valorizzare la valenza formativa del lavoro, così come l'assenza di centri di placement e orientamento al lavoro nelle scuole e nella maggior parte delle università italiane."
La conclusione punta proprio su questo: sulla "qualità del sistema educativo" e sull' "effettivo raccordo tra scuola e lavoro", che consenta un ingresso tempestivo nel mercato del lavoro.

Ora, diciamolo chiaramente, ai giovani si può consigliare di sbrigarsi, di non perdere tempo, di cominciare presto ad affacciarsi sul mercato del lavoro, di chiedere consigli e informazioni agli "esperti" che gli capitino a tiro. Li si può rimproverare di pigrizia e miopia sul loro futuro. Ma, e il "ma" è molto grosso, ma alle istituzioni educative va imputato che questi giovani sono lasciati soli. Troppo soli. Non è facile a 16-20-22 anni capire con precisione che percorso scegliere, dove rivolgersi, e cosa sia veramente proficuo per la propria formazione e non una semplice perdita di tempo. La scuola, l'università e tutto il sistema che on investe su queste emergenze, ha sulla coscienza il difficile ingresso dei giovani nel lavoro e la loro visione pessimistica, e a volte rinunciataria, del futuro.

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