Visualizzazione post con etichetta sinistra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sinistra. Mostra tutti i post

mercoledì 30 settembre 2009

Qual è la destra, qual è la sinistra?




La Germania tradisce il suo tradizionale partito socialdemocratico e sceglie con decisione quello che noi chiameremmo centro-destra. Le ragioni sono tante e si può parlare del ruolo della crisi, del declino del wlfare state e di altro. Ma è interessante che la Germania decida di farsi governare da due personaggi che in Italia sarebbero totalmente estranei alla tradizione del centro destra, perlomeno come ce lo rappresentiamo noi: una donna e un gay dichiarato. Angela Merkel e Guido Westerwelle hanno vinto le elezioni con un programma liberale-di mercato, ma rappresentano una nuova politica, che supera la tradizionale divisione tra destra-uguale-conservatori, e sinistra-uguale-progressisti. Credo che questo sia il segnale che ci manda la politica del primo decennio del XXI secolo: le divisioni tradizionali sono superate, conservatori e progressisti si trovano ormai in entrambi gli schieramenti, e sempre di più gli elettori si riconoscono in personaggi nuovi e parzialmente anomali (Obama, Sarkozy, in Gran Bretagna il prossimo potrebbe essere Cameron), quelli che si potrebbero definire outsider, anche se non fanno parte, anzi forse proprio perché non fanno parte, di quello che un tempo era l’area progressista. Insomma, la politica si è complicata rispetto ai decenni scorsi. E anche la sinistra nostrana dovrebbe cominciare a rendersene conto.

venerdì 14 settembre 2007

SI' IL LIBERISMO PUO' ESSERE DI SINISTRA





Le strofe migliori, e tutt'ora insuperate, le cantava Giorgio Gaber: "Che cos'è la destra, cos'è la sinistra?!..." La doccia è di sinistra, il bagno un po' di destra.....chi se le ricorda tutte? E chi non ha mai mentalmente approvato o dibattuto su cosa è di sinistra e cosa di destra nella nostra vita quotidiana? Oggi però ci troviamo sempre di più con le idee confuse. L'esempio dei lavavetri è sotto gli occhi di tutti; certo, fa impressione sentire intellettuali di sinistra, che amano vivere tranquilli in campagna senza che nulla di plebeo li disturbi, che ci invitano a tollerare il lavavetri che loro non incontrano mai.
Comunque l'argomento è più serio. Oggi molti di noi parlano di una sinistra conservatrice (esempio: la difesa dei pensionati contro il famigerato scalone). E tempo fa mi entusiasmai per un articolo di Luca Ricolfi sulla "dialettica dell'egualitarismo", che diceva: c'è un punto di non ritorno oltre il quale l'ugualitarismo si rovescia in generatore di ingiustizia...... nonché per un pezzo altrettanto illuminante sull'innovazione, il merito troppo trascurato e la sinistra conservatrice, di Nicola Rossi.
Ho letto il libro appena uscito di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, economisti piuttosto attivi nei commenti e nella discussione pubblica. Il titolo è molto ben scelto: "Il liberismo è di sinistra". Senza punti interrogativi. E hanno ragione perché il punto interrogativo avrebbe reso tutto molto facile e "palatabile". Invece la questione non può essere liquidata con un po' di possibilismo, ma va tagliata impietosamente. "Concorrenza, riforme, merito dovrebbero essere le bandiere della sinistra", si legge nel libro. E perché? Perché la loro mancanza genera ingiustizia, lascia invariati privilegi e diritti ereditari, ecco molto semplicemente perché. Perché quando si liberalizza i prezzi scendono, i posti di lavoro aumentano, le opportunità si aprono. Nel caso del mondo del lavoro la loro analisi è che la pura e semplice stabilizzazione degli attuali precari "ope legis" (questa è sinistra?!) farebbe subito schizzare di nuovo in alto la disoccupazione, riportandola oltre il 10% (ora è sotto il 7%). Gli esempi nel libro abbondano, il linguaggio è da non specialisti, vengono riportate situazioni che molti hanno vissuto e sperimentato in Italia e all'estero. Insomma il libro è bello.L'unica cosa che non condivido è il riferimento ai prepensionamenti e alla rottamazione dei cinquantenni...l'età media si alza, non si può mandare la gente in pensione prima, a meno che...a meno che non si applichi la flessibilità anche in uscita dal mercato del lavoro. Perché no? Io penso che sarebbe interessante. Comunque questo è un altro discorso.
Alesina a Giavazzi potranno essere criticati o ignorati dalla sinistra, insultati da chi vive di slogan e luoghi comuni ma hanno centrato il problema al 90%.
Un'ultima considerazione: leggendo commenti e post a questo blog o in altri mi sono accorta che a volte si può essere d'accordo con opinioni che abbiamo sempre considerato un po' "di destra", ma quando il quadro si allarga alla visione della società, dell'etica, del mondo, la differenza tra destra e sinistra mi appare subito non trattabile. Tutti noi, che ci siamo sempre considerati di sinistra, ma che ultimamente inorridiamo di fronte a certi luoghi comuni della "sinistra conservatrice", leggendo questo libro possiamo spiegare meglio perché: in fondo è una logica simile a quella che ha spinto me a scrivere "Precari e contenti". E lasciate pure che qualcuno inorridisca.

domenica 27 maggio 2007

DIALETTICA DELL'EGUALITARISMO

Oggi non sarò breve.


Partirò da una frase che è, che dovrebbe diventare, una bandiera: "C' è un punto di non ritorno, oltre il quale l'egualitarismo diventa generatore di ingiustizia".


L'ha scritta Luca Ricolfi in un bell'articolo sulla Stampa. In poche righe Ricolfi traccia una filosofia fulminante, cui ha trovato anche un titolo delizioso, "Dialettica dell'egualitarismo", parafrasando un mitico testo, "Dialettica dell'Illuminismo" di Theodor Wiesengrund Adorno e Max Horkheimer, filosofi della Scuola di Francoforte (non ancora annacquata). Ricordo quando lo studiai all'università. Ero sbigottita. L'illuminismo, faro dei miei entusiasmi di ragazzina che combatte contro tutti gli oscurantismi, si rivela capace di generare il suo opposto: il mito dell'invincibilità della ragione, e quindi rischia di trasformarsi in nuova fonte di oscurantismi. Oggi questo concetto ci è abbastanza familare. Pensiamo però che Adorno e Horkheimer scrissero negli Stati Uniti tra gli anni '30 e '40, da dove assistevano alla catastrofe dell'Europa: i regimi totalitari e poi una guerra come il Novecento trionfante non avrebbe mai immaginato...dove erano i successi della Ragione, che nei decenni precedenti erano stati magnificati? L'illuminismo, scrivono Horkheimer e Adorno, "pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre l'obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni". Purtroppo però il risultato è un fallimento: "La Terra illuminata splende all'insegna di trionfale sventura". L'illuminismo ha creduto ciecamente in se stesso, ha tradito i suoi principi, in nome di una adesione acritica alle sue parole d'ordine. L'illuminismo non ha riconosciuto la presenza del mito al suo interno e si è quindi rovesciato in mito esso stesso. Il mito della razionalità diventa macchina, organizzazione, necessità. Da strumento di liberazione, l'illuminismo diventa esercizio di autoconservazione. Il mito di Ulisse che si fa legare per ascoltare il canto delle sirene, viene descritto in questa chiave da Horkheimer e Adorno. E acquista nuovo valore: la capacità della Ragione di apprezzare anche l'irrazionale.



Così, tornando a Ricolfi e alla nostra democrazia, come l'illuminismo, l'egualitarismo sta vivendo la sua stralunata sorte dialettica: da strumento di liberazione si sta rovesciando in mito conservatore. "Fino a un certo punto livellare le differenze produce eguaglianza, ma oltre quel punto produce nuove e più profonde diseguaglianze"..."Quel punto di non ritorno - scrive Ricolfi - è ormai da lungo tempo stato attraversato".


Altro che abolizione del concetto di precariato, per eliminare le ingiustizie di cui soffrono i giovani sul mercato del lavoro, come qualcuno predica populisticamente (come se il precariato dipendesse da una legge, e non dal mercato globale), altro che diritti ancora più uguali per tutti. Questa è la certificazione della diseguaglianza, di una società organizzata in "caste" (parola che ormai va di moda e ci sarà un motivo se il libro di Stella e Rizzo, "La casta" ha tanto successo). Questa è la resa all'immobilismo sociale, all'impossibilità e alla non volontà di riconoscere ad ognuno ciò che gli spetta.



Una vera sinistra dovrebbe dare a tutti e a ognuno la possibilità di trovare il "proprio" posto nel mondo, non pretendere che tutti si adeguino al livello più basso, secondo una logica vecchia, veramente conservatrice. La sinistra non può non vedere che l'ingiustizia più grossa oggi la subiscono i giovani di talento che non godono di una famiglia di alto livello alle spalle, che vanno in un'università di massa che non li garantisce, che non li promuove. E al tempo stesso, questo immobilismo priva la società di talenti che potrebbero innalzare il livello generale.


E qual è il concetto attorno a cui dovrebbe ruotare questa logica democratica e innovatrice, che volesse sfuggire al rischio di rovesciamento dell'uguaglianza in ingiustizia? E' il concetto di merito, di competenza, di eccellenza. E' la capacità di ognuno di essere bravo in qualcosa, senza snobismi. E' la necessità, per una società che vuole crescere nel segno della democrazia, di premiare gli sforzi e i risultati, senza frustrare chi si impegna. Ed è la necessità di elevare il livello di istruzione e di approfondire la formazione.


Vorrei segnalare, su questo punto, uno scritto di una studiosa che a me piace molto per la sua acutezza e semplicità, Marina Murat, docente di economia internazionale all'Università di Modena e Reggio Emilia. Ha scritto la Murat, in un paper su "Le nuove sfide del mercato globale": "i mercati internazionali offrono un'immensa riserva di lavoro poco qualificato, ma offrono anche lavoro qualificato". E allora? Come prevedere da che parte si deve indirizzare il mercato?. La risposta è che non è possibile prevedere con esattezza qual è la direzione giusta. Ma le linee direttrici sono tre: un eventuale reddito minimo garantito, un aiuto vero ai lavoratori licenziati che devono riqualificarsi, e terza cosa, più importante di tutte, l'investimento massiccio nell'istruzione, anche se le specializzazioni eccessive, proprio perché non sappiamo da che parte va il mercato, possono essere controproducenti.


Se la chiave dello sviluppo e del miglioramento del mercato del lavoro sono istruzione e formazione, ecco che si chiude il cerchio del merito e della democrazia. L'egualitarismo oggi deve lasciare il passo alle uguali opportunità, al riconoscimento delle differenze, e a una logica di premi e sanzioni, senza finti buonismi. Solo così potrà tornare ad alzare la bandiera della giustizia e della riforma sociale.

Google