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venerdì 26 settembre 2008

DILEMMA ALITALIA

aggiornato link

Domanda: ma se i piloti Alitalia dicono no all'accordo, e se poi quando la nuova società proporrà loro un posto di lavoro alle nuove condizioni loro rifiuteranno, è giusto che godano della cassa integrazione? Il ministro Sacconi aveva detto che no, secondo lui non andrebbe applicata (anche se poi lo sarà). Pietro Ichino, giuslavorista e senatore Pd oggi dai microfoni di Radio Radicale, insiste anche lui: in nessun paese chi rifiuta un posto di lavoro ha diritto agli ammortizzatori sociali. Naturalmente nessuno di noi vorrebbe che i piloti o altri dipendenti siano sottoposti a condizioni capestro...insomma, il problema è fondamentale per il modo in cui non solo si intendono i rapporti di lavoro, ma soprattutto gli ammortizzatori sociali. In Italia hanno sempre favorito solo alcuni, trascurando tutti gli altri e rendendo il mercato del lavoro italiano particolarmente "bastardo". Allora?

Segnalo, nel corso dell'intervista che abbiamo fatto a Ichino in "In ginocchio da te", con Valeria Manieri e Michel Martone, anche la questione del lavoro femminile, tema di cui in questi mesi non si discute più. Sottolinea Ichino: su 5 milioni di lavoratori che in Italia mancano all'appello, 4 milioni sono donne. E questo descrive sinteticamente alcuni fra i più gravi problemi strutturali della nostra economia.

martedì 31 luglio 2007

LA GLOBALIZZAZIONE E IL NOSTRO LAVORO



AGGIORNATO
Chi di noi, di fronte ai ripetuti scioperi del personale Alitalia nei mesi scorsi, non si è chiesto quale logica perversa guidasse queste agitazioni? Una compagnia sull'orlo della catastrofe, che dovrebbe solo sognare un salvatore su un cavallo bianco, perché deve affossarsi ancora di più con le proprie mani? Questo concetto, da me espresso molto rozzamente, viene sviluppato magistralmente da Pietro Ichino sul Corriere di oggi. La domanda chiave della riflessione di Ichino, in sostanza, è: perché il sindacato moderno non cerca di sfruttare i vantaggi della globalizzazione, chiedendo ai migliori imprenditori del mondo di farsi avanti, e chiedendo di discutere anche nuove e più avanzate soluzioni nell'organizzazione del lavoro, nelle relazioni industriali, nell'entità e nella struttura delle retribuzioni? Non si potrebbe in questo modo fare il bene dei lavoratori, invece di costringerli sempre ad adattarsi e a subire le novità, senza averle minimamente governate? La domanda purtroppo finisce per essere retorica .




In proposito vorrei qui raccontare un esempio illuminante: una mia amica è "quadro" in una grande banca che una volta era pubblica e ora ha visto l'ingresso di un importante gruppo francese. Molti suoi colleghi hanno prima subito il cambiamento con preoccupazione, poi con qualche svantaggio e rassegnazione. Per lei, che è brava, intelligente, flessibile e conosce varie lingue, è stata una grande occasione di crescita. Lavora più di prima ma la sento sempre molto soddisfatta. Ecco, mi sembra che questa sia la differenza tra governare i cambiamenti sul lavoro, e sfruttarli, o subirli.

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