LE "CATENE" DEL LAVORO
Proseguendo il discorso sul mercato del lavoro italiano e su tutti gli ostacoli che impediscono una flessibilità "buona", che faccia bene alle imprese ma direi ancora di più ai lavoratori, segnalo un bellissimo dossier, pubblicato sull'ultimo bollettino della Fondazione Marco Biagi: "Lavoro: il peso della regolazione", a cura di Iacopo Senatori e Michele Tiraboschi.
Tanto per cominciare, il dossier cita il rapporto annuale della Banca Mondiale che in rapporto alla facilità di fare impresa colloca l'Italia al 53° posto! Veniamo "dopo tutti"! L'Italia è uno dei paesi con il peggior mercato del lavoro del mondo occidentale e non è certo un paese dove investire e creare lavoro a cuor leggero.
Il dossier analizza anche le potenti e quasi diaboliche rigidità del nostro mercato del lavoro che, senza tutelare particolarmente il lavoratore, però impediscono al sistema di funzionare in maniera semplice ed efficiente.
Per quanti, anche su questo blog, guardano giustamente all'estero, segnalo i confronti con altri paesi europei e con gli Stati Uniti. Nella tabella con l'indice della difficoltà a licenziare, l'Italia ha l'indice 40; come noi stanno la Francia, ma anche la Germania e la Svezia. Negli Usa questo indice è 0 (zero), il che vuol dire che non c'è il minimo impedimento al licenziamento, nel Regno Unito e in Danimarca questo indice è 10, quindi bassissimo.
Difficoltà ad assumere: in Italia l'indice è 33 (Francia e Spagna stanno peggio di noi), negli Usa è sempre 0 (zero), in Danimarca 0 (zero), nel Regno Unito 10. Mi sembra che questi dati meritino una riflessione. Soprattutto, ricordo che quando qui qualcuno ha detto "magari fossimo in Irlanda, Gran Bretagna, Danimarca"....e il nostro lettore "'Imprenditore" ha detto anche lui "magari". E si capisce perché: le nostre rigidità, tese in teoria a costituire delle "tutele", si trasformano spesso in boomerang per gli stessi lavoratori.

