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venerdì 25 maggio 2007

IMMOBILISMO, PIGRIZIA E ETICA DEL TEMPO LIBERO

AGGIORNATO

Ho già accennato alla contrapposizione tra etica del lavoro e etica del tempo libero. Credo che sia una chiave dei nuovi rapporti sul lavoro e nella società. Vorrei aggiungere un concetto interessante, che è stato sviluppato stamattina su RaiUno nella trasmissione Radio Anch'io: la pigrizia. La pigrizia può essere vista non solo come una parte di , un lato importante ma marginale, bensì farne un concetto che spiega il dilagare di un atteggiamento nazionale. Nella puntata della trasmissione di oggi se ne parlava a proposito di un libro di un giornalista, Roberto Petrini, "Economia della pigrizia". Una chiave solo apparentemente semplice, che però apre molte porte, dal lavoro alla vita familiare, alla creatività, alla ricerca e innovazione industriale e universitaria. Nella foto il libro Oblomov , dello scrittore russo Gontcharov , eterna icona della pigrizia.

Ora, vicino a pigrizia mettiamo "Immobilismo". Così finisce per saldarsi, secondo me, nella cultura italiana, l'etica del tempo libero che pervade ora il mondo occidentale, e il tradizionale amore della pigrizia. Non dimentichiamo che gli italiani hanno spesso fatto loro lo slogan del Gattopardo: "che tutto cambi perché nulla cambi". Questa in fondo è spesso stata, nel corso della storia, la nostra lettura della realtà e la nostra filosofia di vita, a parte alcuni decenni del dopoguerra, fino agli anni '70 (e solo per una parte della società). Ma l'idea "nulla cambi, nulla comunque cambierà", è talmente scritta sulla pelle degli italiani (per secoli popolo vittima di scorrerie altrui e quindi poco protagonista delle decisioni pubbliche) che poi si salda entusiasticamente ad altre correnti emergenti nel più ampio calderone mondiale.
Interessante l'articolo sul blog del lavoro di Time su flessibilità e tempo libero. Oggi tutti vogliono più tempo per organizzarsi la vita, mentre è in drastica diminuzione la percentuale di chi accetta di lavorare per il lavoro in sé. A confronto ci sono i dati di una ricerca fatta nel 1992 e ripetuta ora. La domanda è: "vuoi un lavoro con più responsabilità? Nel '92 rispondeva "sì" il 68% degli uomni e il 57% delle donne. Nel 2007 risponde sì il 52% degli uomini e il 36% delle donne. E stiamo parlando degli Stati Uniti d'America, la patria del lavoro e del carrierismo. Ecco perché penso che l'etica del lavoro stia rapidamente cedendo terreno all'etica del tempo libero, giusto o sbagliato che sia. E in Italia (per il discorso della pigrizia di cui sopra), il terreno era già fertile...

mercoledì 2 maggio 2007

ETICA DEL TEMPO LIBERO CONTRO ETICA DEL LAVORO

Ci sono vari temi che premono in questa settimana del primo maggio, in cui avrei voluto scrivere parecchio, ma sono stata bloccata da difficoltà tecniche di collegamento a Internet. Due temi sopra tutto: uno, le donne; due, l'etica del lavoro.Comincerò da quest'ultimo, stimolata anche da un articolo di Paolo Pombeni sul Messaggero del 1° maggio, dal titolo "La voglia di faticare, l'orgoglio e l'etica del lavoro".
Negli ultimi anni molte cose si sono modificate nel mondo del lavoro, non sempre in peggio. Si potrebbe dire, veramente, che sono mancati miglioramenti decisivi, soprattutto in Italia: la qualità del lavoro è ancora bassa, i laureati sono pochi e hanno perfino difficoltà a trovare occupazioni all'altezza della loro formazione e delle loro aspettative, il mercato è poco trasparente e ci sono scarsi canali di collegamento tra formazione e aziende. Tuttavia, qualche passo avanti c'è stato e, se si confronta la situazione attuale con quella degli ultimi decenni, non si può certo dire che si stava meglio prima.
Qualcuno sostiene che dieci anni fa fosse facile trovare un lavoro, e che lavoro: stabile e di alto livello. Nente di più falso. La disoccupazione giovanile e la disoccupazione intellettuale si sono manifestate drammaticamente alla fine degli anni '70 e per una ventina d'anni non è mai migliorato niente, soprattutto nel Meridione d'Italia. Le prime legioni di diplomati e laureati, che allora si affacciavano trionfalmente al mondo del lavoro (e che pensavano di avere sconfitto la scuola e l'università di élite degli anni '60) negli anni '80 diedero una bella musata. Per loro non c'era lavoro, e non c'erano neanche lavori temporanei, non esistevano gli stage, non avevano ancora preso piede le specializzazioni che ti accompagnano verso qualche esperienza temporanea. Però esisteva già, come adesso, il lavoro nero, per il quale eravamo famigerati in tutta Europa. I giovani si lamentavano, protestavano, lottavano. La loro stella polare erano le lotte operaie. Gli economisti parlavano un giorno sì e l'altro pure di pieno impiego come obiettivo irrinunciabile, ma era come parlare della terra di Utopia. E intanto tra i giovani la disoccupazione era oltre il 30%. Nel totale della popolazione era oltre l'11%.
C'era comunque ancora l'etica del lavoro, che impregnava la cultura socialista così come quella capitalista, che era prevista nella nostra Costituzione e che resisteva anche ai miti dell'immaginazione al potere del '68.
Adesso il lamento, la protesta, la sensazione di disagio si è fatta più forte. Si è coniato il termine "precario", che da aggettivo è diventato sostantivo e poi descrizione di una condizione esistenziale, che va ben oltre la realtà della flessibilità nell'epoca della globalizzazione, e della fine dell'organizzazione del lavoro fordista. Eppure tra stage, tirocinii, uffici di placement, uffici di lavoro temporaneo, esperienze all'estero, sono tanti quelli che trovano qualcosa in questo mercato del lavoro. Magari non è il posto dei loro sogni, non è il lavoro perfetto e all'altezza della loro preparazione. E' giusto che una generazione non si accontenti e che si batta, anche più di come sta facendo, per migliorare la propria condizione. Ma c'è qualcosa di più e di diverso, su cui mi sono arrovellata per mesi.
COME NASCE L'IDENTITA' PERSONALE
Perché la qualità delle proteste ha un sapore così diverso? Perché, perfino le parole d'ordine del sindacato e dei partiti di estrema sinistra suonano così strani? Il motivo è più semplice e più complesso di quanto siamo disposti ad accettare, e che risponde alla domanda di Paolo Pombeni: esiste ancora l'etica del lavoro? No, la verità, è che nella nostra società , non solo italiana, ma in tutto l'Occidente, l'etica emergente non è più quella del lavoro, ma quella del tempo libero. E il lavoro è solo un mezzo per realizzare l'obiettivo primario: l'utilizzo del tempo libero.
Sottolineo che questo non è un giudizio di valore. Anzi: è necessario partire da una comprensione della realtà, per riuscire a dare risposte alla proteste e alle incomprensioni. Molti di noi, praticamente tutti quelli che hanno più di 40-45 anni, partono da un'etica dominante diversa da quella che si è diffusa tra gli attuali giovani, tra i 15 e i 30-35 anni. Ogni generazione ha un proprio modello emergente, ed è giusto che sia così. La ma etica, e quella di chi governa il paese e le aziende è ancora un'etica del lavoro. Come dice Pombeni, è ancora l'etica della fatica, dello sforzo. Aggiungerei: un'etica in cui la mia identità si definisce attraverso il lavoro.
IL LAVORO COME MEZZO, NON COME FINE
La generazione Y nata dopo il 1979, e ancora di più forse i loro fratelli minori, non capiscono questa logica, non la condividono. La loro è un'etica diversa, per la quale ancora non si è trovata la definizione adatta. Forse etica del sé, forse etica del tempo libero. Quello che è certo, è che sono pochi quelli che definiscono se stessi in funzione del lavoro che svolgono o che vogliono raggiungere. Qui il discorso si farebbe lungo, e meriterà di essere ripreso. Ma io sospetto che il punto sia questo. Di fronte alle difficoltà del mercato del lavoro, la reazione di chi sta sviluppando una cultura del tempo libero, non è quella di aggrapparsi a qualunque appiglio per andare avanti, felice comunque di trovare delle opportunità. No, la reazione è di stizza: rabbia, di fronte a un sistema che intralcia il proprio desiderio di espansione personale, che chiede troppo prima di dare qualcosa, che procede ciecamente su una logica economicistica, rispetto a persone che non valutano affatto le leggi dell'economia. Persone che hanno vissuto la propria infanzia e gioventù nella inconscia convinzione che l'economia, la società, fossero finalmente piegate alle esigenze dell'individuo. Ripeto, e ripeterò ancora, che qui non c'è nessun giudizio di valore. Sto solo cercando di capire.
La differenza tra etica del lavoro ed etica del tempo libero ci può dare una chiave. Non è detto che la nostra etica della fatica sia per forza migliore. Chi è cresciuto con l'etica del lavoro non riesce a capire, letteralmente, i problemi di chi ne è fuori. Temo però che chi vive nell'etica del tempo libero non si renda conto, in realtà, di essere spesso "agito", manipolato, sfruttato, più di quanto avrebbe mai immaginato, da una società inevitabilmente e profondamente, almeno per ora, basata sulle forze dell'economia.

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